NEWSLETTER DICEMBRE 2016

Amici carissimi,

recentemente, un diplomatico di alto livello ha scritto un gentile biglietto a sostegno di Bonnevaux cominciando col dire, in modo non troppo diplomatico, che “il mondo è nel caos”. Aggiungeva che mai come ora c’è stato un gran bisogno di centri di luce, di inclusione e di pace proprio come quello che noi preghiamo possa diventare Bonnevaux con l’aiuto di Dio (e con il vostro). Lungo i secoli è stata spesso data una falsa immagine della vita contemplativa. È stata presentata come una scelta, spesso una scelta egocentrica, per raggiungere una pace e un isolamento privati, una via di fuga dal mondo e dai suoi problemi. Molte persone, che evitano per loro stesse l’impegno del silenzio ma sono prese nelle battaglie del mondo, considerano i centri di contemplazione come luogo di fuga ideale.

Ma, se consideriamo la contemplazione come un modo di vivere nel presente, con la mente e con il cuore aperti alla razionalità e alla compassione, ne deriva una verità molto diversa. La vita contemplativa è ordinaria e normale, come sono normali i nostri frequenti sbagli o fragilità e la nostra innata aspirazione a realizzare un mondo più giusto e pacifico. In altre parole, tanto normale quanto lo è la nascita di Gesù, una volta che tutti gli strati di sentimentalismo o commercializzazione vengono eliminati perché la si comprenda nel suo significato radicale e universale.

L’incarnazione è la più grande delle rivelazioni, impacchettata nella più semplice delle confezioni. Non illumina il significato istituzionale della contemplazione, ma quello del cuore, la visione di Dio, piuttosto che l’osservazione di Dio, vederlo e non guardarlo. Fa vedere a chiunque la osservi che il cammino dell’uomo è l’evoluzione di ciascun individuo, quale che siano i talenti o le esperienze pregresse, verso uno stato che è, semplicemente, divino. “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse diventare Dio” cantavano tutti i più importanti maestri cristiani prima che tornasse il sistema delle caste e le strutture di potere oscurassero la verità che ha brillato a Betlemme.

Non sono solo i diplomatici a sentire che oggi il mondo è in gran difficoltà. La “Democrazia ha-ha-ha”, come dichiara dolorosamente un graffito sul muro di una metropolitana brasiliana (lo vedete in copertina della newsletter), è difficile da definire ed, oggi, per molti ancora più difficile è credervi. Dipende da un equilibrio di forze delicato. Richiede livelli di autocontrollo e civiltà tali che populisti, cinici e pazzi possono facilmente minarla. Oggi quindi un referendum sembra un cocktail particolarmente esplosivo per il processo democratico. Abbiamo bisogno di ben altro che banalità o cambiamenti superficiali per ristabilire un equilibrio tanto pericolante. I nostri tempi richiedono un cambiamento di mentalità più radicale e più gravoso, come quello a cui Papa Francesco ha dato inizio nella chiesa cattolica.

Un amico che lavora nel mondo della finanza mi ha scritto un messaggio dopo il voto (in Inghilterra) con le sue riflessioni sull’instabilità e sullo sconforto del mondo, in cui diceva che “semplicemente sono troppe le persone che non sono state partecipi del ‘Mondo Nuovo’ che noi abbiamo creato”. E con “noi” penso si riferisse a tutti quelli di noi che hanno un grado elevato di benessere e di privilegi, in confronto alle persone che devono lottare per sopravvivere alla guerra e alla migrazione o per nutrire la famiglia nelle zone più squallide delle nostre città. In particolare, credo che si volesse riferire a chi ha incarichi di responsabilità per quel che riguarda le grandi decisioni sul potere o denaro. Le loro decisioni, senza dubbio, hanno reso il mondo un posto più ricco. Ma hanno anche tracciato un solco sempre più profondo fra le persone che hanno troppo in modo ridicolo e quelle che a mala pena hanno di che vivere. Gesù ha detto “i poveri li avrete sempre con voi”. Il divario fra ricchi e poveri è ciò che crea questo caos tragico.

Come la contemplazione, risvegliata dalla meditazione e dal lavoro del silenzio, può aiutarci a ristabilire l’equilibrio che sta alla base delle virtù, della giustizia, della pace, della salute e della felicità? Come possiamo noi insegnare e condividere questo dono, che è gratuito e deve rimanere tale, quale ponte di fiducia piena e totale?

