Mercoledì – terza settimana di Quaresima

Ieri è stata menzionata la parabola di Gesù del seme. In realtà ci sono molte altre  parabole in cui Gesù usa la metafora del seme per trasmettere il suo insegnamento. Eccone una:

Disse loro un’altra parabola: “Il regno dei cieli è simile a un seme di senape, che un uomo prese e piantò nel suo campo. Sebbene sia il più piccolo di tutti i semi,  quando cresce, diventa prima  la più grande delle piante da giardino e poi un albero, così gli uccelli vengono e si posano sui suoi rami “. (Mt 13: 31-32)

Il seme di senape è in effetti uno dei semi più piccoli del mondo e quando vidi per la prima volta un albero di senape pienamente sviluppato, in India, rimasi stupito da quanto fosse grande. Come può Gesù aver visto il regno dei cieli in questo albero, se non perché lo aveva lui stesso guardato con stupore? La semplicità della linguaggio che usa, come pure quella del suo insegnamento, riflette l’esperienza di ciò che in seguito sarà chiamata  “contemplazione della natura” – la facilità di leggere il libro del mondo della natura  in profondità piuttosto che in maniera superficiale e  distratta come noi spesso facciamo.

È il mondo naturale quello che Gesù guarda, ma anche l’intervento dell’uomo. ‘Un uomo prese e piantò’ il seme nel suo campo, cioè nella sua vita e nel suo essere. L’atto di prendere e l’atto di piantare cambiano la natura senza danneggiarla. Non c’è nessuno sfruttamento, ma rispetto le forze della natura in questa sua attività del coltivare.

La nostra pratica spirituale dovrebbe anche rispettare il processo naturale e le condizioni in cui la pratichiamo. Ciò che può andar bene ad una persona, può essere dannoso ad un’ altra se applicato in modo poco curato. Chiunque può meditare; ma se qualcuno soffre di una malattia mentale, per esempio, potrebbe aver bisogno di certi adattamenti. I bambini possono meditare, ma per meno tempo e con meno enfasi sulla disciplina quotidiana (anche se molti bambini scelgono di meditare ogni giorno). San Paolo ha detto che “lavoriamo” per la nostra salvezza.  Buddha continuò a praticare la meditazione anche dopo la sua illuminazione. La chiesa, a causa dei suoi errori  storici, estende la vita di Cristo ‘fino alla fine dei tempi’. Prendere e piantare il seme suggerisce una pratica che inizia dalle cose semplici ma che continua per sempre. Sebbene questo sia un processo naturale, non è, in alcun modo un processo passivo.

La crescita avviene quando ci sono le giuste condizioni: se il seme che si sta sviluppando è adeguatamente curato. L’obiettivo della parabola non è quello di ingrandire i minimi dettagli del processo, per osservare ciò che sta accadendo momento dopo momento. Allo stesso modo, quando meditiamo non è utile valutare e misurare ogni periodo di meditazione. Se lo facciamo, cadremo nel pensare a meditazioni buone e cattive e renderemo la meditazione molto più difficile per noi stessi. Al contrario, concediti di vedere l’immagine più ampia in cui cresce il seme della tua pratica (il seme del tuo mantra, la tua “parolina”). Man mano che cresce, si espande anche la visione del mondo in cui stai vivendo, il tuo universo. Il nostro stesso modo di giudicare è cambiato da questa crescita; e così aggrapparsi al vecchio modo, limitato, ristretto e autoreferenziale, crea una resistenza alla stessa crescita che vogliamo seguire.

Andremo oltre l’isolamento, al di là degli scopi e dei desideri privati. Diventiamo interdipendenza, realtà. Il seme diventa un albero che non è in competizione con altri alberi ma offre ospitalità agli uccelli per venire a riposare e nidificare sui suoi numerosi rami. L’albero è diventato, come speriamo di poter diventare quando cresciamo, fortemente radicato, multidimensionale e totalmente centrato sull’altro.

Laurence Freeman