Newsletter dicembre 2015

Amici carissimi,

Era un venerdì sera quando tenevo una conferenza ad Asuncion in Paraguay su meditazione e problema della violenza.

Dopo aver meditato abbiamo avuto un interessante dibattito su questo tema che naturalmente colpisce la mente e la coscienza di chiunque si sia risvegliato alla dimensione contemplativa. L’interrogativo è: il nostro lavoro del silenzio scorre semplicemente parallelo al mondo della competizione, delle divisioni e dei conflitti? Se ad ogni modo c’è come un accavallarsi – o addirittura un’unione – la meditazione ci può aiutare a sanare le divisioni, prendere in esame le cause della violenza e magari trovare una pace sostenibile ? Non sono domande astratte per i nostri tempi. Possono voler dire la nostra sopravvivenza se ci danno la speranza di infrangere il ciclo della violenza in cui siamo intrappolati da tempo immemorabile.

Non ci siamo resi conto che mentre seguivamo il nostro dibattito dopo la meditazione, in quel preciso momento, sulle strade di Parigi, si stavano susseguendo quei barbari attacchi che hanno scioccato e sconvolto il mondo.

Pochi giorni dopo ero a Buenos Aires per un incontro con insegnanti, genitori ed alunni del Collegio del Nino Jesus. Gaston Dieguiz, uno dei docenti mi aveva presentato ai bambini l’anno scorso e mi diceva come i più grandi stavano ora introducendo i più piccoli alla meditazione. Ero in ascolto dei più grandi ed ecco una sorpresa speciale: le porte della cappella si sono aperte per far entrare una marea di piccoli eccitatissimi. Molti di loro sono corsi verso i più grandi che avevano insegnato loro a meditare. Era commovente vedere la fiducia e l’affetto tra di loro. Un bambino di quattro anni era corso sulle ginocchia di un compagno di tredici anni che era accanto a me e restò lì accoccolato mentre meditavamo. In questo strano gruppo di piccoli, teenagers e più anziani dai capelli grigi abbiamo cantato, pregato a voce alta e meditato in silenzio condividendo quella pace del cuore che Gesù ha detto il mondo non può dare.

Mentre la tristezza, la paura e la rabbia crescono nel mondo, l’interrogativo di Asuncion – la meditazione fa una differenza o stiamo cercando di evitare il problema?- diventa sempre più importante. E i bambini di Buenos Aires acquistano sempre maggior significato. E’ una domanda realistica per chi crede nella via contemplativa della vita. Anche se la nostra risposta al terrorismo deve essere una violenza difensiva, questo interrogativo ci rende consapevoli del fatto che stiamo reagendo come i terroristi avevano sperato. Quando ripetiamo vecchi schemi dovremmo sapere quello che stiamo facendo e non perdere di vista la verità ultima.

Il giorno dopo gli attacchi è stato chiesto ad una signora di Parigi quale, secondo lei, dovesse essere la risposta e lei ha detto “amore, solo amore”; io ho pensato “vero, eppure inadeguato”. In effetti in questi momenti dovremmo affermare la verità, la verità che ci viene dai maestri più saggi dell’umanità. Ma la sua quotazione sarebbe molto bassa all’indomani di un tale massacro. Un altro abitante di Parigi ha dichiarato “non darò loro la soddisfazione di avere il mio odio” e mi ha fatto tornare alla mente l’atteggiamento di Etty Hillesum nei confronti dei nazisti che ammassavano gli ebrei per la deportazione. Chi se non i contemplativi può ricordarci questa saggezza mentre la macchina di guerra si sta mettendo in moto? Se la loro voce non è ascoltata o affossata, i pericoli diventano ancora più gravi.

La risposta contemplativa alla violenza dovrebbe proclamare la bontà ed il potenziale dell’umanità. L’immersione nella comunità del vangelo dovrebbe renderlo inevitabile. Ma non significa che non ci impegniamo negli eventi che si succedono in tempo reale. I contemplativi non usano astrazioni e banalità La loro risposta deve essere sostenuta da argomentazioni razionali e convincenti. Senza questi, la saggezza che alla fine ci salverà potrebbe finire per esser scialba e falsa come una qualcosa di ovvio. Nessuno sconvolto dal dolore sarà mai confortato dalle banalità – e spesso dalle parole in assoluto. I contemplativi intuiscono quando parlare e come restare in silenzio.

