Newsletter Ottobre 2015

Carissimi,

            Non ho mai fatto piangere nessuno, non ho mai parlato con tono arrogante, non ho mai fatto arrabbiare nessuno. Non ho mai chiuso le orecchie a parole di giustizia e verità.

Da dove pensate che vengano queste parole? Da un gran mahatma del genere umano? Da un testo fra i più importanti del mondo? Pensate che siano pronunciate con un senso intollerabile di orgoglio? Indicano un ideale a cui vorremmo credere ma che ci sembra impossibile raggiungere?

            Quale che sia la vostra prima risposta a questi interrogativi, forse le parole sottolineano un grande ideale della nostra relazione con gli altri, più o forse meno realizzato nell’esperienza umana. Evocano una comprensione del giusto rapporto fra le persone che, se ignorato, ci fa rischiare di precipitare nella disumanità, nello sfruttamento e nella crudeltà.

            Adesso che i migranti e le loro famiglie in fuga da paesi sconvolti dalla guerra, si gettano disperatamente in balia dei loro vicini, queste parole esprimono una specie di saggezza – non astratta ma totalmente pratica. I greci parlavano di sapienza sotto due aspetti. C’è la saggezza dell’intuizione pura, sophia, che deve venir rappresentata dalla saggezza della pratica, phronesis. Allo stesso modo San Giacomo parla di carità:

            Qualcuno potrebbe dire, “Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere ed io con  le mie opere ti mostrerò la mia fede. Credi che c’è un Dio solo? E fai bene; anche i demoni lo credono e tremano. Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è inutile?” (Giacomo 2, 18-20)

            La fede viene messa in luce dalle opere, dalla sapienza pratica. Le parole che avete letto all’inizio vengono da quello che noi chiamiamo il “Libro dei Morti” testo sacro egiziano, una raccolta di testi funerari conosciuta fin da duemila anni avanti Cristo come il “Libro dell’andare e del venire del giorno”.  Fissano non tanto un orgoglioso senso di superiorità ma il senso più vero del giudizio umano e del valore umano:

            Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato; nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato; carcerato e siete venuti a trovarmi. (Matteo 25, 35-36)

            Queste parole non vogliono farci sentire giudicati o condannati da un impossibile ideale – un incubo kafkiano in cui siamo innocenti ma accusati crudelmente di qualche trasgressione che non riusciamo a capire o di cui non ci sentiamo responsabili. Ci rimandano ad una verità di cui dovremmo esser praticamente consapevoli, una verità che, come tutte le verità, emerge dalla umana esperienza di sforzo e fallimento. Sono una sfida, come tutte le pratiche spirituali, al sentimento del successo personale. Ci spingono alla fedeltà, ad un ritorno fedele al cammino di tutta la vita per uscir fuori dalla prigione del nostro ego e dalla rete delle illusioni verso la luce splendente del giorno imperituro della realtà.

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            Queste parole non vogliono dire che non ci saranno mai lacrime o rabbia nelle relazioni umane, ma che non dovremmo mai intenzionalmente causarle agli altri. Se lacrime e rabbia sono il risultato di un nostro processo interiore, quando per esempio l’esperienza ci rende penosamente consapevoli dei nostri sbagli e delle nostre mancanze, le nostre lacrime possono esser catartiche e purificatrici, una linea spartiacque verso una nuova fase della vita. La nostra rabbia ci può riportare ad un appassionato impegno di verità. Ma allora che fare? Abbiamo bisogno di modi e significati per tradurre l’intuizione in azione, in un’attitudine durevole di amore e compassione lungo tutte le fasi della nostra vita. Questo è quando una regola di vita, una pratica saggezza quotidiana, diventa essenziale.

            La scorsa estate abbiamo tenuto un seminario presso l’Istituto Monastico di S. Anselmo a Roma su “Meditazione nella tradizione monastica” (I video degli interventi sono disponibili nel nostro canale You Tube). Il seminario è stato talmente arricchente e proficuo che stiamo programmando un’altra settimana la prossima estate che riguarderà le “nuove forme di monachesimo”. La regola di vita che ha modellato e modellerà il dibattito, ovviamente, era la stessa che ha modellato la regola monastica della chiesa occidentale.

