Giovedì – Terza settimana di Quaresima 2019

Luca, 11, 14-23

Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: «È in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino. Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde

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Altri gli chiesero, come prova, un segno dal cielo

C’è un racconto di una riunione del Budda con un gruppo di Bramini, tra i quali c’è un sedicenne, insopportabilmente ciarliero, un prodigio, che conosce tutti i testi e sfida l’autorità dell’illuminato. Gautama rilancia a tutte le sue domande  e infine dà scacco matto. La  fine è che il giovane ha appreso la lezione e diventa un discepolo.

Diventare un discepolo è per molti di noi un esercizio più lungo. L’ego, come Lucifero nella lotta cosmica che condusse alla guerra civile celeste, non ha intenzione di servire. Preferisce la disfatta e l’esclusione dai ranghi dei beati piuttosto che riconoscere un potere  superiore.

In termini più concreti, ciò si riflette nella nostra lotta con la dipendenza. Il primo dei Dodici Gradini che conducono alla libertà è il più umiliante: ammettere la nostra incapacità a renderci liberi e il bisogno di  riconoscere un potere superiore. Questo alla fine conduce all’undicesimo gradino, e nel frattempo abbiamo imparato ciò che la preghiera realmente significa: “contatto cosciente con Dio quando comprendiamo” che cosa Dio vuole dire. Solo allora, dopo il ‘risveglio spirituale’ che deriva dal padroneggiare l’ego, siamo pronti ad aiutare altri che soffrono di dipendenza e a cominciare a mettere in pratica ciò che abbiamo appreso in tutte le fasi della nostra vita.

Non possiamo insegnare  finché non abbiamo appreso da un maestro del quale riconosciamo la maggiore autorità. Fino a che vediamo questa relazione come una battaglia di volontà, mettendoci in competizione col nostro maestro, impazienti di laurearci con lode, non abbiamo fatto neppure il primo passo. Alla fine, tuttavia, non ci arrendiamo al nostro maestro; lo amiamo e quindi il maestro del nostro maestro…Gli studenti si laureano e si mettono in proprio; i discepoli  entrano in una comunità che si estende in ogni direzione, nello spazio e nel tempo.

All’inizio mettere alla prova il maestro non è cosa cattiva, purché porti anche il nostro ego  allo scoperto, dove può essere messo alla prova e domato. Penso che Budda non fosse veramente arrabbiato con il bramino prodigio o offeso dal suo atteggiamento; sapeva da dove derivava. Alla fine, il giovane, con il suo aiuto, capì se stesso e vide che il suo vero sé si sarebbe solo liberato, e il suo talento ben utilizzato, da ciò che forse sembrava una sconfitta umiliante, ma che era, in realtà, la mutua accettazione che esiste tra un vero maestro e un vero discepolo.

Ma questo può risultare un gioco lungo e difficile finché non incontriamo questo tipo di maestro, uno che può renderci questo tipo di discepolo. Fino ad allora l’ego ha innumerevoli linee rosse che si rifiuta di attraversare  e vorrà anche cercare di sconfiggere e umiliare il maestro dal quale dipende per la libertà. Tutto ciò è reso esplicito in seguito nel racconto di Pasqua.

Laurence Freeman