TABLET SETTEMBRE 2015

La crisi

La crisi, come la guerra, fa venir fuori il meglio ed il peggio di noi.

Ma lo fa per lo più a caso e questo è preoccupante. Il fiume di rifugiati che arriva sulle spiagge europee ha fatto crescere i semi autoreferenziali e isolazionisti, fascisti e razzisti di una cultura guasta. Ma le reazioni nazionali sono state sorprendenti. Chi si sarebbe aspettato la mancanza di cuore degli ungheresi o una tale compassione dai tedeschi? È apparso come un inaspettato momento riparativo per la storia europea quello in cui abbiamo visto i disperati siriani stipati sui treni tedeschi – con un cupo rimando all’Olocausto – accolti ed abbracciati da gente ospitale. La crisi ci smaschera, a volte in modo imbarazzante. I politici inglesi sono stati tentennanti ed incoerenti, il solito e calcolato fumo negli occhi per sfuggire alla dura realtà. Visto che cercavano un compromesso debole di fronte all’emergenza umanitaria, qualcuno si è chiesto se UKIP [ndt: il partito indipendente euroscettico del Regno Unito] abbia ragione quando afferma di non appartenere veramente alla famiglia europea.

Quello che emerge inoltre nelle crisi, spesso inaspettatamente, è l’importanza simbolica dei leader. Anche i leader che mancano di carisma, visione e coraggio e che evitano di andare alla radice dei problemi perché ci vorrebbe troppo tempo e metterebbe a rischio la successiva elezione, possono, in una crisi, diventare per un po’ illuminati e brillare di insolita virtù. Può darsi che la fugace apparizione di questo tipo di leadership nella figura della cancelliera tedesca abbia avuto una remota influenza sullo strano, e per molti commentatori autodistruttivo, momento della politica britannica che ha portato all’elezione di Jeremy Corbyn come leader labourista.

Oggi una politica brillante – e così pure il giornalismo politico – dà per scontato il cinismo. Non stupisce che si discuta di personalità e non di politiche. Quando una democrazia respira a pieni polmoni ed elegge un leader idealista, ciò viene liquidato come dilettantismo, qualcosa che sfida la realpolitik e che è condannato al fallimento. Votare con idealismo significa “populismo”. Non è così? E che dire del nuovo che diventa la regola ? E, in ogni caso, chi parla con tanta sicurezza di ciò che significa “successo” ? (Scrivo queste righe nel giorno della festa della Esaltazione della Croce, il più grande fallimento della storia). “Ogni carriera politica finisce in un fallimento”. Ma non è forse vero questo anche di ogni vita? I leader e loro seguaci escono di scena allo stesso modo; il teatrino continua con altri attori. I politici cinici sono come quelli che ci piace odiare in “House of cards”, mentre scalano i vertici e distruggono gli oppositori, uomini di successo solo nelle loro fantasie e forse nella posizione che occuperanno nella storia, che sarà comunque riscritta?

Il non-cinico Jeremy Corbyn sarà rimasto sorpreso dal suo successo nell’aver vinto l’elezione per la leadership, ma sembra non essersi fatto intimidire dalla cattiva accoglienza ricevuta dai media.

Ci dicono che il governo Conservatore è entusiasta ed il vecchio New Labour disperato per questo nuovo venuto idealista che finora ha avuto una carriera da outsider negli ultimi banchi del Parlamento. Ma viene da chiedersi se l’establishment creda davvero in questo suo atteggiamento derisorio. E non sia invece leggermente disturbato che questo cambiamento considerevole in politica sia avvenuto indipendentemente dalle loro macchinazioni ed aspettative. Il distacco dei giovani dalla politica, provocato dal fatto che i politici sono così irreali e lontani dalla verità, ha creato una politica che è sempre più irreale ed evasiva. Arriva un leader che dice cose politicamente suicide, perché ne è convinto, e guadagna la fiducia e l’impegno della gente. I cinici dicono che non durerà. Ma che cosa dura? Speriamo che Corbyn non sia solo un leader che dice ciò che pensa ma anche che, come papa Francesco, abbia una buona capacità politica al servizio dei suoi ideali, per usare appieno il poco tempo di cui dispone.

L’odierna crisi globale è come una macchia che attraversa tutti gli strati di un pezzo di stoffa. Ci siamo abituati a vivere in uno stato di crisi. Una vita tranquilla (e leader onesti) ci sembra un sogno utopico. Come le macchie antropomorfizzate nella pubblicità in TV essa resiste ai più forti tentativi di eliminazione. Corruzione e cinismo sono così intrecciati con le istituzioni che sembra impossibile eliminarli senza distruggere l’istituzione. Anche individui integri in molti aspetti del loro pensiero e del loro comportamento possono avere dei limiti etici, che innalzano alti muri di resistenza quando vengono toccati. Interessi personali minacciati hanno il potere di cambiare una posizione morale molto in fretta.

Una crisi collettiva è più di una astrazione politica. È fatta di persone sofferenti, spaventate, fallibili. Il bambino annegato buttato a riva da una barca di rifugiati ed il dolore del padre esemplificano questo e ci hanno mostrato che quelli che si battono per un posto sul treno sono storie di individui, su scala gigantesca ma comunque di individui.

Cibo e riparo però sono solo i primi passi verso la normalità; poi viene la sfida di costruirsi una nuova vita in una terra estranea. Per contrasto, eleggere un politico idealista può presagire fallimento. Ma, almeno, speranza e visione vengono rinnovate. Fallire non è il peggio che può accadere. Il peggio è non rischiare di fallire con la speranza e visione intatti.

 Laurence Freeman
Tablet – Settembre 2015