Meditatio Newsletter Novembre 2018

Nonostante tutto, Speranza

Carissimi amici,

Come forse avete sentito, il Seminario ‘John Main’ di quest’anno è stato davvero straordinario. Penso sia stato il più significativo, dopo quello del 1991, guidato da Bede Griffiths, che segnò l’inizio della Comunità Mondiale. E’ sembrato  svelare  ciò che di solito non scorgiamo, per dimostrare come la vita ed il lavoro della nostra comunità creino la missione di condividere il dono della meditazione e quanto  essa sia importante per il mondo di oggi.

Da giovane monaco andai a Montreal con John Main per dare inizio alla piccola comunità che in quindici anni doveva diventare la Comunità Mondiale. La mia vita in quei primi giorni divenne presto molto impegnativa. Oltre a meditare quattro volte al giorno nella routine monastica quotidiana, studiavo teologia in una lingua straniera, pulivo la casa, preparavo le stanze per gli ospiti, facevo giardinaggio, aiutavo in cucina e sostituivo con ansia Padre John quando era via. A volte ero un po’ sopraffatto, ma non ho mai pensato che fosse troppo: sembrava un’avventura personale che dava alla vita il senso che stavo cercando. E ho provato il privilegio e il conforto di essere parte di una missione molto più grande di me. Poco dopo il mio arrivo, ho scritto ad un monaco, un amico che avevo conosciuto durante il mio noviziato. Ho descritto la vita movimentata della nuova comunità in un nuovo paese. Ma mi sono tristemente avvilito quando ho ricevuto la sua risposta e vi ho letto  un certo rimprovero perché mi scriveva qualcosa come “personalmente penso che la vera vita monastica sia quella in cui non succede nulla, non cambia nulla”.

Niente cambia? Questa idea di una realtà immutabile attorno alla quale giriamo è profondamente radicata nell’immaginario religioso: Io sono il Signore, non cambio mai (Mal 3: 6); l’irrevoabilità della sua decisione (Eb 6: 17);  presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento (Giacomo1:17) Mi è sembrato sia vero che falso. Nel pensiero biblico questa realtà immutabile è proiettata su Dio che spesso è stato immaginato come “l’essere supremo” – supremo ma ancora “un” essere tra molti altri esseri. Questo senso dualistico di Dio è vero e falso allo stesso tempo. Dio è altro, ma possiamo conoscere questo altro in noi stessi, nella piena unitarietà che Gesù ha chiesto in preghiera per noi. Nella saggezza asiatica questa essenza immutabile è persino identificata con il nostro vero sé – l’Atman personale che è tutt’uno con il Brahman cosmico. La Bhagavadgita dice che nessuno può distruggere questa immutabile realtà. I nostri corpi si sa che devono finire, ma il sé incarnato è duraturo.

                   Quando senti che questa immobilità è una presenza,

                                      tutto per te cambia

In diversi modi tutte le saggezze indicano lo stesso paradosso di come Dio si confonde, si fonde e si mescola con l’umano.

         L’immutabile significa semplicemente ciò che realmente e veramente è. Tutto ciò che cambia – ogni momento e ogni respiro, ogni cellula del nostro corpo e ogni pensiero nella nostra mente – è un passo verso questa unione con Dio. Il cambiamento che fa parte della vita stessa ci mostra che Dio non è un essere, nemmeno un essere supremo, ma l’Essere. Senza Essere, nulla è. Non possiamo vivere separati da questo Essere sebbene pensiamo spesso di poterlo fare. Siamo quindi in un pellegrinaggio quotidiano dall’irreale al reale, da ciò che sembra reale fino a quando non si trasforma in reale e ci dà il gusto della pienezza beata dell’essere. Ci dissetiamo alla sua sorgente, nell’adesso che è in ogni momento di passaggio,  solo se ci apriamo ad essa. Ci apriamo facendo ciò che dobbiamo fare. A volte, quando ci sembra troppo, impariamo ad accontentarci di fare il meglio che possiamo e di trovare la pace, qualunque cosa accada. Ampliando i momenti di calma anche nei giorni più impegnati, dedichiamo la nostra attenzione più sincera all’essere, mettendo da parte per un po’ gli infiniti compiti che dobbiamo assolvere. Nei tempi di meditazione, arriviamo alla quadratura  del cerchio, riusciamo a riunire contemplazione  e azione. E così ogni giorno facciamo la nostra piccola parte per cambiare il mondo.

