Newsletter luglio 2015

Carissimi,

lo scorso mese ho partecipato a Singapore ad una conferenza insolita e molto stimolante.

La prima conferenza “Wisdom 2” tenuta in Asia prendeva in considerazione idee alternative a proposito di leadership negli affari e nella società. C’erano funzionari di Google, gente del mondo degli affari, imprenditori, educatori e maestri spirituali – e tutta una giornata dedicata alla meditazione. E’ stato molto edificante e arricchente ed era anche una gran gioia vedere come il livello di speranza e di energia fosse alto malgrado dovessimo affrontare i pesanti avvenimenti della crisi culturale e globale. Non ci sono state soluzioni immediate. Ma siamo arrivati ad una visione più chiara sulla necessità di una semplicità nuova e radicale.

Abbiamo compreso sempre più chiaramente cosa potrebbe avvenire grazie ad un semplice e radicale cambiamento di idee. Metanoia è il richiamo contemplativo all’azione per i nostri giorni. Un cambiamento temporaneo può avere facilmente effetto nel breve periodo: i meditatori sanno bene come si sentono e come vedono le cose in modo diverso dopo la meditazione; gli studiosi di neuroscienze misurano gli effetti transitori della pratica della meditazione sui singoli e sui gruppi. Possiamo tradurre tutto ciò in un sostanziale, radicale processo di re-visione del modo in cui viviamo e di come influenziamo ciò che avviene nella nostra casa comune? Nei giorni della Conferenza veniva pubblicata l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”. E con essa si è sviluppato il senso di qualcosa di nuovo che sta venendo alla luce – un movimento integrale di consapevolezza su scala globale che rafforza la fiducia in un rinnovamento e nel pacifico equilibrio della giustizia.

Mi è venuto in mente quel Padre del deserto che diceva ai suoi allievi: “verrà il giorno in cui il mondo impazzirà. E allora quando si incontrerà qualcuno sano di mente, tutti lo indicheranno dicendo: “è matto, non è come noi”. Diventerà discutibile sfidare il modo prevalente di vedere il mondo. Ma hanno forza i numeri, lo sforzo coordinato e l’ispirazione dei singoli.

Mi ha colpito, per esempio, il numero dei giovani presenti a Singapore che mi hanno avvicinato per parlarmi di come erano stati impressionati dal nostro film su quanto detto da Lee Kuan Yew sulla meditazione. Ai loro occhi era una grande figura paterna, ma lontana nel tempo, che aveva governato con vigore ed aveva dimostrato il suo personale sacrificio durante la leadership. Ma, solo all’ascolto delle sue parole sulla meditazione, la sua ammissione di uno sforzo personale e della sua esperienza di apprendimento (chi impara senza fallimenti?) si erano accorti del suo lato più profondo, più umile, umano che a molti sembrava spirituale. Denis, per esempio, un giovane stagista governativo, ha detto che nessuno se non Mr. Lee lo avrebbe potuto spingere alla meditazione. Visto che una nuova leadership negli affari, nel governo e nella religione è determinante per la soluzione delle crisi globali e che così tanti capi in tutti i campi si sentono lontani e non degni di fiducia da parte di coloro ai quali dovrebbero essere di servizio, forse solo Mr. Lee ha un messaggio personale anche per loro.

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Fra un avvenimento e l’altro ho letto il lungo ma stimolante libro di Ian McGilchrist sul cervello e sull’eventuale effetto che la sua struttura bi-emisferica possa aver avuto su come abbiamo fatto il nostro mondo. L’idea convenzionale che l’emisfero destro e sinistro controllino diversi modi di affrontare la realtà – intuitivo e logico rispettivamente – è stata rivista ma non completamente abbandonata dalla ricerca più recente. Fra i due modi c’è un mondo di differenza dice McGilchrist. Ci sono molti misteri nel cervello dell’uomo asimmetrico e fatto di due emisferi. Ma sappiamo che entrambi sono coinvolti in quasi tutti i processi mentali e, prosegue, ‘certamente in tutti gli stati mentali’.

