Seminario John Main 2018 a Bruges

Un mosaico di visioni di speranza

Il Seminario John Main 2018 (JMS 2018), Una Risposta Contemplativa alla Crisi di Cambiamento (Bruges 20-23 Settembre), è stato una pietra miliare per la nostra comunità. Citando Laurence Freeman: “È stato il JMS più significativo dal 1991 quello in cui per la prima volta abbiamo preso forma in quanto comunità”. I testi che seguono offrono un assaggio degli interventi del seminario. Potete vederli, sentirli (e anche scaricare) gli interi discorsi dal link: http://tiny.cc/JMS18_vid. Una edizione della rivista Meditatio sarà dedicata al Seminario.

Laurence Freeman: vedere con chiarezza quello che c’è realmente

Una delle cose che speriamo per il seminario è che noi si possa affrontare – con coraggio e chiarezza – la totale realtà di crisi, che percorre ogni istituzione e settore del mondo moderno: dalla politica alla medicina, alla chiesa, alla scienza e alla economia. Ma ci auguriamo anche non ci lasceremo nella disperazione ma con una visione di speranza, specialmente riguardo a come discernere le modalità per andare avanti. Più di ogni altra cosa stiamo cercando di crescere nella dinamica del discernimento. Anzi, la parola crisi in Greco significa capacità di giudizio. E il lavoro buono, la buona gestione, la vità e la società buona richiedono un giudizio buono, la capacità di pensare criticamente. Senza questa capacità, siamo molto probabilmente come i membri di una massa più che i partecipanti attivi di una democrazia. Oggi, con prontezza rifiutiamo il ‘giudizialismo’, perché pensiamo che in qualche modo il dare un giudizio equivalga all’intolleranza. Ma la capacità di vedere e discernere in modo chiaro è assolutamente essenziale per la giustizia e la compassione, per l’equità e l’equilibrio, per il nostro benessere e quello del mondo. La capacità di vedere con chiarezza quello che c’è realmente là fuori, ci permette di distinguire tra la nostra percezione e la realtà, tra i nostri filtri e la verità. Ci dona la capacità di distinguere tra notizie false (fake news) e notizie vere (e quelli che accusano i notiziari onesti di essere falsi). E grazie a questa visione disciplinata, acquisiamo il potere e la responsabilità di discriminare. Siamo in grado di esercitare il dono della nostra libertà non per acquisire e assicurarci il nostro, ma per creare e sostenere un bene più grande per tutti. E dunque, il nostro seminario intende abbracciare e formare l’intera persona, sapendo che la qualità della nostra consapevolezza determina la qualità del nostro discernimento e delle nostre azioni e, così, la qualità del nostro mondo insieme.

Van Rompuy: la democrazia non funzionerà senza amore

Democrazia è un verbo [è azione], e la condizione prima che necessita è acquisire abitudini democratiche. Dialogo e conversazione richiedono un profondo rispetto per qualunque essere umano. Per dirla all’antica: senza amore, nel più ampio senso della parola, la democrazia non funzionerà. Senza questo concetto di persona, senza personalizzazione, non si realizzerà nulla. Ogni persona conta, ognuno è scritto sul palmo della mano di Dio. Democrazia non è solo una tecnica, è una filosofia. L’opposto di estremismo è conversazione. Amo questa parola: conversazione, è parte costitutiva delle nostre democrazie. La conversazione porta alla moderazione. Il mondo ha bisogno di moderazione come antidoto al nazionalismo e alla durezza. I cuori sono induriti. Dobbiamo mettere moderazione nella pratica a tutti i livelli di potere, a tutti i livelli di responsabilità, di nuovo. Talvolta i leader devono assumere le loro responsabilità, anche se ciò significa andare contro la corrente della marea. Si chiama coraggio politico. In una democrazia certamente è il popolo ad avere l’ultima parola, ma ciò non deve impedire ai leader di mostrare leadership. Spesso parliamo di un deficit di democrazia, ma anche il deficit di leadership può avere serie conseguenze. Democrazia non significa caos, anche se il cambiamento è parte del gioco. La democrazia non è statica ma dinamica, talvolta troppo dinamica. Dobbiamo convincere la gente. Cari fratelli, in una terra in cui i leader pensano di avere sempre ragione, i fiori non fioriranno in primavera. Quella è una terra grigia, quella è una terra sorda. Per questo, conosce solo l’inverno come stagione. Ma la democrazia è vita e noi siamo dalla parte della vita. Io continuo ad essere un uomo di speranza.