I contemplativi non vogliono vender nulla e non modificheranno il loro messaggio. La meditazione non risolve i problemi. Trasforma il modo in cui li vediamo e li affrontiamo – compreso il più antico e più ingestibile problema dell’umanità, la disumanità della violenza.

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Uno dei miei studenti di MBA quest’anno era un ex marine; per quanto non ci siano ex marine, una volta marine lo sei per sempre. Tim, chiamiamolo così, ha prestato servizio in Afghanistan e in Iraq ma ha sfidato lo stereotipo del marine, facendo riflettere chi pensa ai militari come meri strumenti di violenza. Forse l’apice della violenza si trova più facilmente nel processo politico e nella sua tragica mancanza di immaginazione. Tim era un soldato pacifico che aveva imparato a guidare gli uomini in circostanze estreme. Era intelligente, distaccato e disciplinato. Queste qualità lo hanno aiutato a fare quello che gli avevo chiesto, unico fra tutti gli studenti, meditare due volte al giorno per le sei settimane del corso. Riuscì a rendersi conto che nella sua vita si stava schiudendo una nuova esperienza. La struttura in cui vedeva accadere tutto ciò era molto personale e mi disse: ”non ho in me una briciola di religione “: Ma la religione non è ovviamente l’unico modo di fare esperienza di Dio; il fatto che l’esperienza di Dio possa far diventare religiosi, è un altro discorso. Anche senza concetti religiosi Tim era in grado di riflettere sui frutti della sua meditazione e questo lo portò ad esplorare nuove idee. L’argomento della sua prima prova scritta non fu nessuna delle opzioni che io avevo proposto, ma riguardava il tema della “notte oscura” – e non so come questo gli fosse venuto in mente. Ma lo portò a delle intuizioni spirituali basate sulla sua esperienza “anonima”. Per esempio confrontava le tecniche di mindfulness con la meditazione e concludeva sostenendo che la prima non poteva portare alla “notte oscura” ( con la purificazione della mente dai ricordi e e dai legami) mentre con la meditazione ciò sarebbe stato inevitabile.

Anche il secondo compito fu originale perché aveva chiesto di poter scrivere qualcosa sulla meditazione e la leadership in guerra. Non stava pensando alla meditazione come potrebbe fare un istruttore del Pentagono, semplicemente come un mezzo per rendere i soldati più “efficienti” e resistenti. Lo scopo della meditazione non è quello di ottenere una maggior chiarezza e rigore, ma quello di diventare pienamente umani. Capendo ciò, alla luce della sua pur breve esperienza di meditazione, scrisse del rapporto fra un ufficiale e i suoi uomini in tempo di guerra, quando la vita e la morte sono al centro dei loro pensieri. Aveva la sensazione che la meditazione avrebbe potuto offrire una nuova dimensione di saggezza, compassione e significato all’interno di quel rapporto fraterno eppure gerarchico. Diceva che un ufficiale in guerra dovrebbe essere come un padre per le sue truppe, anche se è più giovane dei suoi soldati. Preparandosi ad un’azione di guerra, sanno che non tutti forse ritorneranno. Il loro rapporto, come pochi altri in campo professionale, è permeato dalle domande estreme della vita.

 …una risposta contemplativa alla violenza

deve essere più di un’aspirazione a metter fine

alla violenza. Deve essere realistica e centrata

sul ridurre la violenza

 