Molte volte al secondo i messaggi passano fra i due emisferi. Il nostro cervello è densamente connesso con se stesso. Forse ciò produce consapevolezza e forse spiega o offre una metafora della nostra auto-assimilazione spesso conflittuale. I ricercatori dicono che ci sono più connessioni all’interno del cervello che particelle nell’universo conosciuto. In termini di misurazioni, dunque, all’interno siamo più grandi di quel che ci contiene all’esterno.

Il sistema dei due emisferi del nostro cervello suddiviso ci aiuta a spiegare i diversi tipi di attenzione che diamo alle cose. Quando calcoliamo i nostri introiti e le nostre spese. Quando decidiamo dove andare in vacanza. Quando decidiamo per chi votare. Quando pensiamo bene a chi sposare. Quando ascoltiamo della musica o leggiamo una poesia. Quando ripetiamo il mantra.

Il tipo di attenzione che diamo al mondo configura il mondo in cui viviamo. Forse non è sbagliato dire che facciamo il mondo o certamente le condizioni in cui ne facciamo esperienza. Secondo la bibbia siamo i guardiani del mondo, secondo la mistica ne siamo i co-creatori. L’emisfero sinistro (chiamiamolo Marta) è sempre occupato ad organizzare e razionalizzare. Crea il distacco necessario di cui abbiamo bisogno per prendere decisioni e programmare il futuro. La distanza fra i vostri occhi e quello che state leggendo è il distacco. Troppa o troppo poca e non sarete più capaci di leggere. Così succede per le relazioni. Troppo vicini e si diventa soffocanti, troppo lontani e diventiamo estranei. L’emisfero destro vede le cose in modo differente perché, per quanto la differenza provochi distanza ed oggettivazione, può anche essere motivo di attrazione, eros e desiderio di unione.

C’è un paradosso collegato con queste diverse forme di attenzione. Ovviamente risulta dalla nostra esperienza quotidiana che i nostri diversi stati d’animo cambiano il mondo che ci creiamo e in cui abitiamo. Non abbiamo bisogno di grandi scienziati che ci dicano tutto questo, anche se possono comunque aiutarci ad esserne consapevoli e capaci di vederne gli effetti sul mondo e su noi stessi. Lo troviamo espresso in modo molto profondo nei discorsi di addio del vangelo di Giovanni. Gesù conosce bene le divisioni, la fragilità umana e l’egotismo di quelli che ancora considera amici. Sa che sarà tradito. Ma vede anche (a questo livello ‘pregare per’ equivale a vedere) la radicale e incorruttibile concordia di cui gode con loro e con tutti. Per Gesù questa visione di unità che trascende la dualità del comune tipo di attenzione del cervello, ha origine nell’esperienza di armonia che ha con il ‘Padre’, base e origine dell’essere stesso. Nelle parole che descrivono ciò, Gesù fa arrivare la consapevolezza religiosa dell’uomo ad un nuovo culmine.

Il tipo di attenzione che rivolgiamo al mondo

configura il mondo in cui viviamo

Qual è il nostro modo di affrontare questo dualismo intermittente dei nostri stati d’animo mettendolo in rapporto con la visione trascendente di unità di cui siamo anche capaci e da cui siamo continuamente attratti? Come può aiutarci una pratica meditativa quotidiana?

La vita è fondamentalmente dualismo. Organizziamo ed affrontiamo le cose in modo binario sia a livello personale che politico. Il mondo digitale dei nostri cellulari e computer riflette semplicemente tutto ciò. Comunque, in questa parte sinistra il nostro modo di vedere il mondo – cioè di dargli questo tipo di attenzione – crea conflitti senza fine. E i conflitti creano sempre ulteriori divisioni. Soluzioni semplici alla fine sfociano in problemi senza fine e spesso quelli che ne sono i fautori rendono la situazione ancora più complessa rifiutandosi di riconoscere i propri errori. Si può ben vedere la natura tragica di ciò in molti settori della vita dei nostri giorni, come la finanza, la medicina, e l’educazione – ma anche nella politica del Medio Oriente, specialmente in quelle società che si cercava di recuperare alla democrazia, e delle quali oggi la mente occidentale non riesce nemmeno a comprendere l’attuale situazione e tanto meno a risolverla.

