Sabato – Quinta settimana di Quaresima 2019

Giovanni 11, 45-56

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.

Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?».

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Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera.

Da giovane, sono cresciuto nella ricchezza della fede Cattolica. Il suo simbolismo potente mi ha aperto a nuove dimensioni della realtà. Avevo un’immagine di Dio tanto matura quanto poteva esserlo la mia età. Tuttavia, sempre più, mi relazionavo a questo personaggio — freddo, distante, in osservazione dall’alto, apparentemente amorevole, eppure costrutto terrificante nella nostra immaginazione collettiva — un po’ come si relaziona un ladro con una telecamera di sorveglianza.

“Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato”. San Paolo insiste sul fatto che dobbiamo crescere nella dimensione religiosa e fare breccia fino a raggiungere la realtà della dimensione divina, non il nostro costutto di essa. Queste parole del Vangelo di oggi vengono dal Grande Sacerdote che, con una spietatezza politicca sempre presente nei corridoi del potere, ci fornisce la chiave per capire questo maturare della nostra comprensione della narrazione paquale. Questo narrare di nuovo subirà una accelerata per chi di noi segue le liturgie.

Da bambino mi fu data una spiegazione semplice, a dire il vero super semplificata, di questa storia che demolisce i miti. La redenzione dei peccati, la sofferenza e la morte di Gesù, il sacrificio dell’agnello innocente, mi venivano spiegati come l’estinzione di un debito che l’umanità doveva ad un creatore buono e generoso. Se chiedevi qual era il debito, ti raccontavano la storia dell’eden e del fatale frutto che portò morte e miseria alla condizione umana. In questa forma, sembrava l’opposto della storia di Babbo Natale. Babbo Natale ti regala qualcosa senza nulla in cambio. Dio punisce la gente per qualcosa che non ha fatto e lo chiama peccato originale. Come una carta di credito, ti addebita qualcosa che tu non puoi pagare, mentre la colpa diventa sempre più grande.

Dopo una certa età e un certo livello di riflessione, questa spiegazione diventa un insulto per l’intelligenza della maggior parte della gente. Cercano una spiegazione migliore e si allontanano cercando la verità in tutta un’altra direzione. Il commento del Grande Sacerdote ci aiuta. Esso presenta una dinamica universale in ogni società umana e in tutte le relazioni comunitarie. René Girard, il pensatore francese, la riconobbe come meccanismo di fuga grazie al quale, in tempo di crisi, un gruppo in conflitto accusa dei suoi mali una vittima innocente che viene sacrificata, porta una pace temporanea ed è spesso più tardi divinizzata. Noi ancora lo facciamo con gli ebrei, i gay, gli immigrati, chiunque sia “altro” per la maggioranza.

La passione di Cristo riflette questa dinamica universale, ma lo fa solo nella prospettiva della vittima. La maschera è esposta — sebbene, poiché è un meccanismo così utile, continuiamo ad usarlo, scegliendo di essere inconsapevoli di ciò che stiamo facendo. La Quaresima e la meditazione sono in grado di cambiare questa scelta e di renderci consapevoli di ciò che stiamo facendo e di quale vera relazione abbiamo con il Padre. Il problema non è con la natura divina, ma con la psiche umana. Come si può aiutare le persone a crescere e ad assumersi la responsabilità per se stessi? Trattandole come adulti. La storia di Pasqua é per gli adulti.

Dentro la mentalità della folla tuttavia, gli esseri umani agiscono come animali o bambini piccoli. Ci schieriamo col forte e sbeffeggiamo il debole, se quel comportamento ci sembra il più sicuro per noi. La storia che tra poco racconteremo di nuovo rivela l’enorme solitudine dell’alternativa alla folla. Dimostra come il mito e l’esperienza personale si fondono. Il rifiuto, la sofferenza, la morte e la tomba sono tragedie di solitudine. Affrontiamo questa realtà. Ma non è la storia per intero, né, felicemente, è la fine della storia.

Laurence Freeman