Giovedì, 5 Marzo 2020 – Prima settimana di quaresima

L’incapacità di perdonare, quando vorremmo farlo, è una delle croci più pesanti che ci troviamo a portare. Può appesantirci lo spirito e caricare le nostre emozioni di un senso di fallimento e di colpa. Come possiamo aiutarci l’un l’altro a portare questa croce, finché non realizziamo, in un attimo di liberazione, che il peso della croce è solo il fardello dell’illusione?

Il desiderio di vendetta (talvolta la chiamiamo “giustizia”) è comprensibile quando qualcuno ci ha ferito. Ma raramente è una scelta che facciamo. Talvolta, è un senso del dovere (in una cultura della vendetta) oppure la nostra risposta istintiva e offesa quando un’offerta di riconciliazione è stata respinta. Come ha dimostrato la Truth and Reconciliation Commission post apartheid, la maggior parte delle vittime non vogliono innanzitutto vendetta, veder soffrire il proprio oppressore. Vogliono sentire una confessione, vogliono il riconoscimento che il colpevole è responsabile del dolore che ha inflitto. A quanto pare, allora, è il rifiuto dell’ammissione di colpa, ciò che innesca la rabbia estrema della vendetta, che ironicamente ferisce la vittima, molto più del colpevole.

Perdono e riconciliazione sono due diverse fasi nel processo di guarigione dalle ferite e dai tradimenti umani. Perdonare non è concedere perdono, ma integrare i nostri sentimenti di rifiuto e indignazione (in quanto ci auto-percepiamo vittime) con il nostro più profondo e vero sé. Perdonare è la guarigione dal senso di tradimento che prova la vittima – una sensazione che spesso porta al rifiuto di se stessi e a un senso di indegnità. Nella natura umana, è profonda l’aspettativa di dover trattare, e di essere trattati, con giustizia. Ogni volta che questa aspettativa viene tradita, sprofondiamo nella confusione e non vediamo con chiarezza dove sta la responsabilità. Demonizziamo la persona che ci ha ferito o deluso. Incolpiamo la persona che sbaglia, oppure incolpiamo noi stessi.

Tutto questo crea un tumulto nell’anima. Quando cerchiamo di meditare, presto incontriamo questo tumulto come il principale impedimento, come un aereo che si scontra con una turbolenza. Se perseveriamo, l’energia della perfetta attenzione può penetrarlo e dissolverlo. Ma avremo anche bisogno, probabilmente, di condividere la situazione con qualcuno che ci presti attenzione o che paghiamo perché ce la presti. Il perdono allora fa passi avanti perché le nostre proiezioni vengono meno. Infine, interiormente, chiediamoalla persona con cui siamo in conflitto: “perché mi hai colpito?” È la domanda che Gesù ha fatto al soldato che lo colpì durante il suo processo. E questo ci porta a cambiare prospettiva.

Si apre la comprensione dell’altro e, presto, la comprensione si approfondisce grazie alla compassione. Ci basta intravedere il dolore, la confusione nella sua anima, la croce che la persona che ci ferisce porta dentro. Allora il desiderio di vendetta o di vederla morta, cede il passo alla compassione che chiamiamo ‘perdonare i nostri nemici’.

La quaresima è un tempo opportuno per fare un inventario della storia delle nostre relazioni, per verificare se abbiamo bisogno di questo tipo di perdono. È la stagione in cui semplifichiamo. Così facendo, capiamo meglio noi stessi in relazione agli altri. E possiamo affrontare ciò da cui di solito fuggiamo. Ne derivano libertà emotiva, leggerezza del cuore e una coscienza liberata.

Laurence Freeman