            La Regola di San Benedetto non è un regolamento ufficiale o ufficioso. Ci dice come le cose possono essere fatte non come devono essere fatte. E’ pervaso di sophia ma si esprime con  phronesis. E’ meglio leggerla come una Regola di Eccezioni, perché per quasi tutti i temi trattati  da Benedetto ci sono eccezioni e si offre largamente la possibilità di piegare la Regola senza romperla.

            La Regola, quella che Benedetto chiama la “piccola regola per principianti”, descrive in circa 13.000 parole un sentiero da seguire per la vita – una vita vissuta in un monastero con o senza mura. Nel nostro mondo di oggi frenetico e disordinato, molte persone che cercano un significato, un’amicizia e un equilibrio interiore trovano nella Regola un compagno ed una guida umana ed umanizzante. In molte delle situazioni e delle sfide di cui si parla nella Regola si ritrovano in maniera splendida le parole di saggezza del testo egiziano e soprattutto  quelle di Gesù. Benedetto pensa ad un percorso di moderazione lungo l’arco della vita, non moderato nel senso di un tiepido compromesso sui valori essenziali, ma moderato nel senso della “via di mezzo” di Budda o della “via stretta” che Gesù dice porta alla vita.

            Indirizza verso un cammino fra il rigido istituzionalismo che rende disumane le persone e l’anarchia del caos in cui in modo differente, ma non ad un livello inferiore, la nostra umanità viene distrutta. Benedetto sapeva che la via stretta che si apre verso una infinita espansione di vita, l’indescrivibile dolcezza dell’amore, come la chiama, richiede attenzione. Poiché siamo inesorabilmente esseri fatti di relazioni a tutti i livelli ed in ogni circostanza, dobbiamo avere un alto  grado di attenzione – di religiosità – per restare consapevoli e compassionevoli.

            Benedetto sa che perché una Comunità sia in grado di funzionare ed essere sostenibile c’è bisogno di una leadership di alto livello, ma sa anche che l’obbedienza deve essere sia verticale che orizzontale. Non possiamo sfuggire alle richieste della nostra natura relazionale semplicemente obbedendo al capo o seguendo le regole.  Le sue comunità ieri come oggi essenzialmente si autogestiscono. Dovrebbero anche cercare di essere il più possibile ecologicamente responsabili  e in grado di mantenersi da sole. San Benedetto sarebbe stato totalmente d’accordo con Lao Tsu sul fatto che non c’è peggior calamità di un aumento incontrollato dei bisogni.

            Nella sua organizzazione del tempo Benedetto dimostra come questo stretto percorso dell’amore – carico di inquietudine ma non stressante, che richiede attenzione e  non distrazione – possa essere realisticamente seguito. Delinea uno stile di vita contemplativo, che non significa ore passate in preghiera in chiesa, ma un armonioso equilibrio delle differenti necessità ed espressioni tipiche della nostra complessa umanità. Le tre dimensioni fisica, intellettuale e spirituale non possono essere separate ma non devono nemmeno essere confuse. Questa spiritualità olistica è racchiusa nel motto “ora et labora” prega e lavora, due attività inestricabilmente collegate. Il lavoro è una forma di preghiera, un lab-oratorio di una vita centrata in Dio, e la stessa preghiera una forma di lavoro. Una vita siffatta è destinata a generare uomini e donne (e anche bambini) liberi dalla distrazione. La meta è, come nel deserto egiziano, pregare incessantemente e far sì che la preghiera dello spirito sgorghi senza auto consapevolezza dal centro profondo del nostro cuore, irrigando tutti i campi della nostra vita.

