Meditatio Newsletter ottobre 2017

Lettera da Laurence Freeman O.S.B.

 Carissimi amici,

         sto scrivendo questa Newsletter nella “giornata di deserto” durante il ritiro internazionale della nostra Scuola di Meditazione che si tiene in un monastero vicino Roma. Se non avete ancora mai avuto la possibilità di partecipare a questo ritiro vi esorto a pensare di farlo. Abbiamo tenuto ritiri del genere in molti paesi. Al momento giusto del vostro cammino, delle sessioni di meditazione più frequenti del solito e il crescente intenso silenzio della durata di una intera settimana può portarvi ad una nuova chiarezza e ad una profonda, armoniosa apertura allo Spirito. Come per tutti i ritiri, è meglio pensare a quello che state perdendo che a ciò che ne guadagnerete. Ma la maggior parte delle persone ritengono che il ritiro della Scuola sia una benedizione feconda per la loro vita che continua a produrre frutti anche molto tempo dopo il ritorno alla vita di tutti i giorni.

         Con le otto sessioni di meditazione, intervallate da camminate contemplative, un incontro quotidiano personale con una delle guide del ritiro, una breve conferenza e l’eucarestia contemplativa la sera, si raggiunge un silenzio sempre più profondo e liberatorio. Grazie a tutto ciò, i partecipanti si sorprendono nello scoprire la capacità di raggiungere tale profondità e pace. Una delle persone che incontro quotidianamente mi ha detto: “faccio fatica a meditare due volte per mezz’ora. Questi giorni in cui medito di più, mi rendo conto che è possibile e necessario. Padre John diceva che due meditazioni al giorno sono il minimo; ora capisco perché”. Dopo i primi due giorni diventano palesi una maggior serenità della mente ed una nuova lucidità. Diventa più semplice cavalcare l’onda dei pensieri e percepire le luci e le ombre interiori. Un’integrazione più profonda non dipende dall’autoanalisi. Il terzo giorno questa equanimità – che ci pare così estranea alla vita di tutti i giorni – è la nostra condizione normale. È il fondamento di ogni preghiera e del vivere centrati sulla spiritualità.

         Il quarto giorno c’è il giorno del deserto. Non è un giorno libero (non ci sono giorni liberi nel più bel viaggio della vita) ma un giorno santo in cui la dimensione  della solitudine si fa avanti. Come la stessa meditazione ci insegna, solitudine e comunità sono i due aspetti di noi stessi che devono essere continuamente calibrati. Così oggi, restiamo tutti nel grande silenzio, alcuni seguono la routine giornaliera e meditano in gruppo nei momenti stabiliti; altri prendono un panino e vanno a camminare sulle colline nei dintorni o si prendono del tempo per scrivere degli haiku che poi arricchiscono la liturgia della sera. Oggi, ho deciso di seguire i tempi comuni di meditazione, ma uso il mio tempo personale per condividere con voi i miei interventi nelle brevi conferenze del mattino sul tema della Contemplazione. Magari potrete usarli prendendovi un po’ di tempo extra nelle vostre giornate piene di impegni per sintonizzarvi alla sorgente profonda della pace e della gioia. Ci dimentichiamo tanto facilmente quanto reale e presente essa sia; e il nostro mondo lacerato ha un urgente bisogno di ricordare che il regno è veramente “vicino e in mezzo a noi”.

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    Primo giorno: Il significato di Contemplazione

         Siamo una quarantina di persone venute da sedici paesi diversi. Oggi è stato un giorno di viaggio e normalmente c’è sempre una certa agitazione con i cambiamenti di orari e di spazi. Perciò stasera cominciamo con una meditazione per aiutare il corpo e la mente ad allinearci gli uni con gli altri. La nostra casa per questa settimana, Fara Sabina, è il monastero delle suore clarisse eremite. Per secoli qui si è vissuta e promossa la preghiera come priorità suprema della vita. Penso che abbiate già percepito quanto questo abbia impregnato i muri e i pavimenti qui intorno a noi.

