OCEANI DI DIO – Ultima lettera di John Main (Dicembre 1982)

 Questo brano è l’ultima lettera di John Main, datata dicembre 1982.

Il testo originale in inglese è contenuto anche nel libro Monastery Without Walls, la cui pubblicazione in italiano è in lavorazione. Quella che segue è, quindi, una traduzione che subirà ulteriori revisioni per la stampa.

OCEANI DI DIO

Carissimi amici,

Nella vita monastica, come anche in tutte le forme di vita cristiana, nel periodo natalizio diventiamo ancora più consapevoli della misteriosa fusione dell’ordinario con il sublime. E vediamo che è una fusione e non una opposizione.

C’è la tentazione di trattare la nascita di Cristo in modo romantico come se fosse estranea al significato pieno della sua vita, quasi un evento pre-cristiano. Perfino nei resoconti belli e dettagliati della sua nascita nel vangelo a volte corriamo il rischio di vedere questa parte della sua vita come puramente consolatoria e idilliaca. Ma è parte del mistero umano che nulla sia al di fuori del Mistero. Nella Incarnazione, Dio ha accettato questo aspetto della condizione umana e, così, la nascita e l’infanzia di Cristo fanno parte dell’intero mistero della sua vita — una vita che è culminata sulla croce e ha raggiunto il suo compimento trascendente nella Resurrezione e nell’Ascensione.

La meditazione ci insegna questa inclusività. Ci mostra quanto pienamente coinvolta nella conversione radicale della vita deve essere ogni parte di noi. Ci insegna come dobbiamo impegnare tutto il nostro cuore in questo lavoro dello Spirito. Se noi dobbiamo corrispondere in pieno alla chiamata a non rimanere in superficie per entrare nella conoscenza profonda e diretta di una vita vissuta nel mistero di Dio, allora tutto nella vita deve essere visto nella dimensione di profondità della Presenza divina. È sciocco cercare dei ‘segni’ sulla via – ‘segni e meraviglie’ sono una forma di materialismo spirituale che Gesù rimproverava – perché se davvero siamo sulla via, immersi nella nuvola luminosa della presenza di Dio, allora la vita è meravigliosa e ogni cosa è un segno. Ogni cosa trasmette l’amore di Dio.

C’è una arte letteraria nelle narrazioni dell’infanzia dei Vangeli di Luca e Matteo. Ma ciò non significa che i dettagli della nascita non fossero carichi di meraviglia e di mistero per tutti coloro che ne erano coinvolti. Ci viene detto che Maria e Giuseppe, i genitori di Gesù, ‘si stupivano delle cose che dicevano di lui’. Maria ci mostra come questa esperienza di meraviglia possa essere assimilata ‘serbando tutte queste cose meditandole nel suo cuore’: una lettura profondamente interiorizzata o una ‘lectio’ di vita. Il ‘cuore’ è quel punto focale del nostro essere dove possiamo semplicemente riposare nel Mistero senza cercare di spiegarlo o di analizzarlo. Un mistero analizzato diventa solo un ennesimo problema. Lo dobbiamo comprendere tutto per intero e nel suo insieme, così noi che siamo i lettori del nostro libro della vita, dobbiamo noi stessi diventare una cosa sola nel cuore e nella mente.

