Venerdì – quinta settimana di Quaresima

Quando mettiamo in scena noi stessi, perdiamo il vero dramma, il vero significato dell’esperienza. L’atteggiarsi intralcia la possibilità di una presenza reale e distorce la nostra visione delle cose. Dietro a questa tendenza universale – la reazione di Marta allo stress ne è un buon esempio – vi è il senso di separazione da noi stessi.

Fare storie per ogni cosa: questo può significare parlare troppo, fare pettegolezzi con falsa sincerità, analizzare e psicanalizzare gli errori degli altri, attribuire delle colpe, fare la vittima o la persona offesa che non è stata rispettata. Non è un buon modo di occuparsi delle reali istanze dell’ingiustizia.

Abbiamo reazioni ambivalenti nei confronti dei grandi santi, come Francesco d’Assisi, che approfittavano delle opportunità che rifiuto e umiliazione offrivano loro per trascendere il proprio ego. Sulle prime la loro umiltà può guadagnare la nostra ammirazione. Ma poi, ci viene il sospetto che siano stati dei masochisti che hanno gioito della propria umiliazione.

Come sempre, il test è quanto siamo radicati nel silenzio profondo. È facile essere silenziosi superficialmente quando ci sentiamo tranquilli e tutto è in pace attorno a noi. Ma, quando siamo sopraffatti dagli eventi, colpiti o confusi, il silenzio si perde e viene rimpiazzato dal chiasso della nostra lamentela auto-drammatizzante. Allora perdiamo l’occasione nascosta nella dura lezione che ci è stata impartita.

Il silenzio profondo non solo ci mantiene stabili nella tempesta. Esso contiene anche segretamente la presenza e il significato che si vogliono rivelare a noi. E che riscattano gli errori e trasfigurano le tragedie della vita.

Questo profondo silenzio è percepibile in molte delle scene del dramma della Passione, che ascolteremo di nuovo nella prossima settimana. È più forte del rumore della folla.

All’inizio di ogni sessione di meditazione ci imbattiamo nel traffico movimentato dei drammi superficiali delle nostre vite. Anche se sappiamo che queste situazioni cambieranno domani o il prossimo mese o il prossimo anno, ora ci assorbono – distraendoci – come se fossero di assoluta importanza. Ma se noi facciamo il lavoro del silenzio – pura attenzione all’ascesi del mantra – sfuggiamo a questo traffico. Troviamo il silenzio profondo che nell’immobilità senza tempo attende pazientemente, gentilmente il nostro arrivo.

Liberi dal rumore della nostra auto-drammatizzazione ci muoviamo nel dramma reale dell’esistenza che non è il dramma del desiderio, della paura, della rabbia o dell’orgoglio, ma è il dramma dell’amore.

Laurence Freeman