Newsletter Aprile 2017 – Una lettera da Laurence Freeman OSB

 

Carissimi amici,

di recente, mi hanno fatto visitare il pronto soccorso di un grande ospedale. Sono capitato, per caso, in un momento tranquillo ma, a detta loro, la situazione può sempre cambiare in un attimo in qualsiasi giorno della settimana. (Lunedì e venerdì di solito sono i giorni più impegnativi) Anche in un giorno di relativa calma, gli estremi della condizione umana erano visibili: la sottile linea di confine con la mortalità che attraversiamo continuamente, un minuto felicemente presi dalle nostre cose e un attimo dopo stroncati, quel filo sempre tremolante che percorriamo da funamboli tra il benessere e il dolore; e, all’estremo opposto dell’isolamento e della paura che questo crea in noi, ho potuto vedere la calma che la compassione deve far crescere perché la si possa donare, la generosità di spirito che arriva a chi soffre senza nessun interesse egoistico o desiderio di un qualche vantaggio personale. In questo periodo dell’anno mi sembrava potesse descrivere la redenzione in atto, la cura dell’essere umano attraverso il dono di se stessi.

Meditando con medici ed infermieri del reparto per varie settimane ho potuto riflettere su alcuni dei molti significati della salute e sulle dinamiche delle cure. Vorrei cercare di collegare questi significati ad alcune delle storie della nostra comunità che trovate in questo numero della Newsletter di Meditatio.

Spesso colleghiamo le parole “buona” e “salute”. Ma dobbiamo fare attenzione ad usarle. Buono dà un senso di gratificazione mentre cattivo crea vergogna o rifiuto. Essere in buona salute non significa essere una brava persona. Essere in cattiva salute può portarti a diventare una persona migliore di quella di prima. La bontà vissuta nel reparto di pronto soccorso spendeva grazie ad un altruismo forte e pratico. Il dolore e la paura che isolano i pazienti erano evidenti. Ma i pazienti stessi erano anche commossi per l’attenzione altrettanto gravosa e lucida usata nelle cure. Segno evidente della nostra capacità di guardare l’altro invece di noi stessi, come se fosse la cosa più semplice e naturale per chiunque. Questo legame fra dolore e altruismo (sofferenza ed amore) mi è sembrato il canale principale di accesso per la cura e per l’ambiente fatto di considerazione e attenzione che permeava il reparto.

Condizioni estreme – e ci sono pochi luoghi più estremi di un pronto soccorso – in cui le tensioni della vita si tengono in un difficile equilibrio, possono rivelare profondi misteri in modi molto semplici.

Forse, questo essere focalizzati sull’altro esiste anche nei mega affari del mondo della finanza o nello spettacolo, o in politica o nei funzionari addetti all’immigrazione che valutano i rifugiati. Ma raramente è così evidente come negli uomini e nelle donne che lavorano nel gestire crisi continue nel pronto soccorso di un ospedale affollato. Il loro modo di rispondere ad una persona ammessa in condizioni disperate supera immediatamente i gusti personali, i pregiudizi e il proprio tornaconto. E’ una fonte di ispirazione da tenere a mente con naturalezza, perché loro stessi non sono e non vogliono essere consapevoli di essere modelli cui ispirarsi. Eppure, i medici di lunga esperienza di pronto soccorso non possono non essere consapevoli del profondo livello di soddisfazione e di significato che ricevono dal loro lavoro, anche se ne parlano con riluttanza.

Ma nondimeno sono consapevoli del rischio che il loro lavoro comporta. Col passare dei mesi e degli anni, tali livelli di continuo donarsi richiedono molto più di quanto uno possa pensare. Capacità apprese durante gli anni di training messe in pratica con compassionevole indifferenza possono essere minacciate da un incombente esaurimento che può sfociare in un graduale crollo interiore. Quando si inserisce il pilota automatico, il cuore si allontana sempre di più. Ho notato in loro una salutare attenzione a questo pericolo, specialmente in coloro che stanno imparando a meditare, mentre sono impegnati in turni di lavoro in questo settore vitale della medicina in cui le urgenti esigenze del corpo umano richiedono costantemente attenzione e cura. Il loro desiderio di meditare era come quello di chiunque altro. Il loro sforzo per creare una buona abitudine alla meditazione era essenzialmente come quello di tutti.