Sean Hagan: La meditazione migliora la capacità di giudizio

Appena fui nominato consigliere generale del Fondo monetario internazionale, la gamma dei miei problemi da affrontare è aumentata in modo esponenziale. Mi sono reso conto che avevo perso il controllo della mia agenda. Andavo al lavoro con un elenco di cose da fare e alla fine della giornata nessuna era stata fatta. La lista era diventata più lunga. Mi rendevo conto di non essere in grado di concentrarmi su niente, perché mi si chiedeva di concentrarmi su troppe cose. Questo è uno dei motivi per cui la mia pratica quotidiana di meditazione è diventata così utile per me. Come sapete, la meditazione ha a che fare concretamente con l’imparare a stare nel momento presente. Non è facile, perché i nostri pensieri ci tengono o fermamente nel passato o pienamente nel futuro. Come ha detto John Main, la meditazione ha a che fare con lo sviluppo di uno “spirito di attenzione”. Quello che ho scoperto è che riuscire a mantenere quello spirito di attenzione al di fuori dei tempi della meditazione poteva darmi importanti benefici. Divenne più facile trattare con una molteplicità di problemi. Invece di andare nel panico, potevo imparare a focalizzarmi solo sullo specifico compito che avevo davanti. Essere qui ora.

Il secondo beneficio della meditazione riguarda il processo decisionale. Per me, è in un certo senso più importante e più profondo. Riguarda non il processo, ma la qualità delle decisioni. Un beneficio chiave è che la meditazione contribuisce a sviluppare un certo distacco. Il Dalai Lama usa la parola “equanimità”. Lasciando andare i pensieri, si capisce di avere pensieri, ma di non essere i propri pensieri. Siamo qualcosa di più grande e migliore di questi pensieri. È importante non considerare questo distacco come una forma di disimpegno. Questo è uno dei problemi che ho con la parola “distacco”. Sembra suggerire che si è disimpegnati. Invece, dà la possibilità di impegnarsi realmente con maggiore efficacia. Mi ha aiutato a impegnarmi con più efficacia. Così tanti dei nostri pensieri sono inconsci, spesso siamo guidati da loro, non solo idee casuali, narrazioni spezzate, ma anche emozioni, ansietà, rabbia. Separando noi stessi da loro, creando questa “spaziosità”, usando la parola di Laurence, essi hanno fondamentalmente meno potere su di noi. Ciò ci consente di vedere le cose con più chiarezza, come sono davvero, piuttosto che distorte dalle nostre narrazioni, paure, emozioni, fantasie. Questa equanimità, questo distacco, mi ha permesso di esercitare un miglior discernimento.

Marco Schorlemmer: La scienza è una pratica spirituale

Forse il cuore contemplativo della ricerca scientifica suggerisce che la Scienza è di per sé una pratica spirituale. Perché investigare significa essere aperti all’ignoto, lasciare che siano la curiosità e la meraviglia a guidare questa ricerca. È consentirsi di essere trasformati da essa. Così il percorso della nostra vita, il nostro viaggio spirituale, è fondamentalmente un percorso di ricerca. Iniziare a cercare e porre l’enfasi sul cercare, non su ciò che si cerca. Sulla qualità della nostra ricerca e non sulla quantità di conoscenza che generiamo. Questa è la via, questo lo scopo. Se stiamo con il quadro attuale ereditato dalle società industriali, centrato sulla produzione materiale e sul profitto, governato da una economia produttore / consumatore, allora identificheremo lo star bene con la ricchezza e lo misureremo in denaro. Se stiamo con l’idea dell’intelligenza artificiale come realizzazione di agenti razionali autonomi, cosa che massimizza il profitto atteso, allora penso che la scienza e la tecnologia che produciamo continuerà a dare benefici solo a una minoranza della popolazione umana. Ciò rafforzerà l’attuale distribuzione del potere e alimenterà una economia produttore / consumatore che non conduce alla liberazione ma alla schiavitù.

