Anno 5 n. 4 – Insegnamenti settimanali 7 maggio 2017

Non giudicare

Uno degli insegnamenti più importanti di Gesù e dei Padri e Madri del Deserto è l’insistenza a non giudicare gli altri. Ci sono molte passaggi nelle Scritture in cui Gesù ci dice che non dobbiamo agire in questo modo. Certamente ricorderemo il versetto in Matteo 7,1-5  sulla “pagliuzza nell’occhio del tuo fratello e della trave che hai nel tuo occhio” e ci sono molti altri passaggi che potrei riportare – penso che complessivamente siamo 37. Vediamo come S. Marco portò  gli insegnamenti di S. Pietro e di S. Paolo ad Alessandria. Siccome gli eremiti del deserto erano gentili, S. Paolo, che chiamò se stesso “apostolo dei Gentili” (Rom, 11, 13) fu molto importante per loro, specialmente perché le sue lettere circolavano alcune decadi prima che i Vangeli venissero scritti. Avrebbero letto nella sua lettera ai Romani (2, 1-3): “Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose”.

Prenderne consapevolezza può essere abbastanza doloroso. Perciò l”ego’  ripropone ancora una volta la resistenza, facendoci sentire annoiati, stanchi ed inquieti: Evagrio, come tutti i Padri del Deserto, lo chiama “demone dell’accidia”. Anziché identificare questa inquietudine, noia o altre emozioni come provenienti dalla lotta interiore della nostra stessa natura, cerchiamo di trovare delle ragioni in cose che stanno al di fuori di noi stessi. Tendiamo a proiettare questi sentimenti di insoddisfazione dando la colpa ad altri per ciò che abbiamo fatto o non fatto: “è colpa della nostra comunità, dei nostri genitori, della nostra società” […] cerchiamo di giustificare il modo in cui ci sentiamo e ci comportiamo con scuse che ci sembrano plausibili. Troviamo un buon esempio di questo comportamento in una delle storie dei Padri del Deserto: un fratello in comunità era inquieto ed agitato  e spesso si arrabbiava. Allora disse: “Andrò a vivere da qualche parte da solo. E poiché non mi sarà possibile parlare o ascoltare nessuno, sarò tranquillo e la mia collera rabbiosa cesserà. Uscì e andò a vivere da solo in una grotta. Ma un giorno riempì la sua brocca d’acqua, la mise a terra e all’improvviso si rovesciò. La riempì di nuovo e di nuovo cadde. Questo si ripeté una terza volta e in un moto di rabbia il monaco afferrò la brocca e la ruppe. Ritornato in sé, capì che il demone della collera lo aveva preso in giro, e disse: “Tornerò alla comunità. Dovunque sia, nel luogo in cui viviamo, abbiamo bisogno di impegno e pazienza e soprattutto dell’aiuto di Dio”.

 La nostra tendenza a fare pettegolezzi, giudicare e criticare gli altri è un modo per mostrare i nostri conflitti irrisolti: un chiaro segno che non abbiamo ancora “purificato” le nostre emozioni. Ci mostra i nostri condizionamenti, “i bisogni insoddisfatti” e i desideri che ne derivano. S. Paolo dice che prima di tutto giudichiamo e critichiamo gli altri per dei comportamenti che sono potenzialmente i nostri. Il Nativo Americano Bear Heart scrive nel suo libro The Wind is my Mother: “Non puntate mai il dito con disprezzo o  giudizio verso il vostro prossimo, perché quando puntate, ci sono tre dita che puntano nella vostra direzione”. Non solo giudicare è dannoso per noi stessi, ma giudicando, congeliamo l’immagine degli altri, non concedendo loro la possibilità di cambiare, di progredire e di crescere. Li intrappoliamo in un particolare momento nel tempo:  “Abba Santia disse, ‘Il ladro era sulla croce ed è stato salvato con una sola parola; e Giuda che è stato annoverato nel numero degli apostoli sprecò tutto il suo impegno in una sola notte e precipitò dal cielo all’inferno. “(Storie dei Padri del Deserto).

La meditazione aiuta la consapevolezza del fatto che proiettiamo le nostre difficoltà sugli altri, a crescere gradualmente, e in questo modo, non solo trasforma le nostre coscienze, ma anche la nostra vita. Il dono della meditazione diventa parte di chi siamo e ci aiuta ad avere un atteggiamento più compassionevole ed equilibrato verso gli altri essere umani.  Grazie ai benefici di questa disciplina, arriviamo a vedere gradualmente la realtà ordinaria senza gli ostacoli dei carichi emozionali, dei condizionamenti e degli impulsi alla sopravvivenza. Raggiungiamo “ la purezza del cuore…, la totale accettazione di noi stessi e della nostra situazione…. La rinuncia di tutte le immagini deluse di noi stessi, tutte le opinioni e i giudizi esagerati riguardo le nostre capacità, così da poter obbedire al volere di Dio come esso ci è dato” (Thomas Merton).

Kim Nataraja