Terza settimana di Avvento 2016

Terza domenica e settimana di Avvento 2016

Una volta incontrai un giovane imprenditore da una zona del mondo molto turbolenta. Avevo notato che, in una precedente conversazione con altri sulla situazione politica, era rimasto disinteressato e non aveva detto nulla. Più tardi, da soli, mi disse che non faceva politica perché “loro (i politici) sono tutti uguali”. Pensai che, sì sono tutti uguali in quanto sono tutti imperfetti, ma che il loro grado di imperfezione non è il medesimo. Gli chiesi come andassero gli affari e si illuminò tutto. “Gli affari vanno molto bene. Difficili, rischiosi. Ma si fanno ottimi affari nei periodi di crisi”. Fu il momento più triste della mia visita, che mise in luce il futuro impressionante delle nostre democrazie sgretolate.

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Allo stesso modo, mi sono sorpreso quando la gente mi ha detto di non aver votato alle recenti elezioni statunitensi perché un partito era peggio dell’altro. Le riflessioni sul significato dell’Avvento dovrebbero gettare luce su ogni dimensione della nostra vita – non solamente in quella interiore e solitaria, ma anche nei modi in cui siamo obbligati ad interagire responsabilmente nel mondo. Parecchie decisioni morali – e tutte le decisioni sono morali – non sono bianche o nere. Molte situazioni, specialmente in questo mondo post-verità in cui gli estremismi aumentano, ci obbligano a scegliere il minore dei mali. Un male peggiore, legato alla codardia morale, potrebbe essere quello di non scegliere affatto perché aspettiamo che arrivi il set di circostanze perfette che si accordi con il nostro rimedio alla realtà.

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Celebrare l’Avvento ci educa al realismo. Scegliamo di aspettare – senza fantasie – un bene che non calzerà mai lo scenario preconfezionato della nostra immaginazione. Impariamo a credere in un bene al di sopra dei nostri desideri. Aspettiamo un grado di bontà, di pienezza che ha già iniziato ad agire su di noi sin dalla prima volta che ci è stata annunciata la lieta novella. Possiamo respingerla quale mito o falsa consolazione, indegna di un razionalista scettico moderno. Oppure possiamo diventare impazienti e dubitare che possa mai manifestarsi. Ma se capiamo lo spirito dell’Avvento impariamo che cosa significhi “attendere in gioiosa speranza” come recita una tra le preghiere liturgiche dell’Avvento.

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La gioiosa speranza non è come festeggiare un arrivo, un ritorno a casa. La dimensione del tempo non è ancora stata penetrata dall’eternità che raccoglie e unifica tutte le dimensioni, comprese quelle che non abbiamo ancora scoperto. La Cronologia non è ancora immersa nell’ontologia. Il disbrigo delle faccende quotidiane non è ancora stato illuminato dallo splendore dell’essere. Anche il solo riconoscere che tutto ciò deve ancora avvenire, solleva lo spirito e ci incoraggia ad impegnarci nelle difficili decisioni dei tempi.

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Ma per lo meno ci stiamo avvicinando. Anche il sapere solo questo rafforza le ginocchia insicure e ci salva dal precipizio di cinismo, in cui la sola lealtà che abbiamo è verso noi stessi. Il ritardo è solamente quello del tempo necessario per scendere in un altro tipo di precipizio, quando lasciamo cadere le nostre difese, riconoscendo e fidandoci di ciò che ci viene incontro. In quell’istante, vediamo che l’incarnazione avviene quando rinunciamo a fantasticare e accogliamo la realtà.

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Non è solo la Parola eterna che si fa carne. Tempo ed eternità sono partner di un matrimonio. Noi pure abbiamo bisogno di incarnarci. Allora riconosciamo verso cosa stiamo andando. Comprendiamo che quello che viene verso di noi è già qui. E’ nascosto dalla sua stessa auto-rivelazione finché non saremo stati scossi e trasformati dall’urto pacifico del Natale.

Laurence Freeman