         Siamo qui per contemplare ciò che gli antichi maestri consideravano il fine dell’esistenza umana. Se è così, contemplare racchiude in sé il senso di ciò che noi tutti cerchiamo. Ad ogni modo siamo qui per praticare, non per pensarci. Con la pratica riusciamo a capire meglio e, attraverso una comprensione più profonda, possiamo insegnare e condividere più fruttuosamente con gli altri la contemplazione. La contemplazione è essenzialmente incentrata sull’altro. Pur sapendo che ne raccoglieremo benefici anche per noi stessi, questo non è il nostro scopo immediato. Spiritualità laiche contemporanee cadono spesso in questa trappola. Si auto-limitano nel loro aspetto contemplativo perché non vedono oltre i benefici del tipo “che ne ricavo per me”. Contemplazione, secondo l’Aquinate, è il “semplice godimento della verità”. E non è centrato su se stessi. Perciò non ci sorprende il fatto che siano  spesso i bambini a capirlo più facilmente di noi. Questa settimana dovremmo diventare più semplici e simili ai bambini, più gioiosi e più sinceri.

         Contemplatio è il sostantivo latino che traduce il greco theoria, che ci richiama la parola teoria ma non è la stessa cosa. Theoria significa visione. Ci riporta alla parola “teatro”, il posto da dove guardare, avere una prospettiva. Ha radici indo-europee che si collegano a “percepire” o “conoscere”. In seguito, col passare del tempo, ‘teoretico’ ha assunto il significato di astratto e non propriamente reale – dal XVII secolo quando il rapido sviluppo della metodologia scientifica e sistemi sociali anonimi hanno facilitato lo sviluppo dell’emisfero sinistro del cervello a spese dell’emisfero contemplativo. Siamo passati sempre più dall’immediatezza dello scorrere dell’esperienza a modelli della realtà, dalla visione alla teoria. Quando scriviamo haiku – o meditiamo – non interpretiamo l’esperienza con modelli preesistenti. Siamo presenti a ciò che è. È intrinsecamente gioioso, sorprendente e meraviglioso, anche se a volte può essere doloroso. Gesù lo chiama il “regno”, cioè dove Dio regna.

         La parola contemplazione ha in sé templum, ovvero tempio. Oggi noi pensiamo ad un edificio di carattere religioso. Ma il significato originario non indicava la struttura materiale ma il puro spazio stesso – prima della costruzione dell’edificio o prima che vi si svolgessero i riti sacri. Le parole di S. Paolo acquistano così un nuovo significato: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito dimora in voi?” (1 Cor. 3:16)

         Così noi siamo spazio. Non solo contenitori di pensieri e immaginazioni sorprendenti, o una sequenza di neuroni e una qualche biologia complessa. Siamo la spaziosità di Dio. Questa intuizione perciò ci apre ad una esperienza contemplativa di auto conoscenza. Nei prossimi giorni ci occuperemo di altri aspetti della contemplazione alla luce di questa esperienza.

         Il modo in cui alcune parole come contemplazione cambiano di significato con l’andar del tempo ci dimostra come le culture in generale – comprese le istituzioni religiose – possano semplicemente dimenticare il loro significato originario ed essenziale secondo quel che si ricava dall’esperienza diretta. Questa variazione rispecchia la deriva che tutti possiamo subire quando perdiamo equilibrio e chiarezza e finiamo nella disarmonia e nella confusione. Contemplazione è vedere chiaramente, non guardare obiettivamente. Richiede un centro di attenzione in cui le linee visive o i raggi di luce convergano dopo esser passati attraverso una lente o uno specchio. Il mantra è il nostro unico punto focale per questi giorni. Non siamo qui per leggere o parlare, per pensare o chiacchierare. Ma per diventare silenti. Per vedere chiaramente.

                                                        ***

      IMG_2569   Secondo giorno: Felicità contemplativa

         La Nube della non Conoscenza (cap.8) descrive come siano interdipendenti contemplazione e azione. Nella nostra attuale sfera di esistenza la vita non può essere o totalmente attiva o totalmente contemplativa (nemmeno durante un ritiro come questo).

La Contemplazione è essenzialmente centrata sull’altro. Nonostante si sappia che ne trarremo personalmente benefici, questo non è  il nostro scopo precipuo.

 

La Nube dice anche che l’elemento più importante per discernere la falsa contemplazione (centrata su se stessi e avida di esperienze) da quella vera è l’auto conoscenza. La falsa contemplazione si riconosce facilmente perché insegue la felicità come priorità essenziale.