Il mistero che circonda Gesù era percepibile fin dall’inizio della sua vita. Tuttavia, solo con la sua morte e resurrezione poteva essere completamente compreso e conosciuto, perché fino ad allora non era compiuto. La nostra vita non raggiunge la piena unità fino a quando non trascende se stessa e tutti i limiti passando attraverso la morte. Ecco perché non comprendiamo pienamente il mistero di Cristo, attraverso il quale entriamo nel mistero di Dio, fino a quando la vita nostra è compiuta. Cominciamo a entrarci non appena la coscienza diventa percezione e impara le leggi della realtà imparando ad amare e a essere amati. Ma in questa vita è un continuo imparare, un continuo prepararsi alla pienezza che, alla fine, arriva per tutti. Fino a quando la vita di Gesù non era passata attraverso la morte e non era ritornata con la Resurrezione, questo compimento della vita era fonte di terrore o di disperazione quando la mente umana lo considerava in profondità. Ora si è trasformata. Ciò che sembrava un vicolo cieco ora si è rivelato agli occhi della fede come un ponte. Questo è il significato nascosto della nascita di Gesù, della sua crescita attraverso l’infanzia e la maturità fino al supremo sacrificio di sé sulla Croce. Nel nostro inizio la nostra fine è sempre presente. E nella nascita di Gesù la morte aveva già cominciato a essere trasformata. Le intuizioni condivise da coloro che erano coinvolti nella sua nascita e educazione sono arrivati a compimento nel suo insegnamento e nel finale mistero pasquale. La sua vita, come ogni vita umana, possedeva una nascosta e misteriosa unità. La fine e l’inizio sono i due estremi del filo della vita tenuti nel mistero di Dio e riuniti nel mistero dell’unità di Cristo con Dio e con l’umanità.

La nostra vita è una unità perché ciò che vi è di reale è centrato nel mistero di Dio. Ma per conoscerne l’unità dobbiamo vedere al di là di noi stessi con una prospettiva più ampia di quando siamo dominati dall’egoismo. Solo quando ci lasciamo alle spalle l’egoismo e l’auto-referenzialità comincia davvero ad aprirsi questa prospettiva più ampia.

Un altro modo per dire che la nostra visione si espande è dire che arriviamo a vedere al di là delle apparenze, per arrivare a una profondità e ai significati interconnessi delle cose. Non si tratta solo della profondità e del significato in relazione a noi stessi, ma della profondità in relazione al tutto al quale noi apparteniamo. Questa è la via della auto-conoscenza ed è la ragione per cui la vera auto-conoscenza è identica alla vera umiltà. La meditazione ci apre a questa preziosa forma di conoscenza. È ciò che ci permette di oltrepassare la mera oggettività – il mero guardare al mistero di Dio come osservatori – e di entrare nel mistero stesso. La conoscenza diventa saggezza quando entriamo nel silenzio, la ‘nube’ del mistero e quando conosciamo, non più con un’analisi mentale e con definizioni, ma con una partecipazione diretta del cuore nello spirito di Cristo.

Noi impariamo attraverso il sentiero della meditazione ciò che non può essere imparato altrimenti e ciò che è inconoscibile fino a quando esitiamo a diventare pellegrini dello spirito. Seguire questo sentiero di esperienza personale è un requisito basilare della vita cristiana che deve essere un vita vissuta nella profondità e non in superficie. Ecco perché essere discepolo cristiano completa la condizione umana. Gli esseri umani cercano sempre l’azione completa, qualcosa che coinvolga tutti i nostri poteri simultaneamente, faccia focalizzare e unificare tutte le dimensioni del nostro essere. Fino a quando non abbiamo compiuto questa azione siamo irrequieti, sempre sopraffatti dalla distrazione o dal desiderio che si finge realtà.

Naturalmente, se siamo in contatto con la nostra umanità, sappiamo che questa azione è amore. Solo quando viviamo nell’amore conosciamo quell’armonia e quella unificazione miracolosa di tutto il nostro essere che è ciò che ci rende pienamente umani. È pratico, non idilliaco. Voglio dire che la condizione umana è fatta di fragilità, incidenti e imperfezioni, sia della personalità, del condizionamento o dell’ambiente. Ma l’Incarnazione di Dio nella condizione umana assorbe tutto ciò in modo tale da non impedirci di sperimentare la pienezza dell’amore. Il santo non è un super-uomo ma è pienamente umano.