“Verrà il tempo in cui il mondo impazzirà”. Con questo senso di squilibrio e malfunzionamento è sempre stato pazzo, a cominciare da Caino che uccide Abele. Ci sono diversi gradi di follia e il livello di pericolo aumenta con i sistemi sempre più integrati del mondo moderno. Il terrorismo ci mostra come poche persone possono tenerne molte sotto controllo. Ma il terrorismo non è il maggior pericolo che il mondo deve affrontare.

Il livello di inquietudine, distrazione, astrazione, alienazione ed isolamento è il sottoprodotto del progresso tecno-economico. La mente occidentale moderna (e non si tratta più di un termine geografico) è diventata frenetica. Troppe cose da esaminare. Troppa informazione. Troppi incontri di lavoro. Troppi obiettivi e troppi traguardi da raggiungere. Troppo poco tempo per riflettere. Troppe puntate da seguire. La recente euro-crisi, quasi una farsa degli ultimi mesi, lo ha messo in risalto per il divertimento di quelli più distanti ma causa di grande sofferenza e vergogna per molti greci. L’impasse greco-tedesca rispecchia i due emisferi del cervello – due modi di affrontare la stessa situazione – ed il caos mentale e sociale che ne deriva quando non riescono a comunicare né a collaborare. Noi facciamo il mondo secondo il tipo di attenzione che gli diamo.

Seguendo i notiziari è facile capire il dilemma e l’irritazione dei politici che cercano di fare del loro meglio per il quadro in generale, ma in casa devono costantemente guardarsi le spalle e alla fine sono intrappolati da una prospettiva limitata ed egocentrica. Al contrario, sono spesso i leader delle istituzioni pubbliche coinvolti nei negoziati a richiamare alla calma, alla flessibilità e alla fiducia per trovare la strada migliore verso decisioni sensate e durevoli. Spesso sono loro ad avere il giusto tipo di distacco ed il maggior equilibrio.

Ovviamente il terreno della politica e dei discorsi pubblici è oggi frenetico e ancora più caotico di quanto non sembri dal di fuori. C’è poco o nessun distacco razionalmente necessario e nemmeno tempo per la chiarezza e la calma indispensabili in ogni tipo di crisi. Non c’è da sorprendersi in una cultura in cui per esempio la Cina considera la dipendenza dallo schermo dei bambini come un disturbo clinico e ha creato centri di riabilitazione dove trattarli ripetutamente con cicli di diversi mesi di terapia. L’Accademia Americana dei Pediatri dice che in media i ragazzi dagli 8 ai 10 anni passano otto ore al giorno immersi nei media di vario tipo. La distrazione e non il terrorismo è la maggior sfida alla civilizzazione.

Il problema è composito perché più peggiora, meno ce ne accorgiamo. E quelli che sono impazziti guardano i sani (o meno pazzi) come folli. Abbiamo accesso ad una quantità illimitata di informazioni e così ci serve un motore di ricerca per poterle usare. Possiamo virtualmente fare quello che vogliamo e quindi abbiamo bisogno di valori per capire cosa veramente vogliamo e cosa ci serve. Creiamo dispositivi per guadagnare tempo, accorciare le distanze che ci imprigionano e ci condizionano talmente tanto che dobbiamo trovare e proteggere i nostri momenti non in rete nel qui e ora.

Quando le persone cominciano a meditare in queste condizioni – e oggi tutti più o meno cominciamo in qualche modo con una capacità di attenzione ridotta – spesso sono alla ricerca di risultati immediati e quantificabili. Così, si presume che abbia effetto un medicamento, e quindi perché non promuovere scientificamente lo “strumento” della meditazione? Proprio questo atteggiamento comunque limita il tipo di attenzione che si può avere nella meditazione; e così i risultati, per quanto evidenti, restano limitati. Almeno però è un inizio. Con la pratica e l’appoggio della comunità, la qualità dell’attenzione e la mentalità che ne è alla base si trasformeranno. Invece di sperare che succeda qualcosa, vi renderete conto che è il modo di guardare, di vedere e di capire a essere veramente cambiato. E con esso comincia anche a cambiare il mondo in cui viviamo.