 

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            Questa formula di vita proposta da San Benedetto ha avuto un impatto grandioso sulla civilizzazione del mondo occidentale, sulla formazione, i governi e la cultura, anche se si è sviluppata nel caos sociale e nel disordine morale dei secoli bui. Come tutte le grandi e durature forme di influenza, non fu né grandiosa né imponente ma solida e semplice. Un elemento essenziale e a suo modo radicale di questo influsso fu la tenacia di San Benedetto nel volere che tutti i monaci fosse in grado di leggere e lo facesse. Singolarmente dovevano leggere le scritture e in collettività cantarle: lectio divina, la lettura spirituale fatta dal singolo in solitudine e nel momento opportuno e opus dei la preghiera comunitaria fatta tutti insieme. Benedetto vide il legame forte tra preghiera pubblica e preghiera personale, soprattutto preghiera del cuore.

            Diceva che nulla doveva venire prima dei momenti di preghiera comunitaria. Nella nostra comunità di oblati a Londra le attività vengono sospese durante i momenti di liturgia e di meditazione che nella nostra comunità hanno luogo congiuntamente. Benedetto dedica dodici capitoli della Regola all’Ufficio Divino o opus dei,e dà una indicazione precisa di dove e come inserire i salmi, gli inni e i cantici. Ma comunque lascia alla comunità la possibilità di decidere come regolarsi secondo le proprie circostanze.

            Mi sono ricordato di questo la scorsa estate durante la mia visita a Taizé. La comunità di Taizé è stata fondata settantacinque anni fa da Frère Roger come un luogo dove vivere l’unità per sanare le ferite della guerra e le divisioni. A Taizé hanno creato una liturgia semplice e forte, basata su canti ormai diventati famosi come dei mantra, letture brevi della scrittura, e prolungati momenti di silenzio all’interno dei loro incontri di preghiera. Tutto si svolge con gran rispetto e attenzione e prevede gli elementi essenziali di ogni preghiera – musica, parole, rito e silenzio. E tutto viene adattato alla cultura e alle condizioni del gran numero di giovani che arrivano ogni anno a Taizé per pregare, ringraziare, e cercare Dio in loro stessi e nelle relazioni con gli altri.

            Benedetto, in un’epoca assai diversa, stabilì che tutti i centocinquanta salmi dovessero esser recitati ogni settimana. Le necessità e le circostanze dei giorni nostri richiedono una maggior compenetrazione del silenzio e della dimensione contemplativa nella preghiera; San Basilio, la controparte di San Benedetto nella chiesa orientale, faceva riferimento a opus dei non solo in termini di momenti di preghiera ma di tutta la vita monastica. Entrambi credevano che si potesse viver bene solo dove c’era un gran fervore per il lavoro di Dio, una passione per la ricerca di Dio. Benedetto vedeva la presenza di Dio dappertutto, nei campi, nella cappella, nel refettorio, nel letto ma allo stesso tempo sapeva che abbiamo bisogno di momenti diversi nelle varie fasi del giorno e della notte per fermarci ed esserne memori. I Padri del deserto consideravano la salmodia, il canto dei salmi, un mezzo per mantenere l’attenzione, aver la mente nel cuore, ciò che definiamo essere in uno stato di preghiera continua.

            Evagrio pensava che la salmodia fosse un modo per curare le “passioni” o i disordini della mente. Un’attenta salmodia era vista come una forma di terapia, uno degli attrezzi di “Cristo, parola che tutto cura e divino dottore”, per il modo in cui la musica ed il significato delle parole si uniscono. I salmi racchiudono tutti i sentimenti – anche quelli che evitiamo a noi stessi di riconoscere. Non erano ripetizioni meccaniche e i monaci osservavano un momento di silenzio dopo ogni salmo. Ma quando il monachesimo cominciò ad essere socialmente apprezzato e a cedere all’istituzionalizzazione, aumentarono di molto le ore dedicate ai canti. Il laboratorio divenne una fabbrica e i periodi di silenzio contemplativo si ridussero quasi a niente.