“Il mondo è un ospedale costruito da un miliardario in rovina”. Questa frase di T. S. Eliot, come il tempo che ho passato con questi generosi guaritori, ha rievocato alcuni dei misteri di Pasqua. La vita è il luogo della cura. Tutti noi abbiamo bisogno di cura in modi e tempi diversi, fisicamente, emozionalmente o spiritualmente. Non c’è da vergognarsi per questo ma tuttavia il nostro bisogno di essere curati è spesso sentito come una debolezza da dover nascondere agli altri, come nascondiamo le nostre parti più intime mentre ci vestiamo per bene. Essere visti come l’immagine della salute è gratificante e spesso incontrando qualcuno ci diciamo l’un l’altro: “mi fa piacere vederti, hai un ottimo aspetto”. Poi magari aggiungiamo “come sta andando?” Una salute e integrità totale non sono comunque condizioni per le quali ci si possa assicurare, come si fa per un fondo pensione. La piena salute non è un possesso né il risultato del caso. E’ un dono che fluisce continuamente attraverso il processo di cura. Non ci si può aggrappare ad esso perché ci predispone sempre alla fase successiva del nostro viaggio.

L’ospedale della vita accoglie ugualmente il sano ed il malato. La differenza fra queste due condizioni di vita non è così marcata come può sembrare. Come facciamo a sapere che al dottore che sta trattando il tuo braccio rotto non è stata diagnosticata una malattia terminale ? O forse che lo shock della diagnosi possa portare a una integrazione più ricca della tua personalità, ad una riconciliazione delle parti spezzate di te stesso e ad una aumentata capacità di amare gli altri ? I monaci del deserto usavano il termine apatheia per descrivere lo stato di salute dell’anima, quando cresciamo come persone complete, sia che il corpo stia funzionando bene o meno.

I sintomi della salute e i sintomi della malattia sono molto diversi. Ordine, armonia, pace della mente, flessibilità, spontaneità, bellezza attraente (da una parte) e caos, violenza, aggressività, squilibrio e istintivo disgusto (dall’altra parte). Eppure il peggio può essere trasposto nel meglio. Comincia con l’accettazione. Il primo passo può essere il più duro da intraprendere. La peggior notizia ovviamente comporta la tentazione di negare ciò che non ci piace. Vediamo questo ogni giorno nelle conferenze stampa e nelle interviste a carattere politico. Mi ricordano quando da adolescente fumavo di nascosto contro il volere di mia madre. Una notte nella mia stanza, sentendomi sicuro di potermi ribellare, ho acceso una sigaretta e ho sentito dei passi che salivano su per le scale. Subito ho spento la sigaretta ma non ho potuto nascondere l’evidenza della nuvola che volteggiava nella stanza. Appena entrata, ho dovuto affrontare mia madre e la sua rabbia e forse anche divertimento e ho negato tutto con un senso di umiliazione e di ridicolo. La negazione diventa più forte quanto più la sostieni a lungo. Alla fine può diventare auto convincimento e noi stessi crediamo alle falsità che abbiamo detto. Il primo passo è essere onesti con se stessi e con gli altri.

“ Imparare a meditare diventa una cura

profonda contro la vergogna del passato

e può diventare una nuova integrità del

sé dilaniato “

Dopo l’accettazione viene l’adattamento. Più in là, in questo numero, potrete leggere di una meditante di Hong Kong che ha lottato con la burocrazia per portare la meditazione nelle carceri. La resistenza maggiore che ha incontrato era il convincimento delle istituzioni che la meditazione non potesse servire a niente per i detenuti. Era troppo “avanzata” per loro. Lei ha insistito e alla fine ha avuto la meglio. Essere in carcere e disumanizzati può provocare un immenso rifiuto e una disperazione rabbiosa, ma con il tempo e con un aiuto, l’accettazione può portare all’auto adeguamento. Col tempo imparare a meditare diventa una cura profonda contro la vergogna del passato e può diventare una nuova integrità del sé dilaniato. Dopo esserti visto come un reietto, scopri un nuovo rispetto per te stesso nell’auto conoscenza e nella saggezza. Poiché il sistema penale considera la prigione come una punizione e solo formalmente una riabilitazione, riesce raramente a notare il tipo di trasformazione personale che cambia per sempre i detenuti.

Tanto meglio chi cura conosce la natura della malattia, tanto meglio la può curare. La storia della Passione che leggiamo nella settimana santa ci racconta come Gesù era immerso in tutti gli immaginabili mali dell’umanità, dal dolore fisico, al rifiuto emotivo e alla ontologica notte oscura. Isaia predice questo nella sua immagine del servo sofferente come guaritore ferito:

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”. (Isaia 53,4-5).

