Prima Domenica di quaresima, 1 Marzo 2020

Il modesto fiume Giordano alimenta il lago di Galilea, che è il lago di acqua dolce più basso della terra. Il sito è anche uno dei primi insediamenti umani al mondo. Durante il nostro giro in barca, ho percepito che c’è qualcosa che possiamo chiamare lo spirito del luogo. C’è uno spirito del Mare di Galilea, come c’è uno spirito di Bonnevaux, una energia e una presenza che si percepisce in modo intenso, in alcuni luoghi della terra, e che li fa sentire familiari, fin dal primo momento che li si visita.

Fu qui che Gesù camminò sulle acque e salvò Pietro, che stava annegando nel dubbio, e fu proprio qui che cucinò il pesce per i suoi amici, dopo la resurrezione. La mattina presto, con la barca in mezzo al lago, abbiamo spento i motori, letto le scritture che si riferiscono al lago e poi siamo rimasti seduti in una immensa presenza silenziosa.

Quando Gesù calmò qui la tempesta, era stato svegliato dai suoi compagni terrorizzati, che non riuscivano a credere come potesse continuare a dormire nel mezzo di una tempesta del genere. Li rimproverò per la loro mancanza di fede. Nella pace del Lago di Galilea, come nel silenzio del deserto, i nostri soliti infiniti interrogativi e la richiesta di certezze e rassicurazioni della nostra mente irrequieta, vengono quietati per un attimo. Anche in certi momenti della meditazione, possiamo entrare in uno spazio di grande silenzio e quiete, libero da ogni pensiero, solo con una vaga consapevolezza che i pensieri stanno chiacchierando dietro le quinte. Potremmo volgere l’attenzione a questo rumore mentale, ma perché dovremmo? Ci torneremo, comunque, molto presto.

Questi momenti potremmo chiamarli “buone meditazioni”. Ma in un quadro più ampio, non sono meglio dei momenti di turbolenza o di lotta che definiamo le meditazioni “cattive” o “difficili”. La pace della Resurrezione, che cerchiamo e desideriamo e che possiamo assaporare, differisce da entrambi. Li evidenzia e li contiene entrambi. Questa è la pace che non viene scossa, anche quando le tempeste si abbattono sulla nostra vita o quando un’agitazione o una inquietudine interiore improvvisamente sorge, come una fase inaspettata del nostro lavoro interiore.

Più diventiamo familiari con questa pace che non possiamo capire, più diventiamo liberi dal dipendere dalla “buona” meditazione e dall’avere paura delle “cattive” meditazioni. Questa libertà ha permesso a Gesù di passare attraverso  le agitazioni, i rifiuti e infine le sofferenze e le violenze, con quel distacco che non ci isola in una bolla di auto-sufficienza, ma che rafforza la nostra solitudine in una più profonda relazione con gli altri. Nel suo caso, questa unica identità, l’ha reso presente a tutti gli altri, dai primi uomini che si sono insediati lungo le coste del lago millenni fa, fino ai suoi amici discepoli con i quali ha camminato dalla Galilea alla Giudea.

Nella pace della non-dualità, siamo compassionevolmente presenti a tutto. Al di fuori della sua  equanimità, Gesù riconosce la sorgente delle tentazioni, di cui è stato vittima durante i suoi quaranta giorni nel deserto. Quando ci risvegliamo al Sé universale, non è difficile affrontare la voce dell’ego – come possiamo leggere nel Vangelo di oggi (Matteo 4, 1-11).

 Laurence Freeman