Insegnamenti settimanali 11 novembre 2012

Comunione o vera unione

Maestro Eckahrt si spinge più in là di quanto fecero i primi cristiani nell’esprimere il concetto secondo cui noi possiamo avere una vera conoscenza di Dio,

anzi, addirittura raggiungere un’unione perfetta con Dio già in questa vita: “Allo stesso modo ho spesso detto che vi è qualcosa nell’anima che è in stretta relazione con Dio, che è una con lui e non solo unita

… è un essere Uno ed un’unione pura.” Santa Teresa d’Avila ne “Il castello interiore”  parlava della settima stanza del matrimonio spirituale come di uno stato di unione oltre l’estasi. I mistici moderni parlano di Coscienza Unita.

Come abbiamo visto, la somiglianza con il Divino è sempre stato accettata nel cristianesimo – l’anima come specchio di Dio – ma una totale identificazione è spesso stata fonte di disputa. Tuttavia, sentiamo nel Vangelo di Tommaso: “Chi beve all’acqua della mia sorgente diventa come me ed Io stesso divento lui e ciò che è nascosto gli viene rivelato”. La consapevolezza della sottostante unità della Realtà e la interconnessione di tutta l’umanità e della creazione con l’Energia e la Coscienza Divina è anche la preghiera di Gesù per noi nel suo ultimo discorso ai discepoli: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola… Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità.” (Giovanni 17,20). Quando ci ricordiamo della nostra vera identità conosciamo e vediamo ad un livello intuitivo, e dunque vediamo faccia a faccia: “L’ occhio in cui vedo Dio è lo stesso in cui Dio vede me. Il mio occhio e quello di Dio  non sono che un solo occhio, una sola visione, una sola conoscenza, un solo amore. (Meister Eckhart)

È comunione o vera unione? Bede Griffiths lo spiega splendidamente: “non c’è dubbio che l’individuo perde ogni sensazione di separazione dall’Uno e fa esperienza di una unità totale, ma questo non significa che l’individuo non esiste più. Proprio come ogni elemento in natura è un riflesso unico della Realtà una, così ogni essere umano è un centro di coscienza unico nella coscienza universale.” (Bede Griffiths “Il matrimonio tra oriente e occidente”) Diventiamo consapevoli in alcuni momenti, per quanto transitori, della bellezza del nostro sé eterno, via via che perdiamo consapevolezza del nostro sé di superficie. Dobbiamo spostare il centro della nostra percezione, della nostra consapevolezza: “Non dobbiamo guardare, ma dobbiamo in un certo senso chiudere i nostri occhi e scambiare la nostra capacità di visione con un’altra. Dobbiamo risvegliare la capacità che tutti possediamo, ma che pochi utilizzano.” (Plotino) Non ci renderemo mai conto di chi siamo realmente, della nostra eredità eterna, se non impariamo ad usare questi due diversi livelli di consapevolezza. Ma questo è il primo passo, il secondo sta nel riconciliare queste due modalità di essere: “Poi dopo aver riposato nel Divino, quando sono sceso dall’Intelletto al raziocinio, mi chiedo come abbia fatto a discendere.” (Plotino, Enneadi, 4.8.1) Potremmo sentirci stranieri nel mondo e tuttavia dobbiamo integrare queste esperienze nella vita ordinaria. Come lo si può fare? La risposta secondo Plotino*, filosofo e mistico del II secolo, che influenzò molto i primi cristiani, e ripresa da Evagrio nel IV secolo, è  la pratica delle virtù – il lasciare andare i desideri mossi dall’ego – e della contemplazione. Queste due discipline aiutano a mantenere la connessione tra le esperienze mistiche e la vita ordinaria.

* In Plotino troviamo la convergenza di quasi tutte le principali correnti di pensiero che provenivano dagli 800 anni del pensiero speculativo greco; da ciò è sorta una nuova corrente destinata a nutrire menti tanto diverse quanto quelle di Agostino, Dante, Maestro Eckahrt, Henri Bergson e T.S.Eliot.” (E.R.Dodds, amico di T.S. Eliot).

Kim Nataraja