TABLET FEBBRAIO 2014

 Il suonatore jazz di tromba indossava una specie di pigiama a pois ed una giacca rossa.

I suoi capelli erano rasati ai lati e  alti sulla testa con un tocco elegante di giallo. Il palco era allo stesso livello del pubblico che aspettava seduto; e noi stavamo a pochi centimetri da dove i musicisti si sarebbero esibiti. La batteria taceva, e c’era una tromba dalla forma strana lasciata a terra sul pavimento, e la tromba era il vero motivo per cui quella cantina si era affollata di gente così diversa per età, razza e provenienza, unita dalla conoscenza e dall’amore per il jazz, ma c’era almeno un analfabeta musicale. Le persone finirono di mangiare prima che iniziasse il concerto e aspettavano con pazienza entusiastica. C’era un fremito quieto nell’aria, come l’eccitazione dei bambini quando si accorgono che sta per accadere quello che hanno a lungo desiderato.

C’è qualcosa di magico in ogni tipo di spettacolo. E’una liberazione nel bosco scuro del mondano e del prevedibile – uno spazio e un tempo di eccezionale chiarezza e di accresciuta coloritura nel quale il nostro vedere ed il nostro sentire esplodono con una intensità e una vivezza che ci fanno capire come la vita sia , per fortuna, più di quanto abitualmente appaia. Quando la vita è valorizzata ciò che è realmente importante viene fuori, libero dalle ansietà ossessive e dagli stress della settimana lavorativa.

Questa magia del teatro è così potente che può creare il culto della celebrità, laddove un attore che la settimana prima faceva fatica a pagare le sue multe, viene improvvisamente innalzato alla statura di un dio, ricco e intoccabile. A questo punto le cose cominciano ad andare male, perché la necessaria illusione propria di ogni spettacolo – il costume degli attori o le vesti del prete, la felice sospensione di incredulità necessaria ad ogni esibizione, sacra o profana – è corrotta dalla forma peggiore di fantasia, cioè la tendenza a far diventare l’arte un’evasione dalla realtà.

Nel Globe Theater di Shakespeare siamo portati a credere che ci fosse una terrena, divertente intimità tra gli attori e gli spettatori prima e durante lo spettacolo. Il pubblico pagava un penny per stare nel cortile all’aria aperta ed essere trasportato su mari e montagne, attraverso i secoli, in mondi che esistevano solo nell’immaginazione del drammaturgo, ma ai quali tutti sentivano di appartenere e dove comprendevano se stessi meglio che a casa, sotto la pioggerella e in mezzo agli odori dei vicoli di Londra.

Christian Scott, il giovane trombettista nero, passa tra noi  andando a raggiungere i membri del suo gruppo al bar. C’è il sassofonista, il pianista latino americano, il più anziano del gruppo, e il suonatore di contrabbasso che, anche se suona lo strumento più sommesso, fornirà lo swing alla performance, quel senso di unità ritmica che si produce tra i suonatori e si trasmette al pubblico, creando la liturgia di una sessione di jazz.

Scott suona la sua tromba con uno stile tutto suo ed il suono annuncia che è arrivato il momento che tutti stavamo aspettando. Ora non c’è più l’attesa, solo la magia che farà sparire l’irrealtà e chiamerà le presenze nascoste a rivelarsi. Per gran parte dello spettacolo Scott ascolta le improvvisazioni dei suoi compagni. Il suo ascolto è assorto e reverenziale. Si prepara per i suoi pezzi di bravura in cui tocca le altezze e le profondità della sua arte, la bellezza ed il dolore della vita. Quando suona raggiunge l’apice della passione e di un totale coinvolgimento, di completo abbandono che lo spinge giù verso il pavimento o su verso il soffitto. La sua abilità è impressionante e inconsapevolmente esibita. Evidentemente questo è quello per cui vive e che noi siamo venuti ad ammirare.

Tra un’esibizione e l’altra presenta gli altri musicisti. E’spiritoso e sicuro nel condurre senza sforzo la serata, si profonde in aneddoti e scherzi sui compagni con un affetto evidente, quasi imbarazzante. Siamo tutti trasportati nel momento magico che deriva dal breve ma intimo unisono di tutti i suonatori. Come ogni vera liturgia, finché dura è reale.

Poi Scott chiama la bella e giovane donna nera dal rossetto vivace che sta seduta al tavolo vicino a noi di fronte a lui, e la presenta come sua moglie e amore della sua vita. Lei si alza e canta, con una voce morbida che ondeggia dentro e fuori la musica ma finisce con quattro battute perfettamente tenute. L’intimo segreto  della felicità di questo spettacolo è stato condiviso. Non solo abilità e virtuosismo, ma l’arte è servita come mezzo per esprimere i bei tesori della stanza interiore del cuore.

Cosa  può rendere più felice un uomo del poter fare uso del dono che Dio gli ha fatto sotto lo sguardo dell’amore della sua vita ?

Laurence Freeman OSB