Teresa Forcades: l’appartenere e il non appartenere

Vorrei dire qualcosa sull’appartenenza. A mio avviso, l’appartenenza è un elemento assolutamente decisivo allorquando ci chiediamo che cosa potrebbe significare orientare in modo differente la nostra economia, la nostra politica, la nostra attività nel mondo. Vorrei iniziare citando Hannah Arendt la quale, nel suo volume Le Origini del Totalitarismo, riprende le parole di Marcel Proust. La sentenza di Amleto “essere o non essere, questo è il dilemma” è riformulata dallo scrittore francese, il quale afferma quanto segue: “non è esattamente questo il dilemma. Il dilemma è: appartenere o non appartenere?”.

Il libro di Hannah Arendt è stato pubblicato nel 1951. L’evento occorso nel 1948 è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Quando questa fu pronunciata, Hannah Arendt iniziò a sviluppare la sua riflessione: chi ha il diritto di avere diritti? Detto altrimenti, cominciò quella che può essere definita una valutazione critica della Dichiarazione. Perché farlo? Perché a quel tempo Hannah Arendt stava vivendo negli Stati Uniti; ma in Germania, durante il regime nazista, era stata privata della sua nazionalità tedesca. Era stata fortunata ad essere riuscita a fuggire; era stata accolta negli Stati Uniti. Aveva un lavoro, ottenne riconoscimento; ma non ebbe la nazionalità fino al 1951.

Hannah Arendt chiedeva: come possiamo dire “Dichiarazione Universale”? Che cos’è questa Dichiarazione Universale se non appartieni ad una comunità politica umana? Se non vi appartieni, chi tutelerà per te quei diritti? Cosa significa questo? Cos’è questo vuoto, questo spazio astratto (in termini di diritti umani), se non hai l’organizzazione – il sistema per così dire – capace di renderli effettivamente concreti? La stessa cosa accade relativamente a questa Dichiarazione. I diritti sono enunciati in modo molto chiaro. C’è un diritto ad essere accolto, ad ottenere asilo politico se stai fuggendo dal pericolo, da una guerra, da un disastro. Ditelo alle persone che oggi annegano nel Mediterraneo. In un senso ancora più fondamentale, noi abbiamo diritto ad una casa dignitosa, ad un lavoro, a così tante cose che restano solo sulla carta. Che non accadono nella realtà. Diventa pertanto fondamentale appartenere ad una comunità che sia organizzata in modo tale che questi diritti possano essere tutelati.

 Charles Taylor: cercatori e stanziali

Una nuova situazione spirituale ha portato a ché ci sia un enorme numero di persone che possiamo definire dei “cercatori”. Sono persone che, in termini di risposta al Quadro Immanente, sono piuttosto convinti che non è tutto quello che c’è. Cercano qualcosa di più, ma… semplicemente non lo trovano. Il punto è: lo cercano, consapevoli che non lo hanno del tutto trovato. Consapevoli che c’è ancora molto da esplorare, molta più profondità in cui immergersi. Ma stanno cercando con modalità molto diverse. E questo è il modo di essere del cercatore. Quasi in contrapposizione, c’è un sociologo americano che usa questo concetto come parte di un sistema binario: i cercatori e gli stanziali. Si tratta di persone la cui relazione con la vita religiosa consiste sostanzialmente nell’essere parte di una struttura ecclesiastica di vecchia data, la vita che vi si conduce, e sono totalmente contenti in essa. All’opposto, i cercatori, che possono o meno appartenere alla chiesa in questo senso, possono avere una parte in loro da stanziali. Ma sostanzialmente, sentono la spinta ad andare oltre, in qualche misura devono approfondire, stanno mancando qualcosa di importante, vogliono andare avanti. Cercano discipline diverse e lì certamente è dove la meditazione può entrare nelle loro vite. Non è una sorpresa per me dal punto di vista di questa analisi, il perché questo movimento (WCCM) ha avuto inizio, e c’ero anch’io a quel tempo non così tanti anni fa a Montreal, con una dozzina di persone, e come questo movimento sia germogliato in una vasta organizzazione, con migliaia di persone, da tutti i paesi che si possono nominare. Fa parte di quello che ci si aspetta in un mondo dove così tante persone stanno cercando. Molti stanno cercando altrove, non raccoglie tutti coloro che cercano, ma una grande numero di persone, proprio perché in ricerca, gurada anche a questa comunità.