Ogni parte di noi, anche i nostri difetti e fallimenti, devono fare parte del nostro impegno al cammino verso questa pienezza. Nessuna realtà è esclusa dal regno dei cieli. Niente di naturale è contro di esso. L’unificazione umana è il risultato cumulativo del rimanere sulla via del cammino. Piano piano i compartimenti separati della vita si fondano. I divisori tra le stanze sono rimossi e scopriamo che il nostro cuore non è una prigione fatta di mille cellule individuali ma una vasta camera piena della luce di Dio le cui pareti si allargano costantemente.

La meditazione espande la nostra conoscenza di Dio perché, nel portarci alla auto-conoscenza, ci spinge al di là della nostra coscienza auto-centrata. Conosciamo Dio a misura che ci dimentichiamo di noi stessi. Questo è il paradosso e il rischio della preghiera. Non basta studiare il paradosso perché, come l’amore, lo si può conoscere solo se lo viviamo di prima persona. Una volta che cominciamo a viverlo leggiamo le grandi testimonianza dello spirito – le Scritture e i classici della spiritualità – dall’interno della stessa esperienza nella quale furono scritti. Fino a quel punto siamo solo degli osservatori che aspettano di iniziare.

Non è un paradosso facile da cogliere. Come afferrare lo spirito? Riflettere sulla manifestazione prettamente umana di questa dinamica della realtà: amare gli altri ed essere amati da loro, ci aiuta a percepire e a toccare questo paradosso. Amare un’altra persona significa molto di più che pensare a lei, più che godere della sua compagnia e perfino più che sacrificarsi per lei. Significa permettere a noi stessi di essere amati da lei. Questo è il mistero più commovente e più impressionante della Incarnazione. Nel diventare umano Dio si lascia amare nella gamma umana dell’amore, in maniera ordinaria come qualsiasi neonato, bambino, adolescente o adulto.

L’umiltà di Dio nel lasciarsi amare nell’uomo Gesù è la chiave per riconoscere la struttura fondamentale della realtà. Il primo passo nell’amare Dio è di lasciarsi amare. La grammatica del linguaggio è ingannevole in questo caso perché sembra un atto passivo: essere amati. Ma non c’è niente di passivo nel lasciarsi amare. Proprio come non c’è niente di passivo nel togliere l’attenzione dal nostro sé, niente di passivo nel ripetere il mantra: questi sono i modi in cui ci lasciamo amare in qualsiasi relazione umano o divino.

La meditazione ci porta verso la relazione fondamentale della nostra vita. Lo fa portandoci ad una intimità con Dio che nasce dalla realtà eterna dell’amore e della conoscenza di Dio per noi. Nell’amarci Dio ci crea, ci chiama a esistere. La nostra stessa esistenza è una risposta alla richiesta che è intrinseca al suo amore per noi e alla sua conoscenza di noi. È la richiesta che noi lo si conosca e lo si ami. Tuttavia possiamo conoscere Dio, non come oggetto del nostro pensiero o della nostra immaginazione, ma solo diventando partecipi della sua conoscenza, della sua vita, del suo spirito. Così siamo ricondotti al punto di partenza del nostro essere, il suo amore per noi e la sua conoscenza di noi. Arriviamo a conoscere e amare Dio perché permettiamo a Dio di conoscerci e di amarci. Permettiamo alla sua auto-conoscenza di diventare la nostra auto-conoscenza. Questo è l’alchimia dell’amore.

Questo tipo di conoscenza è certa e incrollabile. Siate ‘radicati e fondati nella carità’ scriveva san Paolo. Proprio come le radici degli alberi tengono salda la terra e impediscono l’erosione, così sono le radici dell’amore che tengono insieme il fondamento del nostro essere. Esse forniscono il contesto nel quale viviamo e cresciamo. E ogni radice ci riconduce a Dio come radice di ogni essere. Le radici dell’amore nella nostra vita ci mettono in contatto con lui, con noi stessi e gli uni con gli altri. Ci dimostrano che essere significa essere in relazione, e ciascuno contribuisce all’essere dell’altro.