         La risposta del mio amico mi rattristò per quella che mi sembrava la sua mancanza di compassione. Avevo sperato in una maggior comprensione e forse approvazione. Ma mi ha ricordato come ero stato attratto per la prima volta dalla vita monastica a causa di quella misteriosa immobilità che avevo già iniziato a percepire nella mia vita. Quando senti che questa immobilità è una presenza, tutto cambia per te. Dall’esterno, tuttavia, come per la meditazione, potrebbe sembrare noiosa, monotona o una forma di evasione. Ma all’interno o all’esterno delle mura del monastero, la pratica rafforza la vita contemplativa.

La contemplazione “vede questa calma essenziale”; poi ammira e conferma ciò che vede. Ma è una immobilità dinamica che cambia colui che la percepisce. Pertanto siamo sempre contemplativi in azione. Non ci sono due giorni uguali in nessun luogo o in nessuna situazione. Quanto sono diversi dipenderà da ciò che siamo chiamati a fare durante i nostri momenti di azione. L’esperienza dell’essere – a cui la meditazione ci riporta anche nei giorni più occupati – è una immobilità che è sempre la stessa e sempre mutevole.

         Questo è il paradosso che ci ricollega al Seminario. Quest’anno abbiamo invitato diverse persone – attive e di successo nei loro diversi campi – a riflettere su come l’immobilità della contemplazione può aiutarci a vedere la via da seguire in questa allarmante crisi globale. Queste persone attive erano in grado di affrontare il tema perché, nella loro vita attraverso una pratica contemplativa, sapevano cosa significa entrare nel paradosso dell’essere e dell’azione. Questo paradosso – che sembra, come è successo al mio amico, come una contraddizione di opposti polarizzati – è in realtà un semplice mistero. Sfida il nostro mondo. Ci invita a scoprirlo in ogni giorno diverso  delle nostre vite.

      Nelle pagine seguenti si possono apprezzare alcune delle idee forti che i nostri relatori hanno offerto. Hanno parlato dell’esperienza diretta della crisi della democrazia, della leadership, della medicina, della scienza, dell’identità sociale e della coscienza religiosa. Come profeti della bibbia che hanno affrontato le questioni sociali dei loro tempi, i nostri oratori non si sono tirati indietro. La crisi che affrontiamo oggi a livello globale è innegabile. Non possiamo negarlo più di quanto non si possa negare il cambiamento climatico. Le notizie quotidiane ce lo ricordano. Gli oratori non hanno proposto spiegazioni semplicistiche o rapide soluzioni. Sapevano che la meditazione non risolve tutti i nostri problemi. Ma sapevano anche che la contemplazione trasforma il modo in cui trattiamo e affrontiamo questi problemi a tutti i livelli.

         Con ogni oratore potevamo percepire un modello comune in ciò che stavano esponendo e descrivendo da diversi campi di azione. Hanno parlato della perdita di visione e della direzione sbagliata riflessa nei cambiamenti del loro mondo. Sempre più la vita sociale e politica subiscono la polarizzazione e la violenza è sempre celata nell’estremismo. I leader che dovrebbero aiutare la società a riconciliarsi e controllare le forze di divisione, sembrano spesso fautori di conflitti per le loro ambizioni egocentriche e a breve termine. Le arti della medicina e della scienza sono spesso dirottate e svalutate dalla meccanizzazione, dall’avidità e dal potere. Economia e finanza non riescono a gestire l’egoismo rampante che accresce il divario tra i più ricchi e i più poveri. Anche la religione è segnata dalla polarizzazione e dallo spirito di condanna. Quando non vediamo più che il cambiamento accade attorno a un centro di quiete, la contraddizione diventa divisione. Quando crolla il ponte tra la superficie delle nostre vite e la sua dimensione più profonda, il cambiamento diventa crisi. Il paradosso diventa contraddizione e la divisione diventa odio.