 

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            In periodi di rinnovamento si è sempre cercato di modificare il precario equilibrio di questa formula, o lo stile di vita che dovrebbe riequilibrare le nostre vite. Ma noi oggi arriviamo a queste pratiche di preghiera con un livello di disattenzione e molteplicità di dipendenze che i monaci del passato non avrebbero nemmeno potuto immaginare.

            Abbiamo tutti incontrato persone il cui attaccamento ai propri animali sembra a volte diventare un sostituto dei rapporti umani. Forse gli animali ci sono stati dati affinché gli umani non fossero tanto soli a questo mondo. Ma il bisogno di connessione e relazione, così profondamente scritto nei nostri cuori, può esser soddisfatto dagli uomini. Comunque, oggi guardiamo addirittura oltre il mondo animale, nel mondo della tecnologia per raggiungere questo scopo. La maggior parte delle persone passa sei volte più tempo con i loro smart phones e tablet che con i loro portatili o computer. Sempre più si aspettano e desiderano che le apps comunichino direttamente con loro per dire loro cosa fare e quando. Non ci meravigliamo quindi che sia così difficile far spengere il cellulare ai concerti o nelle sale di meditazione!

            Come possiamo mantenere – o addirittura riscoprire – il necessario equilibrio? Questa dovrebbe essere una priorità dell’educazione moderna quando soccombe alla tecnologia e alla commercializzazione, proprio come un tempo il monachesimo si è arreso all’istituzionalizzazione. La nostra umanità dipende dal nostro essere equilibrati.

            Come il mondo cambia tanto rapidamente, così dovrebbe anche la sapienza monastica. Deve riscoprire se stessa in nuove formule se vuole essere una formula vivente. (“Formula” è la parola latina usata da Cassiano per indicare il mantra, il singolo verso”.)

            Forse la chiave per affrontare questa sfida è nell’insistenza con cui Benedetto voleva che noi imparassimo a leggere. “Leggere” è una parola anglo-sassone che significa consigliare, spiegare, interpretare e (addirittura) supporre. Ci suggerisce che leggere è molto più che decifrare dei segni sulla pagina o mettere insieme pezzetti di informazioni. Noi leggiamo una persona. Leggiamo un sogno. Leggiamo gli enigmi delle nostre vite. In questo senso potremmo dire che non solo pronunciamo il nostro mantra, ma lo “leggiamo”. Questa esperienza di lettura è molto diversa dal tipo di documenti “solo lettura” che troviamo nel nostro mondo digitale, qualcosa di invariabile, impenetrabile, immutabile e unidirezionale.

            Leggere nel modo inteso da Benedetto significa entrare in una relazione che è interazione e comunicazione. E addirittura diventa una relazione a tre vie quando si sente e diventa chiara, nelle parole, la sorgente della Parola.

            Allora conoscerò perfettamente, come anche io sono conosciuto. (1 Cor. 13:12)

            Normalmente leggiamo per avere informazioni e per conoscere, ma San Paolo dice che questo tipo di sapere alla fine svanirà perché è parziale. Svanirà quando “verrà la completezza”. Leggiamo per imparare qualcosa. Ma per imparare veramente qualsiasi cosa, per crescere e maturare, dobbiamo lasciarci qualcosa alle spalle. E noi ci opponiamo a ciò. Vogliamo acquisire senza obbedire alla necessità del distacco dal possesso. Per diventare completamente vivi dobbiamo lasciare andare quello che conosciamo, conoscere ciò che non conosciamo e avventurarci nell’ignoto. Nessun nuovo continente sarebbe stato scoperto se gli esploratori non si fossero allontanati dalle loro sponde familiari.

