Domenica – seconda settimana di Quaresima

Le letture odierne delle scritture ci mostrano diverse cose. Per prima cosa, come sia difficile per il cristianesimo oggi comunicare attraverso le scritture. Alla mente moderna le loro storie e metafore sembrano offensive o per lo meno “primitive”. Bede Griffiths pensava che solo pochi salmi fossero adatti al culto cristiano. Leggere “Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra” imbarazza chiunque e c’è bisogno di un buon avvocato per spiegare quale significato edificante possa avere.

Un argomento in sua difesa può essere che tale violenza fa eco alla (auspicabilmente) repressa crudeltà e sadismo che si muovono furtivamente nella nostra psiche. Ci sono bestie selvagge in agguato nei freschi e verdi pascoli del nostro viaggio interiore. Questi passaggi hanno probabilmente bisogno di essere de-selezionati dal culto comunitario. Forse abbiamo anche bisogno di vedere come la Parola si presenti in modi diversi nelle scritture di altre fedi e come si possa in parte incorporarle nel culto cristiano per meglio comprendere la nostra.

Siate pronti: le letture di oggi parlano del sacrificio del proprio figlio. Abramo ha sollevato il braccio per immergere il coltello sacrificale in suo figlio Isacco quando l’angelo del Signore – che è il Signore – gli afferra la mano. Una vittima sostitutiva viene trovata in un montone. Abramo viene elogiato per non aver posto alcun limite alla dimostrazione della sua devozione a Dio. Possiamo interpretarlo come un esempio plateale del divieto di sacrifici umani che era comune tra le tribù vicine. Certamente mostra quanto diversi fossero gli Israeliti e come questa differenza abbia imposto una descrizione culturale più evoluta della loro esperienza di Dio.

San Paolo ruppe con questa tradizione quando scoprì che il Cristo, che aveva rifiutato, dimorava in lui stesso. Ma, nella seconda lettura, vediamo come ancora usi il vecchio linguaggio anche dopo la radicale conversione. Per Paolo, Dio “non risparmiò il proprio figlio” per esserci di beneficio. Questo esprime l’assoluto auto-svuotamento di Dio; ma facilmente conduce a un’immagine di Dio che usa violenza per rimettere le cose nuovamente a posto.

La storia evangelica della Trasfigurazione di Gesù si libra al di sopra di tutto ciò. È il momento iconico delle fede cristiana per la chiesa ortodossa come la Croce lo è per la chiesa occidentale. Qui possiamo intravedere l’accecante, imperscrutabile profondità della vera identità di Gesù e della sua relazione filiale con la Fonte. Ma si erge anche, creando così un ponte, tra Mosè e Elia – la Legge dei Profeti. La legge avallava la violenza, i profeti la denunciarono. Ma sono espressioni gemelle di un’unica via per avvicinarsi al divino.

Abbiamo bisogno di pensare e discutere di questo aspetto della violenza biblica – così come dobbiamo  affrontare la violenza contro le donne e i bambini nelle nostre società “avanzate”, per non dire in Siria o a Parkland. Ma parlare e pensare non ha fine e può anche portare alla violenza. Dobbiamo immergerci nella verità, nell’esperienza della luce pura che incenerisce tutte le ombre. Allora ci troveremo nell’assoluta intimità che non soltanto ci cambia ma ci trasfigura.

Laurence Freeman