TABLET MARZO 2015

Dopo che Bede Griffiths aveva condotto il John Main Seminar, “La nuova creazione in Cristo”, abbiamo preso un aereo insieme.

Era ottantenne e si stava riprendendo da un infarto quasi fatale dei cui benefici spirituali era però grato. Era seduto nella sua piccola capanna a Shantivanam quando, mi ha raccontato, era come se qualcuno lo avesse colpito duramente alla testa e la sua vista si era offuscata come i vecchi televisori quando cominciavano a tremolare. Sentì l’ingiunzione di ‘arrendersi alla Madre’ e, da lì, aveva iniziato a superare i suoi condizionamenti di inglese edoardiano. Sia lui che gli altri si erano accorti di come fosse diventato libero sul piano emotivo ed empatico.

Poi, comunque, si era convinto della sua morte imminente e si era trascinato a letto per meditare e morire. Sopravvisse, ma tutti davano per scontato che sarebbe rimasto invalido. Poco dopo il suo giovane discepolo e successore designato era arrivato in moto dal nord dell’India. Entrato nell’ashram, scese dalla moto e cadde morto per un attacco di cuore. Scioccati, erano andati a raccontarlo a Bede, convinti che la notizia avrebbe causato un altro attacco e questa volta davvero fatale.

Ma dopo aver assorbito la notizia, Bede si era seduto e aveva detto ‘dunque, sarà meglio che io mi occupi di tutto’ e in breve era rientrato nel suo ruolo. Mi disse che per un po’ di tempo dopo l’apertura del chakra muladara, così aveva letto la sua esperienza di liberazione interiore, era senza difese nei confronti della sofferenza altrui. Così forte era la sua empatia che la compassione lo riduceva in lacrime ogni volta che le persone venivano da lui con i loro problemi.

Ben presto, però, ritrovò l’equilibrio e, instancabile, intraprese due anni di viaggi e di insegnamento a livello internazionale. Ero andato a incontrarlo a Heathrow poco dopo la sua malattia e pensavo di vedere un vecchio debole e fragile che zoppicava attraverso il corridoio degli Arrivi. Non mi aspettavo il monaco benedettino alto, un po’ curvo ma robusto e veloce nel camminare, nel suo vestito color zafferano sotto un cappottone militare. Fino al suo secondo infarto raffinò e propose il suo messaggio al mondo con grazia ed energia straordinarie.

Penso spesso a lui quando sono a disagio sugli aerei. Dopo il seminario, nel 1991 ho volato con lui verso alcuni degli hub più grandi degli Stati Uniti. Mi aspettavo la fatica di un vecchio che doveva affrontare le procedure di viaggio. Questo era anche prima dell’11 settembre, prima dei controlli di sicurezza biometrici voluti da Bush. E gli dissi piuttosto ingenuamente ‘Immagino che non ti piaccia molto viaggiare in aereo’, ‘O no,’ rispose, ‘mi piace, invece. Vedi, ti siedi in silenzio e ti portano il cibo e si prendono cura di te. Tutto è lì e si può meditare, leggere e dormire. Si lavora molto e senza interruzioni. E’ un po’ come una cella monastica, sai ?’. Dipende sempre da quello che se ne fa, non è vero? Recentemente ho pensato a lui quando mi sono imbarcato su un volo di otto ore e sono rimasto deluso di trovare gli altri due posti della mia fila occupati da due ragazzi, entusiasti e curiosi di tutto, che mangiavano patatine puzzolenti da un sacchetto di plastica ed erano forniti ciascuno di una bottiglia di Coca Cola. Era un volo pieno e per quanto gentile io sia stato con l’addetto, non sono riuscito ad ottenere un altro posto.

I due giovani hanno capito il funzionamento dei comandi TV in pochi secondi e guardavano film già prima del decollo. Poi hanno preso i loro iPads e hanno cominciato a giocare ai videogiochi, ognuno per conto suo, guardando di tanto in tanto lo schermo per vedere cosa stava succedendo. Erano, come sono i bambini, critici feroci e implacabili. Se a loro non piaceva qualcosa, cambiavano canale. Non hanno mai parlato tra di loro durante il volo. Gli assistenti hanno dovuto levar loro le cuffie dalle orecchie per chiedere che cosa volevano mangiare. A differenza di tutti i passeggeri non erano interessati al cibo, tanto erano assorbiti nella loro ‘dipendenza’. Una o due volte la madre diede un’ occhiata dal sedile di fronte per assicurarsi che stessero bene.

Questo mi ha permesso un volo tranquillo ed ho applicato la saggezza di Bede riguardo ai viaggi aerei. Ma fino a che punto siamo arrivati in questi vent’anni con una generazione che preferisce comunicare attraverso programmi informatici e che trova l’interazione umana meno stimolante e troppo impegnativa ?

Una relazione della UE sulla salute dei bambini raccomanda che nessun bambino sotto i tre anni sia posto di fronte ad uno schermo. Questi anni formativi non possono essere compromessi. Siamo abituati a vedere nel terzo mondo adulti fisicamente sottosviluppati a causa della loro cattiva alimentazione, piccoli come dei bambini. Ora stiamo vedendo simili effetti psicologici tra i giovani del nostro mondo hitech.

La stessa relazione UE considera che l’effetto della tecnologia eccessiva sui giovani sarà il prossimo scandalo sanitario a scoppiare, analogo a quello che ha collegato definitivamente il fumo al cancro. Che cosa abbiamo intenzione di fare al riguardo?

Laurence Freeman OSB