La malattia e la cattiva sorte spesso generano un senso di colpevolezza o di vergogna sia che siamo noi a soffrire o gli altri. Il nostro ego crede che Dio premi i buoni e condanni i cattivi. L’ego è sempre molto sensibile alla sua reputazione. Il fatto di curare comunque mette in luce questa falsità. Le ferite possono curare, la malattia può portare una salute più profonda di quanto non abbiamo mai sperimentato prima. L’essere schiacciati può evolvere nel sentirsi sollevati e più in salute di quanto potessimo immaginare. E addirittura la sofferenza può essere salvifica.

Nella mitologia greca la prima cosa esistita senza essere stata generata era Caos. Era il vuoto, la non esistenza da cui tutto quanto, anche le divinità, sono emerse. Era il mondo sotterraneo dell’oscurità e del fango. La parola caos vuol dire spazio vuoto o abisso perché questo è lo spazio fra cielo e terra. Il mito deve essere capito dal punto di vista psicologico. Quando la malattia ci sopraffà, mentalmente o psicologicamente, precipitiamo nel caos interiore. Un baratro di separazione si apre fra noi come eravamo e noi come siamo. Non riusciamo a relazionarci con nessuno e niente come facevamo prima. Non ci piace il caos e spesso siamo pronti a qualsiasi tipo di compromesso per negarne l’evidenza, per isolarci dagli altri e per evitare di precipitare nell’abisso.

Rifiutare la sofferenza o una perdita, comunque, significa negare il nostro bisogno di cure. Con un costo sempre più alto per il nostro benessere e la nostra integrità mentale, cerchiamo di conservare l’apparenza come se niente fosse successo. La generazione dei miei genitori era forte e contava solo sulle proprie energie in un modo che i figli potrebbero invidiare molto; ma spesso nascondevano i loro sentimenti e si rifiutavano di chiedere aiuto quando ne avevano più bisogno. Il loro meccanismo di sopravvivenza si era conformato al secolo più violento della storia dell’uomo, ma la repressione è essa stessa una violenza verso se stessi. Oggi la repressione è addirittura più facile. Abbiamo la realtà virtuale sulle punte delle dita. Il click di un mouse o una pillola da ingoiare ci portano in un altro mondo dove per un momento pensiamo di essere in controllo e di poter scegliere qualunque cosa ci possa far sentire meglio.

Spesso la tecnologia genera sospetto in chi ha una mente più spirituale. La scienza e i ritrovati della tecnologia sono spesso asserviti all’ego narcisistico. In ogni modo, alla fine, l’irreale va incontro a una morte inevitabile e la repressione e l’auto delusione, le false apparenze collassano. Io sono molto attratto dai gadget; ma ho sempre sentito che c’era un contrasto fra tecnologia e divino, che porta le persone con una cultura tecnologica a precipitare più facilmente nel caos. La comunità, io credevo, poteva essere sperimentata in persona solo con la presenza fisica. La chiesa dice che non si può celebrare il sacramento della confessione on line. La mia esperienza con gruppi di meditazione connessi in internet ha cambiato questa eccessiva semplificazione. Per la prima volta ho meditato on line con una persona che stava morendo, troppo malata per lasciare casa e sapevo che eravamo connessi spiritualmente e via web. Oggigiorno con i miei collaboratori nella comunità mondiale cominciamo tutti gli incontri con la meditazione.

Una reale e santa connessione esiste fra le persone che meditano insieme in qualsiasi modo. Forse questo succede perché lo spirito non è intrappolato nel corpo come un fantasma; il corpo è nello spirito. Quando Gesù è apparso ai discepoli immersi nel caos della sua morte pensavano di vedere un fantasma, si è mostrato loro reale come prima. E’ una presenza totalmente fisica che mangia e li tocca. Ma solo quando lo guardano con gli occhi dello spirito lo possono riconoscere. Meditare in un gruppo via web (un fenomeno sempre in crescita descritto in questa newsletter) è diverso dall’essere nella stessa stanza. (Si può per esempio togliere l’audio così che non si sentano i colpi di tosse delle persone). Ma la presenza è sempre reale. Lo Spirito che unisce scorre fra tutti; e koinonia, la comunione di ciò che è buono, è una realtà sentita da tutti.