Tim spiegò la scelta del suo tema dicendo che l’umanità è stata sempre in guerra e lo sarà sempre, ma dobbiamo tenere sotto controllo come la si dichiara. Mi ha colpito la freddezza, il realismo e il distacco del suo convincimento. Ma mi pareva respingere la speranza di quei contemplativi convinti cioè che un giorno gli uomini faranno una pace vera, sradicheranno l’azione- reazione della violenza imparando ad offrire l’altra guancia e ad amare i propri nemici e sanare il cuore di tutti. Ma non è stato questo ideale l’unica speranza di porre una fine al ciclo di violenza che ha tenuto prigionieri gli uomini fin dai tempi di Caino – almeno da quando l’homo sapiens ha sterminato i cugini di Neanderthal come loro avevano fatto con altri umanoidi? L’adesione di Tim all’idea che le guerre ci saranno sempre, mi ha persuaso del fatto che una risposta contemplativa alla violenza debba essere molto più di un’aspirazione a porre fine alle guerre. Deve essere realistica e centrata sul ridurre la violenza molto prima di poter sperare di eliminarla per sempre.

Anche se “saremo sempre in guerra”, questo non significa che non avremo bisogno di martiri della non-violenza. Quelli che vedono la verità della bontà della natura dell’uomo con tale chiarezza da dare testimonianza e sacrificare loro stessi per essa, sono in realtà l’ultimo argomento contro i terroristi di Parigi. I grandi maestri dell’umanità – Gesù, San Francesco, Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela – sono dei fallimenti ma luce nell’oscurità che altrimenti avvilupperebbe il mondo. Anche quando la loro saggezza viene respinta, senza di essa noi perderemmo qualunque progresso fatto nella consapevolezza attraverso una lunga e tortuosa evoluzione. La loro visione ci evita di cadere nella violenza cieca. Impersonificano una fede non solo nell’essenziale bontà della natura umana ma soprattutto nel suo destino e nel suo sommo potenziale.

Nella visione cristiana, totalmente umano significa non meno di theosis, cioè la nostra divinizzazione. “Dio si è fatto uomo” come ripetono spesso i Padri della Chiesa, “perché l’uomo possa diventare Dio”. Certo si stenta a crederlo quando vediamo degli innocenti massacrati in nome di Dio sulle strade di Parigi un venerdì sera. Altre risposte sono più difficili da sopportare: disperare dell’umanità, diventare cinici, ricopiare la violenza fatta contro di noi, confortarci con l’euforia della nostra risposta violenta per provare, come diceva Cicerone, che “la legge non si fa sentire in tempi di leggi di guerra”. Tutte queste opzioni non fanno che sostenere il ciclo della violenza a cui l’umanità è inchiodata.

La risposta contemplativa non è tanto idealistica ma vera. Non si basa su belle preghiere o appelli eloquenti all’intervento divino. E non ignora la realtà della politica. Si articola nella ragionevolezza distaccata di Tim ma rivela anche la più profonda intelligenza dell’amore. Durante il falso processo Gesù fu colpito da una guardia per la sua risposta al sommo sacerdote. E gli domandò: ”Se ho detto qualcosa di male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti ?” Non ebbe salva la vita, ma sarà ricordato per sempre per il modo in cui possiamo scegliere di rispondere alla violenza senza perdere la nostra dignità umana.

E quindi, mentre i terroristi devono esser chiamati a rispondere e devono esser prese tutte le possibili misure per tenerli sotto controllo, dobbiamo anche denunciare ed esser consapevoli delle strutture di violenza e del modo in cui ci intrappolano. La presa di posizione contemplativa deve trovare nuove strade per ridurre la violenza che sappiano usare la consapevolezza stessa.

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Si deve cominciare dalla consapevolezza umana ai suoi livelli più puri e ricettivi. Lavoriamo sulle menti dei giovani, non con il lavaggio del cervello ma rendendoli capaci di ripresa e reazione contro tutti i tentativi di quel genere. La grande responsabilità della nostra generazione è proprio quella verso i giovani perché sono vulnerabili e suggestionabili. I condizionamenti in giovane età sono quelli che ci modellano per la vita. Allo stesso tempo i giovani sono anche la nostra più grande speranza di cambiamento nella consapevolezza. Non ci dovremmo disperare per convertire i duri di cuore, ma sarebbe molto meglio riuscire a non fare indurire i cuori.

