TABLET Gennaio 2015

 Slea Head nella parte occidentale della contea di Kerry in Irlanda è un posto molto austero in gennaio. Ma ci sono chiare, meravigliose giornate, così come nebbie basse e pigre che avvolgono tutto.

Chi cammina lungo i sentieri della costa in questi giorni freddi si scambia parole di augurio brevi e calorose riscoprendo l’intimità tra estranei che passano in luoghi solitari dopo la cortese indifferenza della stagione turistica in cui tutti si spintonano. Siamo come uccelli che appaiono all’improvviso, così pochi che si possono notare con interesse umano.

L’uomo con una giacca da lavoro arancione che stava riparando i muri di pietra a secco delle tipiche capanne rotonde come alveari non conosceva molto della loro storia. Usava solo le mani, protette dai guanti, e nessuno strumento se non uno scalpello. Le capanne erano le abitazioni delle famiglie, come anche dei monaci celti che cominciarono a vivere la spiritualità del deserto egiziano su questa costa a partire dal quinto secolo. Quell’uomo era uno dei pochi a possedere ancora la tecnica per costruire questi muri a secco resistenti al clima, senza cemento o malta, che qui hanno contraddistinto la cultura locale per migliaia di anni. Quando gli ho chiesto se le capanne davvero riparavano dal freddo, ha alzato le spalle ed ha sorriso dicendo di preferire il riscaldamento centrale. Ero d’accordo anch’io. E’ dura pregare quando fa freddo ed è umido.

Per quanto possiamo essere distanti dai nostri antenati più robusti ci può essere ancora un ponte di esperienza condivisa e di consapevolezza che ci unisce. Noi possiamo essere grati ed apprezzare le comodità delle quali essi avrebbero certamente gioito se avessero potuto. Ammiriamo la loro resistenza e questo ci mette in guardia dal diventare troppo delicati. (I bei tempi potrebbero non durare). Questo collegamento nella differenza è percettibile nelle relazioni tra nonni, genitori e figli, ma ha anche un aspetto sinistro.

Qui in Irlanda, una generazione fa, la vita rurale era ancora austera e semplice – si può leggere “The Islandman” di Tomas O’Crohans e il suo racconto omerico della vita sulle isole Blasket fino alla metà del secolo scorso. Quelli che si ricordano com’era, non desiderano tornare indietro a quei disagi e a quelle evitabili tragedie; ma quando vedono il mondo nuovo della futura generazione che si profila, sentono che il cambiamento riguarda ben altro che delle nuove apparecchiature. E’ un tuffo in una nuova epoca. Con la fine delle scomodità è arrivato anche il grande oblio.

L’Italia si è stupita di recente per uno spettacolo di quiz in cui ad alcuni studenti è stato chiesto quando Hitler era arrivato al potere (1933). Uno solo di loro si è avvicinato alla data giusta. Alcuni hanno risposto nel XIX secolo ed uno anche nel 2001. La miope rivendicazione di Francis Fukyuama nel suo la “Fine della storia” scritto dopo la fine della guerra fredda, ci dice che in un certo senso la storia è arrivata davvero alla fine – o almeno il nostro senso collettivo del tempo. Come può uno storico dichiarare che la storia è finita solo perché una parte ha vinto una guerra?

Il cambiamento da analogico a digitale esemplifica un mutamento in consapevolezza e prospettiva. I fan dell’audio concordano sul fatto che l’analogico (ad esempio, i vecchi dischi in vinile che hanno oggi un nostalgico revival) ha un suono molto più preciso e ricco del digitale. E’ una trasposizione diretta, mentre la registrazione digitale traduce il suono nell’universale codice binario del computer e mette uno spazio ulteriore – una dimenticanza – tra questo e l’originale. In una registrazione digitale, ovviamente, si può fare molto di più – modificare, copiare, trasferire. Ma moltiplicate gli effetti della consapevolezza formati da migliaia di attività digitali quotidiane e la natura del cambiamento culturale si farà più chiara.

Come le registrazioni audio e video creano una realtà virtuale più vivida ed eccitante, il vero originale si dissolve nelle nebbie della storia. Non c’è più lo sguardo diretto di mani fredde che cesellano la pietra, ma la ripresa di quel fatto nel chiosco turistico (chiuso da novembre a Pasqua). Molte più cose diventano immediatamente presenti nell’immaginazione digitale – il mondo non è più lontano del click del mouse. Ma il click disincanta. Illusioni di relazioni che non esistono in nessuna dimensione umana sono promosse dai media sociali e possono sembrare preferibili ad incontri reali che portano così tanti pericoli di delusioni e di perdita di controllo. Il digitale cancella il processo e quindi il senso di un tempo vero. I vecchi set della TV analogica dispensavano illusione, ma potevi vederla svanire quando il punto centrale di luce nello schermo spariva lentamente.

Ciò che si vuole ora è ciò che si può avere e riprodurre. Non vogliamo naturalmente tornare ai tubi catodici e alle capanne. Ma ciò che questa generazione sta perdendo è immenso e forse irrecuperabile, come le culture storiche più antiche. Solo un recupero di contemplazione, esperienza diretta, può far ritrovare l’equilibrio umano nella nostra società digitale. Stranamente, ma è fonte di speranza, i bambini oggi sembrano sentire questo problema più dei grandi. Se ce ne ricordiamo, questo potrà essere un anno migliore.

Laurence Freeman OSB