La moschea di Victoria, Texas, è stata incendiata poche ore dopo il primo ordine di divieto di ingresso negli Stati Uniti per persone provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana. Gli ebrei del luogo hanno subito invitato i loro vicini musulmani, privati del loro luogo di preghiera, a pregare nelle loro sinagoghe. Gli ebrei hanno detto che nella loro città c’erano più musulmani che ebrei e perciò volevano condividere con loro il luogo sacro. I musulmani hanno accettato con piacere. Sicuramente, tanto per cominciare, dovevano essere delle comunità sane ma la koinonia che a quel punto condividevano li ha resi più validi e felici.

Koinonia è l’esperienza vissuta delle comunità. La generazione digitale nutrita fin dall’infanzia con il latte della tecnologia la usa spesso per creare una falsa intimità in una realtà alternativa. Ma desiderano molto la koinonia. L’amicizia su facebook può offrire qualche sollievo dalla solitudine dello spazio digitale in cui abitano; ma come ogni falsa consolazione, li delude e li tradisce nel loro sé più profondo.

Koinonia è l’esperienza salutare di una comunità con una identità tanto forte da poter essere ospitale per gli altri e che non si definisce per ciò che esclude. Il primo compito è costruire questa comunità salutare. I nostri meditatori cinesi poco tempo fa ci hanno aiutato in questo senso, portando la meditazione nel seminario cattolico di Pechino, dove ora si sono formati gruppi quotidiani di meditazione. Vivere, studiare o lavorare insieme e addirittura pregare insieme non è abbastanza, per creare koinonia ci vuole una interiorità collettiva: onestà e un silenzio abbastanza profondo per incontrarsi nel luogo della verità con gli altri. Tutte le relazioni vengono delicatamente trasformate da questa pienezza di verità silente. Meravigliosamente l’amicizia è vista allora come un venir meno delle relazioni umane. Sapendo ciò, l’esperienza, seppure in una comunità molto piccola, va oltre se stessa per raggiungere la grande rete vivente di relazioni che al nostro occhio di fede è il corpo di Cristo.

Recentemente un piccolo gruppo di meditatori, che ci aiuterà a creare la prima comunità residenziale a Bonnevaux, ha visitato la nostra nuova casa WCCM e il centro internazionale di ritiri. Dopo la visita, abbiamo meditato in una piccola cappella vicina alla casa principale dove speriamo di poterci trasferire in estate. La visione è grande, la comunità mondiale entusiasta – e la sfida a farla diventare una realtà fisica è molto forte. Verrà realizzata grazie alla dedizione di membri della comunità, residenti e non residenti. Dopo aver meditato, non ho sentito nessuna differenza fra la comunità locale e quella mondiale. Nello Spirito, koinonia, è una e la stessa.

Il caos minaccia sempre di sopraffare l’esistenza umana e di risucchiare la speranza dai nostri cuori. L’abisso della nostra mortalità e il dolore per la perdita o per la separazione destabilizzano continuamente la sicurezza di cui abbiamo bisogno per crescere. La vita è un ospedale sempre carico di lavoro. Ma dobbiamo esser sicuri che chiunque incontriamo o con cui comunque lavoriamo possa essere il benvenuto in un tale luogo di cura. Per San Benedetto ogni ospite deve esser accolto come fosse Cristo. Nella comunità, i più bisognosi, i malati, i giovani, gli anziani e gli stranieri che arrivano a mezzanotte non sono considerati un peso o un costo ma devono essere venerati.

Così il Caos diventa Cosmo. Grazie alla forza della koinonia, ordine e armonia trasformano il caos. Lo Spirito una volta aleggiava sull’immagine senza forma dell’abisso privo di luce. Ha dato vita alla varietà di colori della creazione. Allo stesso modo anche il nostro spirito può fronteggiare il caos in noi stessi e farne una nuova creazione. In questo nuovo mondo, incontriamo di nuovo coloro che sono morti e, come ci sembra a prima vista, ritornati nel caos. Il loro aspetto che amavamo si è dissolto e loro sembrano fluttuare via nella grande dimenticanza. Ma koinonia dimostra di essere un legame indistruttibile che va ben oltre il caos della separazione. Sappiamo che non sono più della “carne”, come dice S. Paolo di Cristo risorto. Ma l’amicizia senza fine che scorre fra loro e noi diventa sempre più reale e non diminuisce col tempo. E infatti perciò in questo numero ricordiamo con affetto alcuni dei membri della nostra comunità morti di recente.