In un mondo violento i giovani sono i primi a essere corrotti, diventando così la nuova generazione che ricalca i temi perenni della violenza. Col crescere riproducono la violenza del sistema in cui vivono. Impariamo imitando la pratica che vediamo, non le prediche che sentiamo. Ma ciò che impariamo può esser disimparato. Col tempo la meditazione ce l’ha dimostrato. Insegnando ai giovani a meditare li proteggiamo dagli esempi corruttori della violenza. Possiamo anche rivolgerci ai bambini già contagiati dalla violenza. La meditazione fa ritrovare la chiarezza di pensiero. Il ragazzo violento che fa il bullo con gli altri può imparare a risolvere le differenze in modo non violento, ad accettare la delusione senza disperarsi e a controllare la rabbia.

Il terrorismo non è l’unica forma di violenza. Negli Stati Uniti ci sono altrettanti incidenti dovuti ad armi da fuoco quante sono le vittime del terrorismo in tutto il mondo. Questa democrazia per antonomasia che proclama la libertà, è profondamente corrotta dalla violenza. Il culto infantile della pistola e gli spettacoli tv di ogni sera considerano normale la violenza, un diritto e quasi un piacere perverso.

Non ci dovremmo disperare per convertire

i duri di cuore, ma sarebbe molto meglio

riuscire a non fare indurire i cuori.

La violenza, anche se motivata, corrompe l’uomo. Sotto qualunque forma compaia riduce il nostro potenziale e arresta il nostro sviluppo. La corruzione politica e finanziaria è una specie di violenza istituzionale diretta verso i membri più vulnerabili della società o contro l’ambiente stesso. L’esistenza umana è corrotta dalla violenza perché l’essere umano è icona di Dio: non solo in quanto riflesso o somiglianza, ma proprio in quanto ologramma vivente dell’origine dell’essere. Non possiamo essere separati da quella origine. Siamo fatti per diventare quello che ci ha originati.

In Dio non c’è nessuna violenza. Giustizia e misericordia, che ci sembrano incompatibili quando siamo in conflitto con gli altri, si abbracciano in Dio che è amore. L’amore, e non la violenza, è la forza motrice del nostro progresso e della nostra evoluzione. E così quando l’essere umano precipita nella violenza è perché spesso dimentichiamo facilmente, neghiamo o dubitiamo di chi veramente siamo e di cosa è fatta la nostra comune umanità. Gli animali non sono violenti anche quando si nutrono uno dell’altro o rivaleggiano per il potere. Sono fatti come sono. La violenza è il rifiuto umano della nostra vera natura, una scelta verso la regressione.

Non possiamo negare completamente l’innata intelligenza, l’auto consapevolezza ed il senso spirituale che derivano dall’esperienza umana della trascendenza. Comunque è una capacità esclusivamente umana quella di cercare di negare chi siamo veramente. Per aggiungere un’offesa all’autolesionismo noi riusciamo a sviluppare i nostri più grandi doni di creatività in quello che c’è di più disumano, nelle forme estreme di autodistruzione. Andando a marcia indietro compiamo azioni mostruosamente assurde che negano la vita, come avere arsenali militari o sostenere l’industria delle armi. Forniamo argomenti per i filosofi dei genocidi, dell’omofobia, delle persecuzioni religiose e dello sfruttamento economico. La guerra e il suo moderno ibrido, il terrorismo globale, sono le illogiche conseguenze di tali assurdità quali la negazione del vero essere umano. E per giustificare queste atrocità creiamo divinità mostruose. Questo è il dio degli Islamisti ma anche dei fondamentalisti di tutti i credo e le divinità atee di tutte le ideologie che odiano le religioni. L’assurdità fondamentale della violenza si manifesta quando preghiamo un dio che noi abbiamo pensato al posto dell’inimmaginabile che ci ha creati.

Il legame spettrale tra religione e violenza è complesso e oscuro. Ai giorni nostri è diventato più potente e non meno. Il declino della religione tradizionale ci consente di essere più attenti a questa primordiale connessione e a infrangerla mentre prendono forma nuovi tipi di religione.

