TABLET DICEMBRE 2014

 Ho incontrato pochi giorni fa, in America Latina,

uno straordinario gruppo di ragazzi che avevano scoperto la dimensione contemplativa della vita molto presto grazie ad un insegnante che l’aveva scoperta tardi nel suo percorso esistenziale.

Quando sono arrivato per incontrarli stavano tranquillamente aspettando in cappella seduti nei banchi. Ma quando ho visto che c’erano dei cuscini sparsi sul pavimento dell’aula, ho chiesto loro dove preferivano sedersi. Come se fossero stati catapultati fuori dai banchi elettronicamente, in un istante si sono messi sui cuscini Ho chiesto loro per quanto tempo avrebbero desiderato meditare e mi hanno risposto che abitualmente lo facevano per venti minuti. Avevano tra i dodici e i quattordici anni.

Dopo la meditazione ci siamo confrontati sulle loro domande e poi ho posto loro le mie. Perché pensavano che fosse una buona cosa imparare a pregare in silenzio e immobili, essendo cresciuti in una cultura che richiede velocità ed una comunicazione continua ? Non mi aspettavo l’auto consapevolezza o la saggezza di ragazzi più grandi della loro età che mi hanno dimostrato nelle loro risposte. E nemmeno la preoccupazione che esprimevano nei confronti dei loro amici e di chi non aveva avuto la fortuna di incontrare la pratica contemplativa così presto come loro.

Mi spiegarono come le loro vite fossero troppo impegnate ed intense e come dovessero raggiungere troppo e troppo in fretta, e riempire la giornata con troppe attività. Mi hanno ricordato l’iperattività della scuola americana dove l’allenamento del calcio inizia alle nove di sera. Poiché questo era lo stile di vita ed il tipo di aspettative con cui erano cresciuti, mi sono chiesto da dove venisse la chiarezza con cui guardavano a se stessi. Mi sono reso conto che era la stessa equilibratrice esperienza di meditazione a renderli consapevoli dello squilibrio e del malfunzionamento della cultura in cui venivano formati. Non criticavano nessuno in particolare ma erano frustrati, persino arrabbiati per il modo in cui venivano trattati.

Una graziosa ragazzina di quattordici anni sembrava raccontare un’esperienza dolorosa quando parlava di come si sentiva di fronte al fatto che a giovani della sua età fosse ingiustamente chiesto di crescere troppo in fretta. Troppo presto nelle loro vite si sentivano messi in contatto con conoscenze e preoccupazioni da adulti e si richiedeva loro di reagire come se avessero l’esperienza necessaria, cosa che si rendevano conto di non avere. Era una strana lamentela.

Forse ciò che li rendeva così consapevoli e capaci di esprimersi era il fatto che il loro affezionato insegnante, che chiamavano per nome ed amavano in special modo, li aveva incaricati di insegnare la meditazione ai bambini più piccoli della scuola. Il miglior modo di neutralizzare gli effetti negativi di un’esperienza dolorosa è forse quello di usare la conoscenza acquisita a fatica a favore di altri. Essi sapevano che ciò che trasmettevano ai più piccoli li avrebbe aiutati a superare, nella loro più precoce fase di crescita, quegli stessi problemi con i quali i loro fratelli e sorelle maggiori, stavano ora consapevolmente combattendo.

Ero allo stesso tempo ammirato e dispiaciuto per loro perché erano avanguardie di una nuova specie di gioventù e antesignani di una nuova forma di civilizzazione. Erano modelli di un nuovo tipo di innocenza di cui il nostro mondo troppo colpevole è avidamente in attesa. Il vecchio li aveva tristemente trascurati, ma le due generazioni insieme stavano sperimentando qualcosa di nuovo e vecchio al tempo stesso. Oggi siamo insieme in attesa, giovani e vecchi; o forse stiamo attraversando un ponte tra passato e futuro che è il ponte senza tempo della presenza la cui arcata è la contemplazione, o, come la definisce l’Aquinate, il “semplice godimento della verità”. I giovani, persino i molto giovani, sono magnificamente accordati a questa presenza.

Come succede in Avvento, aspettiamo, in questo momento della nostra logora cultura, ciò che è già qui. Ciò che ci viene incontro ci spinge anche da dietro in avanti. Noi (non) dovremmo chiedere ai giovani di crescere troppo in fretta perché i paradossi della crescita non possono essere anticipati e si deve lasciare loro aprire le porte della saggezza nel momento giusto. Il tempismo è tutto e, a dire la verità, molto raramente abbiamo i tempi giusti nel crescere i giovani. La vita è una serie di errori dai quali impariamo ciò che è naturale.

Il Gesù bambino, la cui nascita ci stavamo preparando a comprendere meglio nel tempo di avvento, era anch’egli una sorta di prodigio. Dopo l’incontro con i dottori nel tempio, quando aveva dodici anni ritornò con i suoi genitori a Nazareth e, a loro sottomesso, “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”. Egli era oltre il suo tempo; ma attese e crebbe secondo natura come noi dovremmo fare permettendo ai giovani di scoprire pian piano chi sono.

Laurence Freeman OSB