Insegnamenti settimanali 16 dicembre 2012

Lavoro e preghiera

Lavorare e pregare era per i padri e le madri del deserto il modo di arrivare alla preghiera perpetua.

 

“Prega incessantemente colui che unisce la preghiera ai doveri necessari e i doveri necessari  alla preghiera.

Solo in questo modo possiamo rendere realizzabile l’indicazione di pregare continuamente. Ciò consiste nel guardare a tutta l’esistenza cristiana come ad una singola grande preghiera. Quella che noi siamo soliti chiamare preghiera è solo una parte di essa” (Origene, “Sulla Preghiera”).

E’ importante ricordare che sia nel deserto che nei monasteri egiziani i monaci erano completamente autosufficienti, i monaci e le monache coltivavano il cibo, si occupavano della costruzione, della salute e del benessere dei fratelli e delle sorelle e della comunità che li circondava. I padri e le madri del deserto lavoravano anche per procurarsi da vivere; tessevano corde, tappeti e intrecciavano cestini che poi vendevano al mercato per comprare beni di assoluta necessità  per la loro vita. Alcuni lavoravano nei campi come giornalieri nella fertile valle del Nilo o tessevano il lino.

Anche gli ospiti si mettevano al lavoro dopo un periodo di riposo di una settimana. Essi guardavano con disapprovazione quelli che usavano la preghiera come scusa per non lavorare: “Alcuni monaci vennero a trovare Padre Lucio e gli dissero: ‘Noi non facciamo lavori manuali; obbediamo al comando di Paolo e preghiamo senza interruzione’. Il vecchio disse: ‘Voi allora non mangiate e non dormite?’ Essi risposero: ‘Sì, lo facciamo’. Ed egli disse: ‘Chi prega al vostro posto mentre dormite? Scusate fratelli, ma voi non mettete in pratica quello che dite di fare. Io vi mostrerò come prego senza interruzione pur svolgendo lavori manuali.

Con l’aiuto di Dio, raccolgo alcune foglie di palma, mi siedo e le intreccio, dicendo: ‘Abbi pietà di me, o Dio, per la tua grande bontà, secondo la moltitudine delle tue grazie, cancella le mie colpe’. Egli disse loro: ‘Questa è o non è preghiera?’ Essi risposero: ‘Sì, lo è’. Ed egli continuò: ‘Quando ho lavorato e pregato tutto il giorno, guadagno circa sedici centesimi. Due di questi li metto fuori dalla porta e con il resto compro del cibo. E così con l’aiuto di Dio prego senza interruzione.”

Ciascuno di noi nel mondo moderno può unire il lavoro alla preghiera con la meditazione che ci conduce alla preghiera perpetua: “Di solito iniziamo ripetendo il mantra…ma andando avanti…ci rendiamo conto che ci vuole meno sforzo a perseverare nel recitarlo durante tutto il tempo della meditazione. Poi, sembra che non lo pronunciamo tanto nella nostra mente ma lo facciamo risuonare nel nostro cuore…E’ in questo momento che inizia la nostra vera meditazione…invece di recitare o far risuonare il mantra, cominciamo ad ascoltarlo, avvolti in un’attenzione sempre più profonda” (John Main, “Dalla parola al silenzio”).

Da allora in poi, anche al di là del tempo della meditazione, siamo consapevoli del mantra che risuona dentro di noi indipendentemente da quello che facciamo. Quando improvvisamente c’è silenzio mentre lavoriamo, sentiamo il mantra che risuona dentro di noi; quando ci svegliamo di notte, c’è il mantra. E’ la nostra ancora in mezzo alle tempeste della vita.

Kim Nataraja