         La Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti – forse perché tanto centrata sull’indipendenza piuttosto che sull’interdipendenza – proclama che tutti abbiamo diritti inalienabili. A parte il diritto di possedere armi, parla di diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca di felicità. Da quanto vediamo con tragica regolarità negli omicidi di massa in America a proposito del diritto di fare uso delle armi, si può abusare di qualsiasi diritto. Dobbiamo mantenere l’equilibrio fra diritti (indipendenza) e responsabilità (interdipendenza).

         Il diritto universale alla felicità è una richiesta valida. Non sono solo i privilegiati e i potenti ad averlo. Ma può suonare come la definizione che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dà di salute “condizione di totale benessere fisico, mentale e sociale e non solo l’assenza di malattie o invalidità”. Suona bene ma secondo questa definizione nessuno mai è o potrà essere davvero in salute. Esclude l’esperienza universale della sofferenza e della morte. Si capisce che i metodi attuali di cure sanitarie siano in crisi dovunque, dato che usano la maggior parte degli stanziamenti per il fine vita, o per malattie croniche e nella creazione di un’industria che costantemente fa crescere le differenze fra ricchi e poveri. Una simile visione di felicità ci rende malati. Una simile visione di felicità come diritto ci ha resi infelici.

         Oggigiorno felicità è intesa  spesso come “benessere” – una frase che significa sempre meno, man mano che la si usa. Generalmente, vuol dire ottenere quello che vuoi e così sentirsi bene. Suggerisce che la felicità dipende dalla fortuna. Socrate è stato il primo pensatore di cui abbiamo notizia nella nostra tradizione a mettere in dubbio questa teoria e, come il Buddha, ad argomentare che la felicità può essere raggiunta attraverso un giusto impegno. Soltanto chi agisce secondo il bene e la morale può essere veramente felice. Questo vuol dire che devono essere rispettate le virtù fondamentali (o valori, come si chiamano oggi), comprese la giustizia e l’auto controllo. Un’impresa di successo che produce dividendi e bonus strabilianti non produce la vera felicità se lo fa sfruttando i poveri con crudeltà e disonestà. Un tossico può riuscire a soddisfare il suo bisogno ma non è felice.

Il sostantivo greco per felicità è eudaimonia. Aristotele la considerava l’obiettivo della vita umana, anche se probabilmente non riteneva che gli schiavi o le donne potessero essere compresi. Significa qualcosa di più simile a l’umanità fiorente in cui sono riunite virtù e ragione rendendo così tutti gli altri traguardi della vita secondari. Quando Gesù enumera le Beatitudini (“Beati i poveri in spirito…”) non fa distinzione di genere o di classe sociale. La parola del vangelo makarios significa sia benedetto che felice. Ma la felicità è frutto non solo di disciplina e auto-controllo ma anche di un penetrante paradosso e dell’essere parte di qualcosa più grande di noi. La vera felicità deve essere benedetta.

         Le Beatitudini aprono il sipario a mostrare il paradosso della realtà. Non possiamo essere felici se non integriamo le nostre esperienze di dolore e sofferenza. Equanimità, distacco, compassione, libertà interiore e visione dell’amore come suprema verità, questi sono tutti elementi della felicità. Una felicità benedetta è molto più di un diritto, molto più che la soddisfazione di un desiderio. È il destino dell’umanità, una vocazione, un puro dono dell’essere che sboccia quando meno ce l’aspettiamo.

         Se c’è una falsa ed una vera contemplazione, lo stesso vale per la felicità. Dobbiamo essere chiari su che forma stiamo perseguendo, quale sia più reale e sostenibile. Se è basata su desiderio, immaginazione e sogno sarà un fallimento come succede sempre alla falsità. Se invece sorge dalla libertà dalle immagini e dalla gioia nell’essere, siamo sulla buona strada verso la vera felicità. Come la meditazione ci insegna fin dal primo giorno che la pratichiamo, così la felicità ci fa capire che non fluisce dalla dipendenza alla soddisfazione ma dall’armonia sempre più intensa di tutti gli aspetti del nostro essere.

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Terzo giorno: Disciplina contemplativa

         John Main parla sempre di disciplina in connessione con l’idea di libertà e generosità.