La metanoia funziona.

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Con la pratica e l’appoggio della comunità, la qualità

dell’attenzione e la mentalità che ne è alla base

si trasformeranno

San Paolo ha scritto una volta di una particolare esperienza in cui era penetrato nel “terzo cielo”. Secondo la sua cosmologia il primo cielo è quello che vediamo sopra di noi, il secondo è il luogo proprio dell’ordine superiore degli esseri e il terzo è la dimora di Dio. San Paolo non usa la parola ‘Io’ nel descrivere questo momento che dice essere ineffabile. L’esperienza della totale attenzione o della preghiera pura dissolvono l’identità dell’ego ed eliminano la distanza fra Dio e me. Paradossalmente l’origine di questa esperienza è l’amore e le persone coinvolte rimangono distinte senza però essere separate. La grande dottrina della Trinità sembra dirci proprio questo insieme all’insegnamento secondo cui siamo capaci e siamo chiamati a condividerla pienamente nella sua interezza. Anche Paolo ne parla come di un evento eccezionale. La meditazione diventa parte della vita quotidiana per diverse ragioni. Il tipo di esperienza che si realizza non è così differente e identificabile come l’estasi di San Paolo.

Recentemente stavo parlando con una donna di successo, molto metodica che corre la maratona e dirige un’istituzione complessa. Mi diceva come la meditazione aveva fatto una gran differenza nel modo in cui vive e vede il mondo. Ma non medita ogni giorno. Le ho domandato perché, se riusciva ad allenarsi per la maratona e a occuparsi della sua attività non poteva meditare quotidianamente. Ha sorriso e mi ha risposto di tutto cuore ‘ma la meditazione è così difficile’. Mi sono sentito stranamente compiaciuto di come l’aveva detto perché dimostrava chiaramente di aver capito perfettamente. Ma ci sono sicuramente sistemi più facili per abbassare la pressione – incluso l’allenamento per la maratona. Ma c’è molto più di tutto ciò. La vita intera – cervello destro e sinistro e la mente e molto ancora…

E’ una via stretta e difficile quella che conduce alla vita. Il termine greco per stretto è ‘stenosi’. Vuol dire anche piccolo, parola che forse fa meno paura a quelli di noi che arrivano dal cammino ampio e imprevedibile che porta alla perdizione. La parola ‘difficile’ può esser compresa meglio sapendo che si usa anche per descrivere la spremitura dei grappoli d’uva per ottenere il vino.

L’impegno della meditazione che fa girare la ruota della metanoia, che cambia il modo in cui facciamo attenzione al mondo e alla fine quindi cambia il mondo, è una piccola prassi gratificante. Simone Weil dice che la preghiera è fatta di attenzione e che l’attenzione ‘consiste nell’interrompere i pensieri mantenendo un certo distacco, ma sgombri e pronti ad esser penetrati da ciò a cui facciamo attenzione’. Il mantra è una piccola cosa e ripetendolo si scaccia tutto ciò che è ridondante, superfluo, inutile e comunque di qualche ostacolo. Purifica il cuore e illumina la mente. Occupa tutti e due gli emisferi del cervello. Ci permette così di distogliere l’attenzione da noi stessi e avviarci verso l’esperienza, la visione unitaria che è conoscenza dello spirito, la saggezza unita alla compassione che trascende qualsiasi dualità.

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“La nube della non conoscenza” insiste sull’utilità pratica della meditazione in tutti gli aspetti della consapevolezza. Migliora il nostro aspetto e personalità e inspiegabilmente è anche d’aiuto alle persone in altri ambiti dell’esistenza. Ad ogni modo il punto di svolta culturale verrà quando smetteremo di pensare alla meditazione meramente in termini di un manuale di “auto-perfezionamento” (dove a volte la collocano le librerie) e la vedremo in termini di un grande e generale cambiamento mentale.