Il caos sperimentato a volte da chi assiste i malati, siano essi persone con un esaurimento o una coppia in crisi per un matrimonio fallito, è una realtà da prendere in considerazione. Non può esser negata, come la corruzione in campo politico, né sottovalutato il suo potere distruttivo. Può essere affrontato e alle cure possono seguire nuove speranze nate dalla koinonia. E’ una necessità emergente della nostra epoca digitale e divisa. I cristiani, grazie alla loro fede in Cristo risorto, sanno che è possibile costruire con membri singoli e attraverso i social, ma non possiamo formare una comunità semplicemente mettendo insieme degli individui. Magari in una sola persona, all’inizio, deve esserci una dinamica interiore di auto-trascendenza, come è stato per John Main, per creare quel processo di essere incarnati in comunione in quanto comunità. A livello cosmico, questa persona unica è Cristo risorto.

Il caos genera paura. Oggi lo sentiamo profondamente nella sfera politica e in quella sociale. Ma possiamo disinnescarla e trasformarla in koinonia. Reti di sostegno, mutuo supporto, insegnamenti, ispirazione e pure celebrazioni, elaborazione di progetti condivisi e nuove idee che collegano invece di radicalizzare, questi sono gli strumenti e le manifestazioni di vita della comunità. Grazie a questi, riusciamo ad accettare il nostro bisogno di cura e allo stesso tempo a portare soccorso agli altri.

Mai come prima, abbiamo bisogno di vedere la comunità come forma di vita contemplativa che nasce dal profondo silenzio. Lo scopo finale è una profonda trasformazione personale, non solo quello di costruirsi un nascondiglio che ci protegga dal caos tutt’intorno. Una comunità del genere potrà spesso sembrare più fragile di quanto in realtà non sia. Sarà forte essendo apertamente vulnerabile. La fragilità sarà la sua flessibilità e la sua forza di adattamento. In questo mondo caotico le comunità universali sono essenziali. Magari non saranno grandi istituzioni o cattedrali di potere ma devono essere luoghi di tempi cadenzati, di benvenuto, di silenzio e dialogo veritiero. Una comunità contemplativa non è un gruppo di protesta; ma è radicale e dice la verità al potere.

Nella povertà del silenzio, circondati dalle risa e dalla libertà della gente che non ha paura, può nascere un grande ascolto creativo. Una comunità che si siede insieme, che sente i colpi di tosse e l’agitarsi continuo di chi è accanto, o che si incontra nel web, ascolta una chiamata che i media non possono sentire. Al ristorante, in ascensore o in una fila di clienti in attesa, in aeroporto, la paura del silenzio trova eco nel volume sempre più alto della musica di sottofondo, della pubblicità e dei discorsi più futili. Segnali che mascherano i sintomi del caos ma non affrontano il vero problema. Come tutte le forme di distrazione, causa imperante del caos dei nostri giorni, nascondono piuttosto che guarire.

John Main ha detto che “nella meditazione oltrepassiamo la soglia dal rumore di fondo e andiamo verso il silenzio”. Il silenzio è necessario perché lo spirito possa progredire. A molti può sembrare senza senso, ma non c’è necessità maggiore nel mondo moderno per le persone, vecchi e giovani, religiosi e laici, ricchi e poveri, che quella di recuperare l’esperienza del silenzio. Questa intuizione ha sorretto John Main nel suo l’impegno per l’insegnamento della pratica della meditazione. Abbiamo tutti bisogno di aiuto e della comunità; ma tutti dobbiamo imparare a meditare facendone diretta esperienza. Il silenzio ci riconnette con la sorgente della nostra auto guarigione. Ristabilisce verità al modo in cui comunichiamo e costruiamo una comunità di koinonia che trascende la paura della morte e il caos. “La meditazione è la via del silenzio”.

John Main aveva il talento geniale della semplicità. Esso ha preso forma nel suo insegnamento sul mantra. E’ molto più che una tecnica per calmare la mente anche se questo è un sicuro beneficio della disciplina. Ripetere il mantra ci cambia: si diventa consapevoli di essere sulla soglia del silenzio. Per molti è un momento di crisi perché si lascia il mondo familiare dei suoni, delle idee, dei pensieri e delle parole. Stai passando oltre, verso il silenzio; e non sai cosa c’è in serbo per te dall’altra parte. Perciò è tanto utile meditare in un gruppo… in una tradizione che dice ‘non aver paura’. Obiettivo della meditazione è quello di essere alla presenza dell’amore che, come ci dice Gesù, scaccia ogni paura.

Perché aver paura del silenzio, se è lì, qui, in noi ? Non dobbiamo far altro che entrarci dentro per diventare il silenzio che guarisce.

Laurence Freeman OSB