Mercoledì – Quinta settimana di Quaresima 2019

Giovanni 8, 31-42

Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!». Gli risposero: «Il nostro padre è Abramo». Rispose Gesù: «Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione, noi abbiamo un solo Padre, Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato.»

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Da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato.

Ieri stavo guardando alcuni agnellini appena nati. Come i bambini piccoli, saltano in modo forsennato tra due posizioni opposte: da una parte l’attaccamento ossessivo alla madre; dall’altra l’energia senza limiti verso l’ esplorazione di un mondo tutto nuovo. Sono adorabili, infinitamente affascinanti e deliziosi. Beh, forse non infinitamente, ma sicuramente molto affascinanti. Ho pensato ‘ma chi potrebbe mai desiderare loro del male?’ e mi sono risposto che deve essere la loro stessa innocenza che li rende un potente simbolo di innocenza abusata: dall’agnello pasquale, sacrificato nei giorni bui dell’Esodo, all’Agnello di Dio acclamato in ogni santa messa.

Dappertutto qui, il mondo sta diventando verde e gli odori fertili, sepolti da lungo tempo nella terra fredda, stanno emergendo. La lunga solitudine dell’inverno viene espulsa da infinite nuove relazioni di tutti i tipi, di esseri viventi che appaiono dal nulla, emergendo nella luce e portando luce con loro. Anche in un gelido giorno di primavera c’è il calore della vita.

È tutto accaduto da tempo immemore, ma è sempre fresco e nuovo. Il poeta inglese George Herbert lo colse nell’incipit del suo grande poema, The Flower, paragonando il ciclo della natura al ciclo della sua crisi e rinascita spirituale: “Quanto è fresco, o Signore, quanto dolce e pulito il loro ritorno… “

In contrasto con l’oppressione delle forze oscure, come la paura e l’oppressione, o come la violenza e il rifiuto, con la loro storia segreta di colpa e vergogna, una nuova autorità appare: l’autorità dell’innocenza. Può guardare l’oppressione e la paura direttamente negli occhi e disarmarli. La primavera è molto tenera rispetto alla brutalità dell’inverno, ma è irreprimibile. Al punto giusto del suo ciclo, è irresistibile.

Nel vangelo di Giovanni, le parole di Gesù, spesso, riflettono come i primi cristiani piano piano stessero realizzando chi lui fosse realmente. Estrapolate dal loro contesto, alcune delle parole, sembrano arroganti. Sono dette nella camera di riverberazione della comunità che stava scoprendo la dimensione di Cristo. Il Vangelo di oggi include le parole che ho selezionato sopra, le quali mostrano non una persona con una forma di fissazione su di sé, ma una in cui sta sorgendo la dimensione dell’eterna primavera. Nella coscienza di Gesù, la sua innocenza di orgoglio è la sua autorità. Questa non è costruita da lui, ma disegnata interamente da un altro: colui che lo ha “scelto” e “mandato”.

‘Scelto’ e ‘mandato’ sono due parole per descrivere un’esperienza che attende anche noi, se andiamo più in profondità della coscienza egoica. Quando diventiamo il nostro vero sé, vediamo che stiamo già vivendo in una rete di relazioni larghe come il cosmo, una comunione di esseri, una comunità di esseri che ci immerge nella realtà ultima. Questo ci rende umili più di quanto possiamo mai essere. In Gesù, quella stessa umiltà svanisce come autorità e conoscenza di sé, come un’innocenza di potente vulnerabilità.

Laurence Freeman