 “Il dono gratuito da trovare nei nostri cuori è proprio questo – l’amore infinito di Cristo. Niente è più importante del fatto che dovremmo imparare con disciplina, la disciplina quotidiana, ad aprirci a quell’amore e riceverlo con generosità.” (Being on the Way)

         Una comprensione contemplativa dell’idea di disciplina richiede che noi la vediamo differente e distinta dalla tecnica. La tecnica (e la tecnologia) è più compatibile con la cultura moderna perché è individualistica – come i nostri cellulari. Promette padronanza e successo. La si può ridurre a programmi, corsi e regole. Può essere venduta e comprata. Tutto il contrario della vera disciplina che trascende l’individualità e si integra con la grande interezza cui apparteniamo. Alla fine, attraverso la disciplina, impariamo molto più pienamente grazie all’amore e non per un tirocinio tecnico. Se non arrivate ad amare ciò che state imparando – e come lo si impara – resterete bloccati al livello tecnico, preoccupati solo di un auto valutazione e di controllo.

         Ma come tutto ciò fa riferimento alla pratica della meditazione ? All’inizio tutti ci dibattiamo con gli aspetti tecnici – sedere immobili, il respiro, coordinarsi con  il mantra, lasciare andare le distrazioni, tornare al mantra. Presto, se non cadiamo nella tentazione di padroneggiarla o complicarla accrescendo il lato della tecnica, finiremo per sperimentare l’accedia. Sensazione inevitabile di scoraggiamento e fallimento. È ciò che porta molti a lasciar perdere per una settimana o per un decennio ma, in effetti, fare esperienza di questo insuccesso è una grazia. Purifica la nostra motivazione e crea l’opportunità per rinnovare la disciplina in modo più maturo. A qualsiasi età si cominci a meditare è sempre un processo di crescita e di maturazione.

         Capiamo che la meditazione non verte su una ricompensa o una punizione. Non siamo dei cagnolini che seguono un addestramento domestico approfittando di un premio. Nella preghiera la nostra più profonda esperienza può toccarci quando abbiamo la sensazione di non meritarcela per niente e magari ci aspettiamo una correzione e non un abbraccio. Con lo sviluppare la disciplina, apprezziamo la grazia. La teologia della preghiera è una teologia del dono, cosa che però è difficile da capire per un adulto ferito. I bambini hanno la capacità di ricevere ‘generosamente’ come dice John Main della meditazione. La preghiera cristiana non è ricevere passivamente, ma anzi scoprire una reciproca generosità: chi fa il dono, il dono e chi lo riceve vengono presi insieme in una singola onda di generosità.

         La disciplina quotidiana della meditazione include questa ‘teologia’ in tutti gli aspetti della vita. Introduce lo spirito di disciplina – auto controllo, moderazione, fedeltà, vivere in modo consapevole e senza paura – in tutto ed è evidente in ogni nostra relazione.

         Una tecnica la si padroneggia. Magari si vuole diventare grandi esperti ed ottenere riconoscimenti. Una disciplina, invece, si finisce per amarla. E anche se diventiamo esperti e generosi nel praticarla, restiamo sempre discepoli. È quello che vediamo in Gesù che si rivolge umilmente verso la sua fonte, il Padre: nel cuore del vero maestro, c’è sempre un discepolo.

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IMG_2603Quarto giorno: Relazioni Contemplative

         Suor Eileen O’Hea, che mi ha aiutato qui a Fara alla guida del primo Ritiro di Meditazione della Scuola alcuni anni fa, aveva una frase commovente che ricordo sempre: le relazioni sono il terreno sacro della nostra umanità. Questa intuizione riguarda tutte le relazioni. Dal punto di vista esistenziale, non possiamo immaginarci non immersi in relazioni di ogni dimensione: storica, sociale, emotiva, ecologica e cosmica. Viviamo in una rete inter relazionale di esseri. Dal punto di vista spirituale, siamo correlati con tutto nella dimensione che tutto include – in Cristo – dove tutte le le cose si incontrano nell’unità.

         La domanda è: di che tipo di relazione sappiamo godere? Non è abbastanza essere in relazione. La qualità e lo spirito delle nostre relazioni determinano la qualità della nostra vita. Sono esse amorevoli, veritiere e fedeli? Sta a noi impegnarci in relazioni consapevoli. La meditazione è al cuore di questo lavoro e del perché noi per primi sentiamo l’effetto della meditazione stessa nelle nostre relazioni. Oggi l’approccio contemplativo ad una relazione è veramente importante dato che le relazioni sono diventate meno consapevoli.