La meditazione è il modo più semplice e universale per risvegliare la mente contemplativa, facendo così aumentare il livello di saggezza del mondo. Se agiamo secondo una visione squilibrata delle cose, invece, ci porta a ridurre un’antica fonte di saggezza ad un ulteriore sovrappiù, una moda o un prodotto della nostra tecno-cultura. Per quanto siano molti i miracoli e le comodità che la scienza ci ha mostrato e anche se essa può grossolanamente svilire l’umano e confondere l’identità dell’uomo e della macchina, non può sostituire l’essere umano. L’umano è il processo di cambiamento attraverso cui il divino si incarna più pienamente. Dio diventa uomo, non un sistema o un computer. La meditazione si capisce sempre meglio come relazione, non come tecnica. Assomiglia di più ad un matrimonio, o a dei voti monastici o a qualsiasi modo onesto di vivere che non ad un corso o una app.

Esaurita la novità della pratica, se comincia a metter radici la disciplina, i momenti di meditazione si intrecciano in modo naturale con la vita quotidiana. Tutto diventa naturale e normale. Ma diventa anche trasfigurante, un continuo fattore di cambiamento che rivela la dimensione di profondità in ogni cosa non appena dischiude ed integra i livelli più sottili di noi stessi. All’inizio di questo percorso tutti devono ricordare, ed è necessario e difficile, che non si tratta di un’esperienza come un’altra, simile a molte altre che abbiamo già provato. In questo caso, si tratta di lasciare andare invece che di afferrare – cosa particolarmente difficile e contraria alla cultura di oggi perché le nostre menti, affollate come centri commerciali, possano coglierla. Alla fine della sua vita, domandarono al Budda cosa avesse ottenuto dalla meditazione. Rispose “nulla… ma ho perso parecchio”. Anche Gesù afferma che non possiamo trovare senza perdere e che il discepolato, la forma più pienamente incarnata di relazione con il divino, richiede che si “abbandonino tutti i nostri averi”.

Se solo fosse un’esperienza come le altre… Sarebbe più facile trovare clienti e diventarne esperti. Ma così non ci spingerebbe nella direzione che la vita naturalmente ricerca e che abbiamo bisogno di seguire. L’esperienza della meditazione è quella di una relazione che sempre si approfondisce e si rinnova. Quando uno pensa che sia esaurita, si trasforma e dà nuove prospettive di vita.

È famoso il detto di John Main “non succede nulla nella meditazione e, se succede, ignoralo”. Forse non è il modo migliore di far conoscere qualcosa, ma è la maniera più veritiera per spingere le persone ad iniziare e a continuare su questa via di grazia. Quello che Padre John vuol dire, ovviamente, è ciò che la sapienza contemplativa ha sempre insegnato. Esperienza, per come noi la intendiamo è già qualcosa che riguarda il passato, un’istantanea o il concetto di qualcosa che ci è capitato senza che noi capissimo a pieno cos’era poiché eravamo totalmente coinvolti. Non c’era un briciolo di noi che stesse a guardare e che valutasse cosa succedeva. Eravamo, certamente, nell’esperienza ma l’esperienza non era in noi categorizzata. La descrizione, e addirittura il significato appaiono più tardi perché l’esperienza è solo una traccia nella memoria. La nostra fame di esperienza e certo di novità e il prestigio che ne consegue sono in contrapposizione all’intero senso della contemplazione. Proprio per questo John Main ha detto che “il significato più importante che le persone devono riscoprire oggi è quello del silenzio”.

Il silenzio è veritiero. Niente è più importante per noi, in un mondo post-verità fatto di “false notizie” e di inganni che manipolano le massa, del ricordare cos’è veramente la verità.

Purtroppo, non è ciò che la chiesa ha insegnato in tempi recenti. Ha messo sul mercato il soprannaturale, lo straordinario e le “esperienze di grazia” perché ci sarà sempre un mercato per questa merce e per altre ragioni meno orientate al servizio. Ma così si logora lo spirito religioso genuino e ci rende dipendenti dalle immagini e non dalla realtà, ci lascia alla superficie e non alle vere profondità di Dio. E ciò è astratto, intangibile se non nella nostra fantasia, e falso segno di incarnazione.

Se, quando cominciamo a meditare, riusciamo a trovare l’aiuto di cui abbiamo bisogno per rafforzare la nostra pratica nel resistere a queste sfide iniziali e a controllare la nostra voglia di esperienza, allora scopriremo presto il vero lavoro e la meraviglia del silenzio.

