TABLET LUGLIO 2015

Mindfulness

L’odierna chiacchiera mediatica su“meditazione e Mindfulness”

mette in luce una tendenza dei media a titoli di effetto a discapito di serietà e accuratezza. Questo è spesso vero anche per il giornalismo scientifico di divulgazione – “la barbabietola cura il cancro”, “la meditazione vince la depressione” – che presenta come verità comprovate ciò che è in fase di sperimentazione. Ci intrattiene in conversazione, ma può essere molto fuorviante.

Quella che i giornalisti chiamano in modo approssimativo ‘Mindfulness’ o ‘meditazione’ o ‘meditazione di tipo Mindfulness’ di solito ignora le necessarie sfumature di questi termini. Questa ambiguità ha accompagnato le affermazioni clamorose che la ‘meditazione’ (in realtà solitamente la ‘Mindfulness’) procuri benefici fisici e psicologici. Si sta sottoponendo tutto ciò ad uno scrutinio più severo. Ora è importante essere d’accordo su chiare valutazioni riguardo il tipo di pratica in questione e sulla reale ricerca condotta.

La scienza medica è stata a lungo scettica circa queste affermazioni populiste espresse sulla Mindfulness. L’anno scorso, nella rivista medica “The Lancet” il Dr Richard Horton ha messo decisamente in discussione non solo la scientificità, ma anche la appropriatezza del metodo usato per arrivare alle affermazioni fatte sulla Mindfulness (MBSR). Egli la vede come una pratica che è stata estrapolata da e resa orfana del Buddismo (in realtà, essa ha un parallelo nella spiritualità Cristiana nelle pratiche dell’“attenzione del cuore” e della presenza di Dio). Per Horton tali affermazioni sulla Mindfulness sono discutibili anche perché fuori contesto. Significativamente, manca il legame essenziale con compassione e saggezza. Egli conclude domandando se “la scienza [sia proprio] il luogo giusto per scoprire il significato e l’efficacia della mindfulness”?

Credo che questa domanda sul significato sia più importante che mettere puramente in discussione le affermazioni sui benefici fisici e psicologici. Per quello che so dell’articolo di Faria and Wikholm, condivido parte del loro scetticismo circa queste affermazioni ‘scientifiche’. Mi sono spesso chiesto se il miglioramento della pressione sanguigna e della depressione attribuiti alla meditazione/Mindfulness non possa ottenersi con del buon esercizio fisico e una dieta.

Ma da laico faccio un passo indietro ogni volta che leggo una frase che inizia con “La ricerca dimostra che la maggioranza…”. Non c’è dubbio che la ricerca sulla meditazione di Mindfulness varia in qualità. Nel complesso, però, sembra scienza a buon mercato – che getta via il bambino con l’acqua sporca invece di limitarsi a cambiarla con acqua pulita.

Le persone non fanno pratiche di consapevolezza o meditano solo per affermazioni che sentono dai media ma perché effettivamente fanno esperienza dei benefici e perché sentono di avere un disperato bisogno di aiuto. Se questo viene catalogato come “effetto placebo”, per piacere spiegate cosa vuol dire. Da dove arrivi questo effetto nel complesso misterioso della coscienza umana – corpo, mente e spirito – è ben lontano, forse infinitamente lontano, da una spiegazione scientifica.

Evidentemente questa discussione ha bisogno di chiarire la terminologia. Potrebbe iniziare con una distinzione fra Mindfulness e meditazione. Nella pratica della Mindfulness (sulla quale la maggior parte della “ricerca sulla meditazione” si basa) l’attenzione del praticante rimane su di sé. Guarda i pensieri, fa una scansione del proprio corpo o si focalizza sulle sensazioni. Nella meditazione, al contrario, l’attenzione viene spostata da se stessi, mettendo da parte ogni pensiero. Questa distinzione ne suggerisce altre due: quella tra la tecnica e la disciplina e quella tra i frutti e i benefici. Da ciò possiamo ricomporre il contesto perduto della meditazione (nelle sue diverse forme) che non è scienza ma saggezza contemplativa.

La tecnica si focalizza su risultati misurabili. I benefici possono essere utili ma rimangono di limitato valore umano. Una disciplina invece produce frutti spirituali (“amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza…”) che non sono meno reali solo perché la scienza non può misurarli. Come si può misurare l’esperienza della presenza di Dio mentre si medita con una classe di bambini in un quartiere povero? O ascoltare una donna morente che descrive come la meditazione la sta aiutando ad affrontare la morte con fede e pace?

I due emisferi asimmetrici del cervello ancora disorientano la scienza. Un importante e recente studio afferma che, nonostante lavorino assieme molto più di quanto si pensasse prima, c’è ancora “un mondo di differenza fra loro”. Marta e Maria lo testimoniano, come anche l’approccio apofatico e catafatico della teologia. La mente umana è straordinariamente capace di tipi diversi di attenzione – il dettaglio su una foto (emisfero sinistro) e la foto intera (emisfero destro). Similmente preghiamo in modi diversi, leggiamo le scritture, celebriamo la messa, facciamo una scansione del corpo – o entriamo nella cella interiore, come Gesù, maestro di contemplazione, ci invita a fare, nel silenzio e nella quiete oltre il pensiero e l’immagine.

Il tipo di attenzione che utilizziamo crea non solo diversi risultati misurabili, ma mondi diversi. La Scienza è un tipo di attenzione. A volte, falsamente sostiene una supposta ‘oggettività’ e di essere la strada migliore alla verità. Per molti scienziati oggi questa è una posizione obsoleta. A Barcellona, il prossimo Ottobre un Seminario organizzato da Meditatio su “Meditazione e Scienza” affronterà proprio questo problema.

Non sarà su “la scienza della meditazione” ma come la meditazione può aiutare gli scienzati a riorganizzarsi e allontanarsi da riduzionismo e spirito di competizione verso l’intuizione contemplativa, rispettando le diverse forme di attenzione – la condizione da cui le intuizioni scientifiche più utili sono sempre derivate.

Laurence Freeman