         Molti si sentono soli e isolati. Hanno desiderio di una relazione stretta. Darsi appuntamento on line è una risposta tecnologica a questa situazione. Di per se stessa, ha lo stesso fattore di casualità che un tempo avevano le sale da ballo. Ma il pericolo di oggettivazione, di una rappresentazione fuorviante, l’aspettativa che una fantasia possa essere reale, il sentirsi ancora più soli se le cose non funzionano come avremmo voluto – tutto questo viene esacerbato  dalla invasione tecnologica di un terreno sacro.

         La parola “relazione” come noi la intendiamo entrò in uso nel XVII sec. Non molto tempo dopo aveva acquisito una valenza sessuale. Aveva un significato più intimom ma anche più limitato. Le “relazioni” erano spesso sentite in pericolo quando l’elemento erotico (la forza di attrazione e l’abilità di essere spensierati insieme) cominciava a diminuire. Fondamentalmente la parola ‘relazione’  significa di per sé rimettere insieme o restaurare. Non è bene per l’essere umano sentirsi solo – come ha osservato Dio dopo aver creato Adamo. Eppure, le fitte al cuore per una separazione o una perdita sono necessarie per lo sviluppo umano e per relazioni mature. Sono più forti nell’adolescenza e molto della cultura moderna resta a questo stadio provvisorio di sviluppo e questo spiega perché – a dispetto dei social  media – i giovani e quelli che vogliono rimanere giovani malgrado il tempo che passa, si sentano perennemente senza legami.

         La relazione contemplativa significa passare oltre al senso limitato di “mie” relazioni – quelle di cui vogliamo avere il controllo, possedere, provare gelosia o proteggere energicamente con il lato oscuro dell’eros. Dal lato opposto, consideriamo le relazioni come terreno di crescita dove impariamo la bellezza, il non possesso, l’amore distaccato e senza proiezioni e la crescita nella conoscenza di sé. Le relazioni sono tempio-spazio, non costruzioni dell’ego. Non dobbiamo adorare quelli con i quali abbiamo una relazione. Raggiungiamo l’unione con loro, pregando con loro, in spirito e verità nel terreno divino di ogni relazione.

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IMG_2604Quinto giorno: Lettura contemplativa

         La lettura è un’arte basilare della vita. Se non ce l’hai, sembra una magia. Se ce l’hai, amplia la consapevolezza alla compassione universale, dilata tolleranza ed empatia. Per San Benedetto, è uno dei pilastri del buon vivere insieme, con la preghiera e il lavoro. Nella nostra epoca digitale – in cui è più probabile che guardiamo un episodio de “Il Trono di Spade” più che leggere qualcosa prima di addormentarci – l’arte della lettura diventa spesso funzionale o superficiale.

         Per maestri come Ugo di San Vittore (XII sec. ), la lettura era un rimedio, una medicina (la cura definitiva è la sapienza di Dio). La lettura esige umiltà, quiete, il dono del tempo e un certo grado di buona salute. Come la meditazione, ha una disciplina interiore ed una esteriore. Proprio come ci allontaniamo dal mantra, ci accorgiamo di aver letto una pagina intera di un libro senza aver fatto nessuna attenzione. Dobbiamo tornare indietro proprio come facciamo per il mantra.

         Cassiano aveva detto ad Abba Isacco, a proposito della preghiera, di aver bisogno di qualcosa di elementare e pratico come succede ai bambini a scuola quando devono imparare l’alfabeto e cominciano a sillabare parole semplici. E Abba Isacco gli diede il mantra. La meditazione è l’ABC della preghiera. Purché si resti bambini in questa pratica sempre più semplice, poiché essa ci fa radicare nella condizione mentale del principiante che è poi la nostra via verso il regno.

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         Lasciamo domani il ritiro della Scuola di Meditazione. Quelli che si sentivano un po’ nervosi nel venire, mi dicono ora di non voler andare via. Queste note concise tratte dai brevi incontri del mattino (saranno presto on line) non dicono nulla dell’esperienza del ritiro stesso. Forse, quando per voi sarà il momento giusto, anche voi potrete scoprire l’immobilità più profonda durante un ritiro come questo – e vedere com’è semplice, in un periodo di tempo piuttosto breve, rallentare un po’ e rischiarare la mente al suo stato naturale. Alla fine del silenzio stasera dirò ai partecipanti al ritiro che, a Bonnevaux, si terranno presto ritiri come questo e sarà un luogo in cui verificare attraverso la propria esperienza la verità di questo ritiro – che il regno dei cieli è in mezzo a noi.

Laurence Freeman