Equilibrio e vita piena significano conoscere il contesto in cui viviamo. Questo tipo di conoscenza ci rende sensibili alla presenza di Dio in tutto ciò che ci circonda. La meditazione ci insegna, nell’unica maniera certa, attraverso l’esperienza, che la presenza di Dio non è esterna a noi. È interiore perché è la presenza che costituisce e abbraccia il centro più profondo del nostro essere. Se la sentiamo non cerchiamo più la presenza di Dio nei fatti esterni della nostra vita. Ma vediamo e riconosciamo Dio anche in questi aspetti, perché il nostro sguardo interiore è aperto interiormente allo Spirito che dimora in noi. Non cerchiamo più di possedere o di manipolare Dio. Invece siamo afferrati dalla sua presenza, sia interiormente che esteriormente, perché sappiamo che quella presenza permea tutto ed è il fondamento di tutto ciò che è.

Essere posseduti da Dio in questo modo è la sola vera libertà. La tirannia dell’amore è la sola vera relazione. Inevitabilmente temiamo questo mentre si sviluppa e emerge durante il nostro cammino perché il nostro iniziale senso di libertà è così diverso. Ingenuamente lo immaginiamo come la libertà di scegliere che cosa fare piuttosto che di essere. Ma se abbiamo il coraggio di essere abbastanza umili e semplici da entrare nella vera libertà allora scopriamo dentro di noi la forza di una fede incrollabile. La fiducia cristiana è la scoperta di questa incrollabilità e questa fiducia a sua volta rafforza il dono di sé e quindi sostiene anche la compassione, la tolleranza e l’accettazione. Questa scoperta ci rende meravigliosamente sicuri nella nostra esistenza e con questa sicurezza diventiamo capaci di lasciare cadere le nostre difese e di andare incontro all’altro. La nostra fede è incrollabile, non rigida, perché è una cosa sola con il centro sempre vivo dell’essere. Attraverso l’unione di Cristo con i suoi discepoli la sua fede diventa la loro e la loro fede non è solo una parte o un’aggiunta al loro essere. È il soffio di vita stessa.

Così, approfondire il nostro impegno al cammino significa approfondire la conoscenza che la fede fa nascere nell’anima. Mentre Cristo prende forma in noi, noi non viviamo più per noi stessi ma per lui, e il suo spirito infonde una vita nuova di fede nel nostro corpo mortale, davvero arriviamo a ‘conoscere Cristo’ in modo più personale e più profondo. Può sembrare arrogante affermare che veniamo a conoscere Cristo in questo modo perseverando nella meditazione. Ma la verità non è meno di questo. Veniamo a conoscere cosa vuol dire vivere ogni momento, ogni decisione, gioia o difficoltà, dall’interno della sua presenza e in contatto con le infinite risorse della sua potenza di amore e di compassione.

Come entriamo in questa presenza? Come possiamo acquisire questa ‘conoscenza che va al di là della conoscenza’? Poiché è la conoscenza della non-conoscenza, è la presenza che si forma quando permettiamo a noi stessi di oltrepassare l’essere presenti solo a noi stessi e di essere invece presenti a Dio – essere conosciuti e amati nella pienezza dell’essere. Mentre il lavoro di attenzione della meditazione ci smantella, Cristo si forma in noi. Impariamo a dimenticare noi stessi. Niente è più semplice da fare. È in ultima analisi la condizione della piena semplicità. Eppure niente – o così sembra – è più difficile. È facile in teoria accettare questo. Ma nella pratica è veramente difficile vivere e amare spostando il nostro centro nell’altro come se l’altro fosse veramente più importante di noi stessi, o come se la nostra primaria lealtà non fosse verso l’ego ma verso l’altro.