Nell’ultimo numero di ‘Meditatio’ sono riportate storie a proposito dei rapporti che intercorrono fra meditatori e quei tragici membri della nostra sofferente famiglia umana che definiamo rifugiati – genitori e figli che fuggono dalle loro case a causa di un’ irrazionale violenza alla ricerca di una qualche dose di tranquillità e di sicurezza di cui tutti noi andiamo in cerca e abbiamo bisogno.

Le statistiche: sessanta milioni di rifugiati o dislocati nel mondo a causa di guerre o conflitti. Metà di loro bambini. A leggere queste cifre non possiamo non sentire come questo riveli una tremendamente tragica assurdità nel mondo moderno e nella storia. Distruggiamo noi stessi, i nostri fratelli e sorelle che sono noi stessi, al fine di ottenere quello che vogliamo in tempi brevi o anche solamente per rimanere al potere.

La falsità del linguaggio e le statistiche alterate spesso nascondono il danno collaterale causato da un tale egotismo. Quante persone oggi, soprattutto le più vulnerabili e sofferenti, sono escluse, e con successo, dalla giustizia a causa di un linguaggio basato su finanza e su concetti economici ? Ma nella visione unitaria, quando un obiettivo militare o politico può giustificare il degrado dei diritti e della dignità degli altri, specialmente degli innocenti? Di fronte a tali dolori la semplice umanità vuole che almeno gli obiettivi perseguiti siano sospesi e le sofferenze vengano alleviate.

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In questa crisi umanitaria, siamo tutti toccati dalla vergogna della reale colpevolezza di pochi. Una famiglia è coinvolta nell’azione di uno qualsiasi dei suoi membri. Non siamo tutti da condannare ma abbiamo una responsabilità collettiva.

Il non intervento è causato spesso dalle statistiche che travolgono l’immaginazione. L’idea di milioni di individui che soffrono si sposta da un emisfero all’altro del cervello. Ci astraiamo, diventiamo distaccati e troppo razionali e la compassione risvegliatasi nell’incontro con una persona sofferente o con piccoli orfani o con un villaggio viene rimossa da concetti.

Gli scienziati discutono se il limite dell’universo è lontano 13 o 48 miliardi di anni luce. L’interrogativo non ci tocca assolutamente. Nella nostra vita quotidiana, quando corriamo per prendere il treno la mattina, navighiamo in internet o ci sediamo nella sala d’attesa del dentista, queste differenze nella scala delle distanze ci appaiono senza senso. Sono l’immediato e il personale ad aprire i nostri cuori. E cosa c’è di più immediato e personale della meditazione?

In tempo di crisi ci sentiamo spesso impotenti. Ci comportiamo in modo irrazionale o non accettiamo la realtà. E’ facile mettersi l’anello di Gige che, diventato re di Lidia grazie all’anello d’oro che lo rendeva invisibile, riuscì a compiere delle orribili azioni senza esser visto. Platone tratta questa storia come interrogativo morale: faremmo tutti delle cose terribili se e quando nessuno ci vedesse? Platone conclude che i buoni non sono schiavi dei loro desideri e quindi non farebbero niente di male anche nel caso in cui potrebbero farla franca.

Ad ogni modo ci sono diversi tipi di invisibilità. Il manto dell’invisibilità di cui ricopriamo il mendicante o il rifugiato dei barconi, o i danni inferti alla mente di un giovane. C’è anche l’anello che ci mettiamo per fare finta di non essere lì e di non avere nessuna responsabilità. L’unica cosa buona dell’invisibilità – la mano sinistra che non sa cosa fa la destra – è quando l’ego è messo da parte e solo allora possiamo pensare ed agire in modo puro. E preghiamo semplicemente senza esser concentrati su noi stessi. Solo allora potremo vedere cosa è reale.

 Con grande affetto,

Laurence Freeman OSB