Il silenzio è creativo, ristoratore, guaritore e disintossicante. Comunque, a prima vista, può sembrare negativo e anche preoccupante. Essere davvero silenti, sembra, significhi sparire del tutto. Ma quando ci accorgiamo che il silenzio si raggiunge attraverso il lavoro di attenzione pura, non su un oggetto specifico di attenzione, allora siamo ad una svolta fondamentale. Diventiamo capaci di capire come la contemplazione è veramente l’espandersi dell’esperienza d’amore. Tutto ciò che prima abbiamo chiamato amore viene ridisegnato. Così facendo siamo trascinati ben al di sopra del nostro piccolo disagio e sempre più nel quadro più ampio, appare la verità.

Il silenzio è veritiero. Niente è più importante per noi, in un mondo post-verità fatto di “false notizie” e di inganni che manipolano le massa, del ricordare cos’è veramente la verità. Merton una volta ha detto che “io faccio del silenzio una protesta contro le falsità dei politici, propagandisti ed agitatori”. È vero, e Bonnevaux sarà parte di questa antica protesta monastica di verità. Ma oggi dobbiamo capire che “monastico” non si riferisce solo ai monasteri ma al monaco che è in tutti noi, a quella parte di noi che “veramente cerca Dio” e sa che la solitudine è la condizione di una vera relazione. Una comunità – famigliare, monastica o globale – è forte come sono forti tutte le solitudini che la compongono.

Ad una mente drogata di rumore e novità, il silenzio sembra un vuoto negativo. In verità, è un vuoto colmo di un potenziale pari al grado di silenzio raggiunto. E, in sostanza, finiamo oltre i confini, in un “ordine senza ordine”, nella libertà che è la vita dello Spirito, il silenzio che è Dio. Meister Eckart descrive tutto ciò nel linguaggio mistico del paradosso quando dice: “nella contemplazione diventiamo pregni del nulla, del nulla in cui nasce Dio. Dio genera suo Figlio nella nostra anima. Dio mi genera come suo figlio”.

Essere umani vuol dire cambiare. Via via che la nostra consapevolezza contemplativa cresce, il nostro modo di percepire cambia. Non diventiamo “più bravi a meditare” ma capiamo che la vera “esperienza” si dischiude non solo come qualcosa che osserviamo o sentiamo durante la meditazione, ma in tutte le dimensioni e in ogni angolo e in ogni piccola fessura della vita. Diventiamo più responsabili, meno dubbiosi. La fede, non la forza di volontà, ha la meglio e ci sorprende per come muove le montagne, spesso in prima istanza riducendole a piccole colline. Il mistero allora emerge dalle cose ordinarie e non discende drammaticamente dall’alto. La nostra idea di Dio (sia che siamo credenti o agnostici) cambierà anch’essa e con essa tutto il nostro insieme di credenze e di valori. Dio diventa più manifesto grazie alla nostra scoperta di significato, attraverso un senso di connessione con chi ci sta intorno più ampio, compresi i nostri avversari e quelli che vivono in altri mondi, lontani dai radar delle nostre zone di sicurezza. In questo modo la contemplazione cresce e diventa azione e coraggio politico.

Ai nostri giorni, siamo comprensibilmente spaventati dalla rapidità del cambiamento. Facciamo appena in tempo ad abituarci al nuovo che già è superato dall’arrivo di qualche altro sconvolgimento. Ci sembra di non essere più in controllo e, influenzati dalla paura, corriamo dietro sconsideratamente a quelli che erroneamente crediamo possano aver meglio sotto controllo tutto. Lo stimolo per il buon cambiamento – cambiamento che ci spinge verso l’obiettivo umano – è in effetti e principalmente interiore, non esteriore. I cambiamenti esteriori sono passeggeri. Il cambiamento interiore avviene in modo definitivo con lo sviluppo dell’auto conoscenza. Come per il significato di “esperienza”, il punto di vista contemplativo fa importanti distinzioni a proposito di auto conoscenza. Non è solo essenzialmente ciò che conosciamo di noi stessi o cosa pensiamo di noi stessi – sicurezza di sé o dubbi su se stessi per esempio – ma ciò che siamo nel più profondo silenzio non auto-referenziale. Non è quello che impariamo di noi stessi dalle riviste. È ciò che perdiamo e che troviamo nella nostra solitudine.

