Prima settimana di Avvento 2016

Padre Laurence scriverà una riflessione per ognuna delle quattro settimane di Avvento. Ciascuna può essere letta nella sua interezza o nelle sue parti durante la settimana.

Prima settimana di Avvento 2016

Siamo creature di desiderio

Abbiamo aspettato l’Avvento per la maggior parte dell’anno. (Il Verbo si è fatto carne il 25 marzo, nella festa dell’Annunciazione). Ma, come un seme che cresce silenziosamente nella terra, giorno e notte, il suo silenzio inizia ad essere udibile nelle quattro settimane di Avvento. Se possiamo sentire il volume crescente del silenzio dell’Incarnazione, durante questo tempo di aumentata aspettativa, saremo meglio preparati a celebrare il Natale come dovrebbe essere celebrato.

La natività, nel nostro mondo dei sensi, della umanità divina e del Dio umano è un mistero senza fine – e così si perde facilmente in mezzo alla chiassosità natalizia. Si rivela e si nasconde allo stesso tempo. In Avvento, noi iniziamo ad accorgerci di come Dio sia, contemporaneamente, molto audace e molto schivo.

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Poiché l’Avvento è composto da quattro momenti, vogliamo cogliere l’esperienza dell’attesa con questo stesso numero di tappe. La prima è la fievole consapevolezza che c’è qualcosa da attendere. Questa è sentita più che pensata. Il sentimento dell’attesa, comunque, acuisce la consapevolezza e ci risveglia a noi stessi. E’ curioso che noi si debba prima essere destati dal desiderio, dalla pena di non avere ciò che desideriamo e che non riusciamo neppure propriamente a nominare. Ma l’Homo Sapiens è per natura scontento e sempre affamato d’altro. Le nostre soddisfazioni sono meravigliose, ma non durano a lungo. Saziare il nostro desiderio non colma il senso di incompiutezza che domina il nostro io continuamente mutevole. Prima che la schiuma di un’onda di successo colpisca la spiaggia, un’altra si sta formando dietro di essa. Siamo creature di desiderio. Così, istintivamente e inevitabilmente noi interpretiamo ogni momento come doloroso o piacevole.

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Quando capiamo questo, maturiamo e diventiamo più bravi ad allevare i nostri bambini. Ci rende teneri, e indulgenti nei loro confronti. Siamo toccati e divertiti vedendoli in estasi, quando le loro speranze, intense anche se ancora piccole, si avverano. Ma questo ci rende consapevoli di quanto dovremmo noi contribuire a dare forma ai loro desideri e di quanto dovremmo mantenere le nostre promesse. Attraverso questa consapevolezza, creata dalla maturità, impariamo ad essere centrati sugli altri (a volte). Scopriamo la saggezza provocatoria di mettere la felicità degli altri sullo stesso piano della nostra. I bambini ci insegnano questo.

Non è sorprendente quindi che, quando la sapienza di Dio prende forma umana, lo faccia nelle vesti di un bambino. Dobbiamo prenderci cura noi di Lui. Chinarci verso di Lui. Cambiare i suoi pannolini, confortare il suo pianto.

Il dono che abbiamo tanto atteso colma il nostro desiderio, al punto da farci distogliere l’attenzione da noi stessi.

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Ho visto adulti narcisisti ed angosciati, tormentati dalla delusione di una lunga attesa, trasformati da una nuova nascita, proiettati in una forma di felicità che non avrebbero mai potuto raggiungere esaudendo i loro desideri.

Anche l’umanità ha vissuto in attesa, da quando è stata risvegliata per la prima volta dalla schiavitù del desiderio. Abbiamo atteso che Dio emergesse dalle nostre immagini e desideri proiettati sugli dei che ci siamo costruiti da noi stessi. Dio ci coglie di sorpresa. Arriva come un bambino indifeso che dobbiamo nutrire e proteggere affinché he possa sopravvivere e crescere. Siamo noi ad allevare Dio. Ma la crescita che segue diventa meravigliosa, come è stato per Maria e Giuseppe. E’ il nostro cosiddetto “viaggio spirituale”.

Come per Maria che “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).

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Nella contemplazione, Dio nasce in noi, non sappiamo come, ma ad un certo punto sentiamo i dolori del parto ed una crescente meraviglia rimpiazza il ciclo del desiderio.

L’Avvento ha senso perché crescere significa una vita che si apre a nuovi livelli di esperienza e di significato. L’impegno quotidiano, l’aver a che fare con le cose, far fronte alle contingenze, prendersi delle pause per far fronte alla fatica è tutto un unico livello. E’ il livello primario, dove successo e fallimento sono ciò che sembrano perché così sono etichettati dagli altri. Ma un altro livello si manifesta, in cui tutti questi giudizi e attività appaiono anche simbolici, riflettendo un’altra dimensione della realtà, esprimendo un nuovo modo di essere, una fresca consapevolezza che ci spinge da un mondo torturato da giudizi e insoddisfazioni, in un regno abitato dalla meraviglia dello scambio di doni e di una reale, non sentimentale, innocenza.

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L’allenamento a questo implica pazienza, l’arte contemplativa dell’attesa. Nel mondo moderno noi abbiamo perso quest’arte di saggezza pratica, ma la meditazione ce la restituisce. Un Avvento contemplativo donerà nuovo incanto al nostro Natale, risparmiandoci il tedio del suo crudo consumismo.

Diventiamo pazientemente consapevoli di ciò che stiamo aspettando, mentre esso si precipita verso di noi attraverso gli spazi interstellari, si dirige verso di noi, ci desidera appassionatamente, trasformando quel che desideriamo nella misura in cui ne diventiamo più acutamente consapevoli.

Emily Dickinson si chiedeva:

Chissà cosa prova una Notizia quand’è in viaggio
Se le Notizie hanno un Cuore
Scendendo verso la Dimora
In cui entrerà come un Dardo!

How News must feel when travelling
If News have any Heart
Alighting at the Dwelling
‘Twill enter like a Dart

Noi siamo umili creature di desiderio. Così, non facciamo che ripetere il ciclo di dolore e piacere finché non comprendiamo che anche noi siamo desiderati. Ciò che veramente desideriamo, l’amore che ci crea, ci ha già mirato. E’ questo il motivo per cui lo desideriamo. E’ quello che desideriamo ardentemente, perché Dio desidera noi.