         Il punto fermo del mondo in movimento è un punto di unità: dove gli opposti si uniscono e imparano a procedere insieme, dove le dualità cessano di essere causa di attriti e attenuano le loro differenze frastagliate e, dove in reciproca accettazione, ci ritroviamo nell’altro. Ma non possiamo impedire alle differenze di diventare divisioni senza prima immergerci nel buco nero della dualità. Nella tradizione mistica questa è la Notte Oscura che per San Giovanni della Croce indica la crisi spirituale che tutti noi dobbiamo attraversare in qualche modo. Nel suo poema vediamo come siamo guidati in questa notte “da nessun’altra luce o guida che non sia quella che brucia nel nostro cuore”. Non c’è scampo dalla profonda interiorità che Gesù chiama la “stanza interna” della nostra preghiera in cui incontriamo il “Padre” (la fonte dell’Essere) in noi stessi e noi stessi nell’Essere. Arriviamo attraverso questo vortice in un’esperienza misteriosa, un “luogo” dove

         … mi aspettava, lui lo conoscevo così bene,

         lì in un luogo dove nessuno appariva.

Nel luogo in cui la dualità viene trafitta e trascesa, l’ “altro” è il nostro sé e noi siamo l’ “altro”. Non è lo stesso paradosso che Gesù intende quando dice:

         “Il Padre e io siamo uno”  ?

         La porta d’ingresso in questa unità non è una fuga dal conflitto e dalle differenze. Al contrario, è proprio ciò che ci aiuta ad affrontare i problemi che esse creano nelle nostre vite personali e in tutti i grandi campi di azione che i nostri oratori hanno rappresentato. La meditazione risveglia questa consapevolezza fin dal primo passo che intraprendiamo nel nostro viaggio interiore. La mente contemplativa continua a crescere molto prima di arrivare ad un’unione completa. Poiché è un viaggio di tutta la vita, abbiamo disperatamente bisogno di insegnare la meditazione ai bambini, bambini che dovranno affrontare la crisi che lasciamo loro in eredità. Questa consapevolezza contemplativa è in noi anche se sentiamo di averla persa. Non può  esser  insegnata o scaricata in noi: ma va risvegliata.

         Senza di essa, le dualità, le opposizioni e le divisioni della vita distruggono sia noi che la saggezza di cui le nostre società hanno addirittura bisogno per sopravvivere. La fase terminale della disintegrazione sociale inizia con la perdita del gusto della saggezza.

         Siamo fisicamente dualistici. Il cervello ha due emisferi; abbiamo il braccio destro e il sinistro. Circa il 90% delle persone sono destrimani. Questo significa che i mancini sono cattivi? Sono diversi e in molte culture la differenza è positiva. L’essere mancini  è associato alla saggezza, alla guarigione e a doni artistici. Ma in altri casi  a impurità o sospetto. Si ritiene che la proporzione di omosessualità sia pressappoco uguale a quella della mancinità, anche se la popolazione americana pensa (o teme) che il 25% sia gay.

Demonizzare le differenze tra noi e ogni minoranza disumanizza tutti. Ebrei, musulmani, gay, immigrati o “dall’altra parte” in politica sono quindi facilmente calpestati e incolpati. I crescenti livelli di violenza o malevolenza inducono uno stato di ebrezza  e rendono dipendenti come oggi rispecchiano molte aree della vita politica. Il tragico errore, spesso fatale, di giudicare qualcuno in una dimensione secondo le modalità di un’altra, infrange il nostro contatto con la realtà. Quando è troppo tardi, le atrocità che sorgono da questo baratro ci ricordano ciò che abbiamo perso.

         Un tema comune agli oratori del seminario è stato quello della polarizzazione che porta  su una brutta china, dalla crisi al caos. Questo è politica: come constatiamo dalle numerosissime forze divisive presenti nelle società europee, mediorientali e americane. Ma ciò si verifica anche nel campo della medicina o dell’istruzione, ad esempio, quando lo scopo essenziale, l’arte di quei settori fondamentali della civiltà, è stata persa e dimenticata. In medicina, quando la distinzione tra guarigione e cura è ignorata. Nell’insegnamento quando l’intera persona è ridotta a un’utilità economica o a categorie accademiche.

         Settant’anni fa Simone Weil, una delle grandi menti e precorritrice spirituale della nostra era (morta a trentaquattro anni), vide che tutto ciò era successo nei peggiori fatti del contagio globale della follia nazista. Come un profeta, ha visto nella verità del suo momento e quindi ha visto la verità stessa anche nel peggio del peggio. Vedere la verità, che significa  vedere Dio, sarà sempre doloroso quando abbiamo ancora delle illusioni che resistono e che vanno dissolte.

