Anno 4 n. 4 Insegnamenti settimanali 1 maggio 2016

 Il vero significato della povertà

Nelle “Conferenze al Getsemani”, John Main si rivolge a confratelli monaci per i quali il voto di povertà è molto importante.

Ma la virtù della povertà non ha senso solo nella vita religiosa. Nel momento in cui si pensa a povertà come semplicità piuttosto che rinuncia ai beni personali, diventa ovviamente importante per tutti.

La povertà agli occhi di John Main è piuttosto “quel grado di altruismo che consentirà di essere pienamente e profondamente sensibili alla realtà dell’altro – Dio e il nostro prossimo” invece che non semplicemente una rinuncia al possesso e al distacco dai beni materiali. Spesso la causa prima della necessità di possedere è un bisogno di sicurezza profondamente radicato che “può facilmente erigere barriere intorno a ciascuno di noi… dietro alle quali possiamo sentirci così al sicuro”. Ma “la nostra vera ricchezza e gloria risiedono in lui e non nel mero possesso di beni”.

Per John Main tutto questo trova conferma nel modo in cui preghiamo, nella nostra relazione con Cristo. Egli riporta il suggerimento di Giovanni Cassiano di “ridurre l’attività della mente alla povertà di un solo versetto”, – l’essenza della meditazione. “Allora, la nostra ‘sicurezza’ non sarà costruita su forze negative (incentrate sul sé) ma radicate nell’unica forza positiva del cosmo, il Signore Dio stesso”. Questo è il vero significato delle parole di Gesù: “L’uomo (o la donna) che vuole trovare la sua vita,  prima dovrà perderla”. Questo tipo di preghiera, lontana dall’idea di sé, fatta di una sola frase è il primo passo che dobbiamo compiere verso la povertà – semplicità, verso un modo di essere centrati in Dio, piuttosto che in se stessi. Così facendo trascendiamo momentaneamente il nostro ‘ego’ costruito su pensieri, percezioni e illusioni e diventiamo consapevoli del nostro vero sé, centrato in Cristo che dimora in noi.

Ciò non significa che altre forme di preghiera non siano importanti – tutti i modi liturgici di preghiera, di lode, confessione e domanda hanno la loro valenza nel ciclo delle nostre preghiere, come abbiamo visto nell’insegnamento della scorsa settimana. Ma il fine ultimo della preghiera è il tendere a Dio senza consapevolezza del sé, in semplicità, che ci porta all’unità dell’essere al livello più profondo.

Ma accettare la validità di questo semplice modo di pregare non è facile nel contesto sociale del giorno d’oggi. Nella “Terza Conferenza” John Main ci parla della reazione di un monaco Ramakrishna al quale aveva spiegato gli insegnamenti della Meditazione Cristiana. Il monaco aveva risposto di essere totalmente d’accordo con lui ma aveva aggiunto: “Se lo dici ad un gruppo di occidentali, non ti crederanno perché sembrerà loro troppo semplice. Ti consiglio di complicare almeno un po’ la cosa. Così, quando verranno delle persone, dì loro di avere una certa conoscenza esoterica che si tramanda attraverso l’ordine monastico, attraverso Giovanni Cassiano per esempio, perché è un nome che suona bene, e la gente sarà interessata. Ma questa conoscenza è di tale importanza, dovrai dire, che la si può trasmettere solo dopo che siano venuti al centro di meditazione almeno per dieci settimane o qualcosa del genere. E poi finalmente potrai iniziarli ad essa”.

Per quanto John Main vedesse la validità del problema illustrato dal monaco, fu coerente all’insegnamento e sottolineò che tutto ciò che dobbiamo fare è “dire il mantra in assoluta semplicità e con fedeltà assoluta”.

Kim Nataraja