            Benedetto e i monaci  maestri di sapienza avevano capito che questo processo si nutre del modo in cui leggiamo la scrittura. E soprattutto del modo in cui ci lasciamo leggere dalla scrittura. Per capirlo non cerchiamo soltanto di ricavare un significato dal testo che stiamo leggendo. Facciamo sì che sia alla base di noi stessi, che ci sostenga e che dia un senso alla vita in noi. Così, mentre leggiamo siamo letti; ed è questa esperienza inter-relazionale di lettura che ci porta alla completezza. Una lettura di questo genere ci conduce alla reciprocità dell’amore. Ci guida ad un’esperienza della Parola che guarisce, conforta e rinnova. Come l’amore, leggere le scritture ci sembra qualcosa di familiare e sempre nuovo. I momenti passati con la Scrittura, leggendo ed essendo letti, ci porteranno inevitabilmente a un livello di preghiera più profondo, al silenzio. E da lì ad un’ esperienza di semplicità contemplativa di unione in cui abbiamo perso noi stessi ma nella quale non siamo mai stati così veramente noi stessi.

 

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            La saggezza monastica considera questo modo di lettura, lectio,come una cura per la parte più importante della nostra umanità: il nostro livello di energia, il nostro slancio e determinatezza, la nostra umana passione che il “falso amico” tecnico-scientifico fa inaridire. Abbiamo bisogno del thumos come lo chiamano i greci, per sentire la rabbia e l’appassionata reattività che dovremmo provare di fronte alle crisi umanitarie che ci circondano come l’emergenza dei migranti. L’opposto di thumos, una connessione impegnata, calorosa e partecipata è l’indifferenza.

            Il fattore chiave è a cosa siamo indifferenti? Se vogliamo riscoprire i valori umani e rivendicare una vivacità morale, dobbiamo sviluppare indifferenza nei confronti del denaro, della fama e del successo, falsi “possedimenti” dell’ego. Se non ne saremo capaci, cadremo nella più profonda e oscura indifferenza che vediamo crescere negli individui meccanizzati dalla nostra tecnologia che ci rende dipendenti. Questa indifferenza diventa presto freddezza morale e disumanità verso i bisogni e le sofferenze degli altri. Permette l’orrore e l’olocausto. Porci nella dimensione del leggere e dell’esser letti, come disciplina quotidiana, è esser portati naturalmente nell’esperienza contemplativa dell’amare e dell’essere amati, del riconoscere e dell’esser riconosciuti. Una tale reciprocità è ciò che guarisce il nostro spirito e ripristina la nostra energia verso e per gli altri, in quanto sorge da un così profondo centro di altruismo.

            Quindi la Parola non è solamente un’unità linguistica, un segno sulla pagina. E’ un evento, una corrente di amore divino che giunge a noi attraverso tutti i veli che altrimenti oscurano la nostra umanità. La presenza divina irrompe come un lampo attraverso la dimensione del tempo e dello spazio come quando la intravediamo in quei momenti del vangelo in cui Gesù fissa lo sguardo nel cuore delle persone e le cambia e cambia il corso delle loro vite.

            La lettera agli Ebrei dice che la Parola di Dio è viva ed efficace. E’ più tagliente di ogni spada a doppio taglio. Ci sembra un’immagine inquietante se pensiamo ad un’arma, ma è un attrezzo. Scivola tra le confusioni e le ambiguità della nostra mente, penetra al cuore della verità e ci riconnette con la nostra umanità e rende possibile la completezza e la comunità. Benedetto, la cui mente era permeata dalla scrittura, era consapevole di questo effetto della Parola. Per questo ci spinge ad apprendere l’arte della lettura così da poter esser letti, poter scoprire e riscoprire il nostro personale valore e la nostra comune umanità.

            La Regola, meglio di qualsiasi altra cosa, ci mostra il legame e la continuità fra lectio e meditatio e ciò che è sempre grazia o puro dono della contemplatio. Queste tre dimensioni della preghiera sono alimentate da una vita incentrata nella ricerca devota di Dio. Questa triplice ricerca può tenerci lontani per un po’ di tempo dai nostri tablet o smartphone, ma ha la forza di riequilibrare la nostra vita e il nostro mondo pericolosamente squilibrato.

            Con grande affetto,

Fr.Laurence