La più grande difficoltà è cominciare, fare il primo passo e lanciarsi nella realtà profonda di Dio rivelata in Cristo. Una volta che abbiamo lasciato le rive del nostro ego presto siamo afferrati dalle correnti della realtà che ci danno direzione velocità. Più siamo immobili e attenti, più rispondiamo con sensibilità a queste correnti. E così la nostra fede diventa sempre più assoluta e veramente spirituale. Con l’immobilità nello spirito ci muoviamo nell’oceano di Dio. Se abbiamo il coraggio di staccarci dalla riva non falliremo nel trovare questa direzione e questa energia. Più ci allontaniamo più forte diventa la corrente, e più profonda la nostra fede. Per un po’ la fede è messa alla prova dal paradosso che l’orizzonte della nostra destinazione sembra allontanarsi sempre più. Dove stiamo andando con questa fede più profonda? Quando arriveremo? Poi, gradualmente riconosciamo il significato della corrente che ci guida e comprendiamo che l’oceano è infinito.

Lasciare la riva è la prima grande sfida, ma è sufficiente cominciare ad affrontarla. Anche se più tardi le sfide possono diventare sempre maggiori, siamo sicuri che ci sarà dato tutto ciò di cui abbiamo bisogno per affrontarle. Cominciamo ripetendo il mantra. Dire il mantra sarà sempre l’inizio, sarà ritornare al primo passo. Con il tempo impariamo che c’è solo questo passo di distanza tra noi e Dio.

Aprire il cuore allo spirito di Cristo è l’unico modo per entrare nella conoscenza certa che quel passo è già stato fatto. Cristo lo ha fatto in se stesso. Egli stesso è il passo tra Dio e l’uomo perché egli è Dio e uomo. Il linguaggio che usiamo per esprimere questo universale e grandissimo mistero del genere umano e di tutti i tempi, è pateticamente inadeguato – come le controversie teologiche attraverso i secoli hanno dimostrato. Nessuna parola, immagine o concetto del linguaggio può adeguatamente esprimere il mistero di Cristo, perché Cristo è la piena incarnazione di Dio e non esiste una espressione adeguata di Dio se non la sua propria auto-espressione. Il solo modo per conoscere Cristo è entrare nel suo personale mistero, nel silenzio dell’amore, lasciando idee e parole alle nostre spalle. Le abbandoniamo per poter entrare pienamente nel silenzio della conoscenza e dell’amore cui la meditazione ci conduce continuamente.

Con tanto affetto,

John Main OSB

(dicembre 1982)

Poche settimane prima della morte di John Main, il 30 dicembre 1982, si è tenuto al monastero un seminario di fine settimana in cui artisti, poeti, scultori e musicisti che meditano hanno condiviso il loro lavoro e hanno discusso del valore spirituale dell’arte. Questo seminario è stato ripetuto negli anni seguenti ed è diventato il John Main Seminar. A Londra, Sorella Madeleine Simon, una suora del Sacro Cuore, ha creato il primo ‘Centro di Meditazione Cristiana’, dove ogni giorno si condivideva la meditazione e l’insegnamento con tante persone e si dava anche aiuto alla rete dei gruppi di meditazione in Inghilterra. Una raccolta delle prime 12 newsletters spirituali di John Main è stata pubblicata con il titolo Letters from the Heart (Lettere dal cuore). Nei suoi ultimi mesi di vita John Main ha continuato ad accogliere tanti ospiti. Una suora benedettina da Stanbrook Abbey ha rallegrato la comunità con storie di vita monastica da entrambi le parti dell’Atlantico. Sono venuti anche ospiti a lungo termine da oltremare e dal Canada. La rinomata rivista internazionale, Monastic Studies, è stata affidata al monastero ed è stata pubblicata una nuova edizione. Questa ultima lettera di John Main esprime il suo insegnamento conclusivo sul significato della meditazione all’interno dell’intero misterioso paradosso della vita umana.