Questo tipo di auto conoscenza, non si può rendere con parole o concetti qualsiasi. I suoi effetti si vedono all’opera, nei cambiamenti prodotti nelle nostre vite. Quando siamo veramente immobili e la presa dell’ego si è allentata, le cose cambiano come devono. Delicatamente sorge una nuova dimensione di conoscenza che probabilmente non abbiamo mai sospettato prima, eppure, come nella storia dell’incontro di Elia con il divino sul monte, con una calma e una modestia più forte del terremoto e della tempesta.

Essere umani vuol dire cambiare.

Via via che la nostra consapevolezza contemplativa cresce, il nostro modo di percepire cambia.

Scoprire questa forma di conoscenza come vera forza, questo tipo di cambiamento come il più salutare, ci fa recuperare una delle vittime della modernità, la saggezza della quiete. L’Hesychia. San Giovanni Climaco assomiglia ad un moderno consulente aziendale che vende mindfulness quando parla di “esichia come conoscenza accurata di sé e capacità di gestire i propri pensieri. Il pensare in modo coraggioso e risoluto è un amico della quiete. Costantemente vigila la porta del cuore”. Chiaramente quindi la meditazione offre grandi benefici per la mente. Non c’è nulla di anti-intellettuale nel lasciare da parte i propri pensieri o indirizzare la mente verso o entrare nel cuore seguendo il cammino della quiete. La paura che l’immobilità significhi morte sparisce subito e invece scopriamo un’ampiezza e uno splendore di vita completamente nuovi. Tutte le organizzazioni, compresa la democrazia, funzionano meglio quando le persone hanno idee più chiare e serene e sono in grado di stabilire la differenza tra false notizie e la semplice verità.

Seguire “il cammino stretto che porta alla vita” di Gesù, “la via di mezzo” di Budda o il “niente di eccessivo” di San Benedetto richiede equilibrio. L’equilibrio della moderazione richiede un’attenta vigilanza per evitare di finire in qualche forma di estremismo. La meditazione magari offre meno spunti per notizie esaltanti, ma poi di fatto è più emozionante perché risveglia i sensi e l’intelletto a livelli superiori. Evita l’apatia e aumenta il godimento della verità. Nel mondo degli affari, la “stabilità” è considerata indispensabile per gli investimenti e la produttività. Di solito non vuol dire altro che “pace come la dà il mondo”, soluzioni di breve durata, temporanee e facilmente ribaltabili. La pace di Cristo, invece, nasce dal cuore della realtà e non dall’andamento meteorologico superficiale. È necessario un contatto consapevole (non solo un’esperienza di auto-consapevolezza) per trasmettere all’uomo questa pace, proprio dal cuore. La politica, gli affari o la religione senza cuore non sono in grado di rendere il mondo un posto migliore.

Tutti desideriamo il cambiamento, ma nei nostri termini. La nostra visione di ciò che vogliamo cambiare è limitata da ciò che desideriamo. Diventiamo niente altro che creature fatte di desideri. Così siamo legati alla sofferenza, tristezza e sofferenza, prodotti del ciclo di desiderio, soddisfazione e delusione. Restiamo intrappolati nel regno delle immagini e dell’astrazione. Il problema, nel ridurre il cambiamento a ciò che desideriamo, è il desiderio stesso. Non desideriamo mai abbastanza. La festa dell’Epifania ci ricorda come l’intero potenziale, la gloria del destino dell’uomo, si manifesta nella persona di Gesù ed ora attraverso il cosmo nel corpo di Cristo. La gloria è sempre impaziente di irrompere attraverso le vicende normali della vita e renderci capaci, per quanto attualmente limitati, di vedere il mondo come un paradiso.

La meditazione opera trasfigurando il desiderio: all’inizio, grazie a quei due momenti quotidiani in cui ci impegniamo con tutto il cuore alla povertà di spirito nella rinuncia al desiderio. E quando il cambiamento si radica sempre più in noi, vediamo come il desiderio è mutato in tutti i campi. Cosa e come desideriamo non è più ciecamente controllato dall’illusione. E alla fine arriviamo a capire quello che veramente sostenevano i mistici dicendo che dovremmo desiderare solo Dio. A prima vista può sembrare un rifiuto amaro del mondo e di tutti i suoi modi di manifestare il divino. Persone religiose che mancano di cuore fanno proprio questo linguaggio e lo distorcono per reprimere e controllare i desideri e le gioie naturali della vita. Ma, una volta che la trasfigurazione ha avuto inizio, capiamo cosa significa davvero. Desiderare solo Dio significa risuonare in armonia con tutto ciò che è reale.

