Anno 5 n. 3 – Insegnamenti settimanali 30 aprile 2017

 

Ritornare al principio

Dopo aver descritto la ‘cima della montagna’ è ora di tornare al mercato. Rivediamo i Padri e le Madri del deserto che negli scritti di Giovanni Cassiano hanno così tanto ispirato John Main.

Nel IV secolo, molti cristiani si trasferirono nel deserto egiziano con l’obiettivo di condurre lì un’autentica vita cristiana di devozione. Questo deve essere visto soprattutto come  reazione alla situazione in cui il cristianesimo si trovava poco dopo essere diventato la religione ufficiale dell’Impero. Quando nel 313 Costantino dichiarò tolleranza per la religione cristiana, dopo la sua conversione nella battaglia di Ponte Milvio, e successivamente sostenne le conclusioni del Concilio di Nicea del 325, il numero dei cristiani praticanti crebbe nei decenni seguenti da 3 a 30 milioni. Era diventato molto vantaggioso essere un cristiano, dato che Costantino stava investendo grosse somme di  denaro nella costruzione di chiese e sosteneva finanziariamente i vescovi, un fatto che ha mutato tutto il carattere della Chiesa primitiva. San Giovanni Crisostomo ha espresso sgomento per questo cambiamento con grande veemenza nelle sue Omelie di Efeso: “Flagelli torrenziali di danni indicibili sono precipitati sulle chiese. Le funzioni principali sono diventate fonte di commercio. L’eccessiva ricchezza, un potere enorme, e il lusso stanno distruggendo l’integrità della Chiesa.” Non solo alcuni cristiani impegnati erano turbati dalla posizione che il Cristianesimo aveva preso, ma erano anche inorriditi dalla crescente decadenza della società: “I Padri del Deserto consideravano la società come un naufragio da cui ogni singolo individuo dovesse fuggire via a nuoto per aver salva la vita.” (Thomas Merton)

Tutto ciò li aveva indotti ad allontanarsi e vivere il messaggio del Vangelo nella solitudine del deserto egiziano prendendo le parole di San Paolo come regola di vita: “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare.” (Romani 12: 2).

E ancora, i primi cristiani videro il martirio come un modo di seguire veramente Cristo. Dal momento dell’adozione del Cristianesimo da parte di Costantino, la persecuzione era cessata. Coloro che sceglievano di ritirarsi nel deserto pensavano che andare lì e rinunciare a tutto ciò che era considerato essenziale nella vita – famiglia, matrimonio, una funzione attiva nella società e il possesso di beni materiali  – fosse come una specie di alternativa al martirio, un martirio ‘bianco’ in contrapposizione al ‘martirio rosso’ dei veri martiri. La vita di Pacomio descrive l’effetto che i martiri hanno avuto sulla fede dei cristiani e la vita che volevano condurre: “La fede è aumentata notevolmente nelle chiese in ogni paese e sono comparsi i primi monasteri e centri di ascetismo, poiché quelli che sono stati i primi monaci avevano visto la resistenza dei martiri.”

Inoltre, è sempre esistita una forte tradizione, giudaico – cristiana, di ritirarsi dalla vita ordinaria per andare nel deserto; basta pensare a Mosè, Elia, Giovanni Battista e Gesù stesso. Anche San Paolo è ricordato per essersi ritirato in Arabia per tre anni dopo aver avuto la visione di Gesù sulla via di Damasco, alla ricerca di un senso da dare a questa rivelazione. Il deserto rappresentava per i ricercatori spirituali non solo un simbolo, ma anche una manifestazione reale di Dio; era allo stesso modo immensa, impressionante, grandiosa, illimitata e insondabile, e provocava una risposta immediata di meraviglia, l’unica risposta adeguata al Divino: “Solo la meraviglia è in grado di comprendere il suo potere incomprensibile” (Gregorio di Nissa)

Comunque, la necessità di ritirarsi e intensificare la propria pratica spirituale non è stata solo una reazione alla situazione in cui i primi cristiani si sono trovati; sembra anche essere uno sviluppo naturale che avviene nel corso del tempo lungo il cammino spirituale. Anche noi ci ritiriamo nel silenzio e nella solitudine del nostro cuore ogni volta che meditiamo.

Secondo tutti i racconti, San Marco era discepolo di entrambi Pietro e Paolo, mentre viaggiavano lungo il Mediterraneo evangelizzando. Fu seguace di Pietro a Roma dove venne da lui ordinato. Si recò in Africa e in particolare ad Alessandria, dove divenne vescovo e fu martirizzato nel 68 d.C.. La Chiesa copta quindi considera San Marco come il suo fondatore. Il suo insegnamento era in gran parte basato su quello di San Pietro, cosa che in qualche modo spiega l’approccio letterale dei copti alla fede cristiana. I primi eremiti copti nel deserto egiziano nel  IV secolo erano spesso analfabeti e hanno acquisito la loro conoscenza biblica per via orale – siamo ancora in una cultura prevalentemente orale – hanno preso alla lettera la Scrittura e vedevano Dio in modo decisamente antropomorfico.

Molti monaci più istruiti hanno presto raggiunto questi primi monaci copti.  Erano quelli fortemente influenzati dagli insegnamenti di Origene (184-253) ed erano perciò conosciuti come monaci ‘Origenisti’; Evagrio e Cassiano appartenevano a questo gruppo. Pensavano, a differenza dei monaci copti, che l’umanità fosse essenzialmente buona e che l’anima avesse una qual certa somiglianza inequivocabile al Divino. Attraverso la purificazione delle emozioni e la contemplazione gli esseri umani erano – con Cristo come intermediario – capaci di un’ascesa fino all’unione con Dio che, comunque, non poteva essere catturato in pensieri, parole e immagini.

Per quanto diversa possa essere stata la loro teologia, il loro effettivo insegnamento – che ci rimane in brevi detti che mostrano intuizioni psicologiche profonde – era simile, in quanto  basato sulla stessa esperienza pratica di una vita di profonda preghiera nel silenzio e nella solitudine, come vedremo la prossima settimana.

Kim Nataraja