Pensando a tutto questo, il prossimo aprile 2016 avremo un altro incontro col Dalai Lama sulle Vie della Pace alla Catholic University of America a Washington. Studenti di varie università da tutto il mondo, speranza per il nostro futuro, prenderanno parte al webcast poiché il tema principale riguarda il nostro comune futuro – il significato della religione ai giorni nostri. Con l’eccezione di Papa Francesco che deve affrontare una forte opposizione e del Dalai Lama, senza stato e in esilio, pochi leader religiosi hanno affrontato il problema del significato della religione oggi. In tutte le culture la religione sta subendo una profonda trasformazione che sfida la stessa idea di sacro: un cambiamento nella consapevolezza religiosa che scuote l’autorità delle gerarchie ecclesiastiche.

Ma la consapevolezza contemplativa, il centro spirituale nascosto e a volte soppresso nel cuore della religione, è la chiave per arrivare ad un nuovo tipo di consapevolezza religiosa. La pratica contemplativa largamente insegnata e praticata dai seguaci religiosi è la miglior speranza per ridurre la violenza, primo passo verso la sua eliminazione.

Le strutture centralizzate della religione possono offrire un supporto limitato per far crescere questa consapevolezza contemplativa che pure è tanto necessaria. Ai margini si stanno formando comunità monastiche e di laici che crescono spontaneamente in modi molto fragili e sono i maestri naturali della meditazione; mostrano come lo Spirito Santo “discende” sorgendo dalle radici.

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Lungi dall’essere una via di fuga dalla ragione verso l’illusione o la falsa consolazione della fede, la contemplazione è il recupero della ragione di fronte alle assurdità pratiche della disumanità.

I “contemplativi” di oggi non possono più essere solo istituzionalmente definiti. Non è più un segreto, la contemplazione è uscita fuori dai chiostri molto tempo fa. Oggi in quasi ogni tipo di vita, le persone che praticano e vivono con impegno la contemplazione, fanno di tutto per essere nel momento presente e vivere consequenzialmente. Attraverso la trascendenza del sé, le azioni compassionevoli e l’amore per la pace e la giustizia, abbandonano l’attaccamento alla sfera materiale, emotiva e spirituale pur continuando a vivere in questo mondo.

Ancor più che di un riconoscimento istituzionale i contemplativi hanno bisogno della comunità. Questa necessità è di nutrimento per l’amicizia inter-religiosa. Che sia in comunità o in modo solitario i contemplativi vivono la vita per cui sono tagliati, cercando di cambiare loro stessi prima di rivolgere l’attenzione al mondo. La vita contemplativa oggi è dura in qualsiasi forma. La distrazione è endemica. Per i contemplativi che vivono pubblicamente la loro vita, i monaci o le monache, la tentazione è quella di abituarsi ad un ruolo pubblico per soddisfare le aspettative degli altri. Ma, per tutti i loro fallimenti diffusi nella società ad ogni livello di vita, i contemplativi agiscono come uno specchio per il mondo che vede in loro e nei loro valori un’immagine capovolta di se stesso.

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I contemplativi hanno un segreto di immensa speranza per la nostra epoca di transizione così violenta, angosciante e inquieta. E’ la forza segreta dell’attenzione. In tempi di turbolenza quando regnano forze oscure e penetrano anche nelle nostre migliori speranze di sconfiggerle – quando la violenza sembra l’unica risposta possibile alla violenza – tutto quello che possiamo fare è continuare a stare attenti a ciò che è buono. Il bene che è in noi, nelle leggi della natura e nei nostri nemici. Questo tipo di amore diventa quasi un influsso divino – non ‘quasi’ ma ‘effettivamente’ – nel momento in cui l’uomo si innalza su se stesso e diventa veramente e totalmente umano. Tutto quello che abbiamo di umano ha inizio nell’infanzia, compreso l’arte di fare attenzione che dovremmo insegnare ai bambini – il vero regalo di Natale che dura nel tempo.

Il reciproco scambio fra Dio e il cosmo è l’incarnazione nell’uomo. E’ la suprema realtà di amore che include e sana che noi possiamo immaginare. E’ la logica che scorre fra materia e mente e penetra dovunque. E’ il processo di redenzione nascosto nella meravigliosa bellezza di ogni atto creativo.

Laurence Freeman OSB