Il cambiamento è la sola cosa che non cambia. Nel cuore di Dio troviamo il più profondo senso di appartenenza e trascendiamo la preoccupazione di noi stessi. Questo è eterno cambiamento (il significato di “vita eterna”) e diventa l’eterno ora, l’immobilità in cui emerge l’auto conoscenza divina dell’amore e ci cambia. Nel I Ching, il libro cinese “dei Mutamenti”, la saggezza è l’abilità di riconoscere dove siamo in ogni momento nel ciclo perpetuo del cambiamento. Nell’esagramma 20 sulla contemplazione, questa è descritta come ciò che porta ciclicamente verso il mistero della realtà, proprio come ogni nascita porta ad una serie di cambiamenti e di esperienze. In questo testo sapienziale cinese, la contemplazione è descritta come lo spazio “fra l’abluzione e l’offerta”. Allo stesso modo nella parola latina contemplatio, templum non si riferisce alla struttura dell’edificio ma allo spazio in cui si erige. Per questo penso che quando le persone vengono a Bonnevaux, non è l’edificio, ma lo spazio in cui fluttua, a rivelarsi a tutti come porta d’ingresso alla contemplazione e alla pace.

Se la via verso casa in questo spazio è così semplice ed evidente, perché solo pochi la scelgono ? La vita è una continua scelta, spesso fra mali minori, come nelle elezioni politiche. Ma sempre siamo di fronte ad una scelta fra giusto e sbagliato, il miglior compagno di vita, una nuova password o la carriera. Troppe scelte producono ansietà. Le scelte che solo noi possiamo fare, spesso ci fanno sentire soli. Senza dubbio questo è il motivo per cui, mentre il nostro mondo è pieno di scelte e difficoltà, nasce un desiderio complementare di semplicità. Cerchiamo un risparmio di energie, il posto dove non dover scegliere, in cui dare il nostro assenso piuttosto che scegliere una o l’altra opzione. Ma perché alcuni vogliono meditare e altri no ? E perché quelli che vogliono meditare devono misurarsi con la parte di se stessi che fa resistenza?

Forse perché partiamo dal presupposto che siamo solo, e in primo luogo, noi stessi a scegliere. Eppure: “non siete stati voi a scegliere me. Sono io che ho scelti voi” ci dice Gesù. E continua affermando che la sua scelta è fatta perché noi possiamo andare e portare frutti durevoli – non solamente esperienze passeggere, ma una progressiva trasfigurazione che è veramente iniziata quando abbiamo cominciato ad incarnarci. Sapere di esser stati scelti ci turba. Minaccia il nostro senso di controllo egoico e spesso ci porta ad una relazione combattiva verso chi pensiamo ci stia imponendo la sua scelta. Imparando (grazie alla disciplina) e rendendo possibile (grazie al nostro lasciare andare) il modo di vedere contemplativo, capiamo che esser scelti e acconsentire alla scelta è la più grande libertà possibile.

Tommaso d’Aquino diceva che la novità del Nuovo Testamento è la grazia dello Spirito Santo che opera nei cuori. Noi non lo scegliamo, ma diciamo sì. Dire sì è in parte una scelta, ma è soprattutto un atto di fede in cui ci arrendiamo in assoluta parità. E non è forse questo che Dio fa con noi a Betlemme ? Se lo guardiamo in una luce contemplativa, abbiamo trovato la chiave per risolvere il nostro attuale dilemma. Abbiamo trovato la via sapienziale della semplicità radicale. Impariamo col tempo ad onorare la diversità e a non aver paura degli stranieri, a socializzare con loro e a non volerli tenere in disparte. La contemplazione è necessaria per il nostro prossimo stadio nell’evoluzione.

Tutte le persone del gruppo internazionale che è al servizio della comunità si uniscono a me nell’augurare a voi e a tutti quelli che servite, felici e sante feste per la nascita e l’epifania del Signore. Abbiate a cuore Bonnevaux, in modo speciale, in quanto futuro luogo di contemplazione e unità per essere al servizio di quel che ho cercato di descrivere in questa lettera; preghiamo di poter un giorno darvi qui il benvenuto.

Con grande affetto,

Laurence Freeman OSB