 Robert Johnson: le finzioni dell’economia

Quando si va al largo non si sa dove si sta andando. Gli economisti pretendono di sapere che il futuro è certo e conosciuto, ma penso questo sia assurdo. Uno dei maggiori critici dell’economia era un professore della Stanford University, René Girard, il quale aveva molta, diciamo, energia riguardo all’intersezione tra pensiero analitico, vita intellettuale, e vita spirituale. Quando critico l’economia, parlo sempre di come si costruiscano queste finzioni; non è ben conosciuto il fatto che Jeremy Bentham scrisse un libro intitolato La teoria delle finzioni, ma il mio titolo preferito deriva da un articolo del New Yorker di George Trow intitolato ln un contesto senza contesto. “Gli economisti agiscono come se il mondo fosse una bella tavola bianca neutrale sulla quale piazzare la propria vita e il risultato è un verdetto sul proprio valore e merito”. Mi sembra che questo sia un modo piuttosto infantile e ingenuo di formulare l’economia. Forse il mio economista preferito e che penso sia molto sottovalutato è Frank Knight. Egli è noto per la nozione che chiamano “incertezza radicale” ciò che è sconosciuto non conosce; io penso che questa piccola frase è assolutamente interessante in quanto ci fa capire come essi esercitino il cosiddetto metodo scientifico in economia, in modo non scientifico e lascino i loro studenti laureati perplessi riguardo la loro spiegazione del cambiamento: “Viviamo in un mondo pieno di contraddizioni e paradossi, un fatto del quale forse la più fondamentale illustrazione è questa: che l’esistenza del problema della conoscenza dipende dal fatto che il futuro è diverso dal passato, mentre la possibilità di risolvere il problema dipende dal fatto che il futuro sia come il passato. La chiave del paradosso, come abbiamo discusso sopra, consiste in questi due fatti: in primo luogo, analizziamo il nostro mondo come consistente di oggetti che agiscono in modo più o meno coerente; cioè, riconosciamo alle cose la invariabile proprietà di cambiare in certi modi. Se questo processo potesse essere condotto fino in fondo, avremmo un mondo del tutto conoscibile; tuttavia, sarebbe anche praticamente un mondo immutabile… È un fatto noto a chi studia i nostri processi del pensiero che ci spieghiamo il cambiamento giustificandoci.” IN MODO CIRCOLARE!
[Frank Knight “Rischio, Incertezza e Profitto”].

Barry White: guarigione e senso di unità

Sappiamo cos’è una cura e sappiamo quali sono le soluzioni tecniche: voglio la mia terapia genica, la mia chemioterapia per trattare la leucemia, l’antibiotico se ho la polmonite; voglio che la mia gamba venga messa a posto se me la rompo. Tutto ciò va benissimo ed non intendo negarlo.

La guarigione è però qualcosa di differente. Può accadere quando non ho una malattia come pure quando invece sono malato e mi sto curando con un trattamento che si dimostra efficace. Può accadere quando il trattamento non sta funzionando ed anche quando sto morendo. Molto spesso la guarigione avviene proprio in punto di morte. È decisamente esperienziale, molto ben radicata in questo spazio dell’essere, in questa profonda consapevolezza.

Certamente la guarigione è pace; è associata ad una accresciuta capacità di vedere nitidamente, con consapevolezza. È associata ad una riduzione dell’ego, nella misura in cui il sé si innalza al di sopra di esso. È perciò associata alla diminuzione del desiderio egoistico nonché all’altra faccia di questa medaglia, ovvero la paura di perdere questo stesso desiderio. Probabilmente l’aspetto più importante della guarigione è la sua connessione a questo senso di unità, ovvero alla nostra capacità di scorgere l’unità attraverso l’illusione della molteplicità e della diversità. È Gesù quando dice: “lasciate che essi siano uno con me, così come io sono uno con voi”. È ciò di cui parlano le Upanishad: lo Stato Unitivo. E da molti punti di vista la guarigione rappresenta l’applicazione pratica della non-dualità, poiché questa esperienza di unità è un’esperienza non-duale.

Vedo il mondo, vedo l’unità, vi sono connesso. Siamo ancora differenti, ma non siamo due. Io non sono uno, io non sono due. In questo modo la guarigione è un esempio di non-dualità che vive nella scienza medica. Anzi, più ancora, che sottende la scienza medica.