                   La risposta contemplativa alla crisi del cambiamento:

                            attenzione pura, profonda, altruista

Investire nell’illusione nega la verità. Ma, come i nostri oratori, Simone Weil ha fatto molto più che vedere e descrivere il problema: ha visto con acuta chiarezza il rimedio e la via da seguire.

         L’attenzione, nella sua visione, è “l’unica facoltà umana dell’anima che ci dà accesso diretto a Dio”. Con attenzione intendeva molto più del pensiero o dell’immaginazione. Intendeva ciò che i suoi predecessori nella tradizione mistica chiamavano l’attenzione pura e disinteressata che è l’amore. John Main ci aiuta a vedere che questo è ciò che stiamo facendo quando meditiamo e  allontaniamo l’attenzione da noi stessi: nella meditazione non pensiamo a Dio o parliamo a Dio … Siamo con Dio.

         La risposta contemplativa alla crisi del cambiamento: attenzione profonda, pura e altruista. Il test della vera contemplazione non è solo che ci fa sentire meglio o allevia lo stress: ma se davvero ci cambia, anzi, ci trasforma. Oggi le istituzioni religiose, specialmente in Occidente, mancano ancora troppo della visione contemplativa necessaria per catalizzare questa trasformazione. In molte sedi religiose, le cose stanno lentamente migliorando; ci sono leader con la visione di ricostruire i ponti crollati. Ma nel complesso le istituzioni religiose non riescono ancora ad entrare in contatto con la crisi contemporanea e nemmeno a comprenderla.

         L’accelerazione del cambiamento paralizza la capacità di adattamento  indispensabile per la sopravvivenza. Ancora peggio, e spesso, tra i responsabili più giovani dell’istituzione, la risposta diventa una chiamata a ripristinare il passato piuttosto che esplorare il futuro. Il linguaggio religioso diventa quindi una specie di dialetto in via di estinzione. La preoccupazione è ‘andare in chiesa’ piuttosto che capire chi è la chiesa: l’autorità dell’istituzione non è avvalorata dall’autorità dell’esperienza personale. Preghiamo per vocazioni tradizionali piuttosto che vedere come i ruoli dei laici e del clero si siano irrevocabilmente trasformati. Con l’aggressività di coloro che sanno di perdere, le linee morali vengono difese. In ogni discussione arriva un punto in cui ribadire con forza la propria risposta è controproducente ed è più persuasivo porre le domande giuste. Durante il seminario Charles Taylor ci ha introdotti  alla differenza tra coloro che sono cercatori e coloro che abitano nelle tradizioni: abbiamo bisogno di abitanti che siano anche cercatori.

         La cosa più importante che vale la pena cercare è la fonte dell’essere. E’ chiamata con molti nomi, ma questa fonte è universalmente considerata esperienziale e non dogmatica. Alla fine – e la fine arriva per ciascuno di noi – siamo salvati da ciò che apprendiamo e sappiamo, non da ciò in cui crediamo. Il dogma dovrebbe nascere dall’esperienza e dall’intuizione e questo agevola il suo costante aggiornamento. Le idee aiutano ma non possono controllare l’accesso all’esperienza. La rabbia profetica di Gesù contro la religione farisaica non è mai stata più contemporanea: ha mostrato come la stessa religione possa bloccare l’accesso all’esperienza divina. Con la stessa intensità Simone Weil afferma che “solo il contatto con il divino può liberarci dal male”. L’unica alternativa a questo contatto – il punto di contatto è la contemplazione – è la legge della giungla, l’infinita moltiplicazione delle divisioni, la primitiva moralità dell’occhio per occhio e dente per dente. Quando questa moralità diventa ordine pubblico, siamo già finiti di nuovo in secoli bui.

(sotto alla foto: Padre Laurence e Padre Thomas a Snowmass – Colorado -2016)

La contemplazione è visione, non ideologia. Siamo cambiati in ciò che vediamo veramente. La saggezza contemplativa ci insegna che ci sono livelli più profondi di visione, da quella fisica e scientifica, a quella intellettuale e immaginativa e, al di là di essi, alla visione dello spirito. Anche i primi due livelli devono essere sviluppati, ma rimangono dualistici. Ti sto guardando. Mi piace o forse odio quello che vedo? Una visione più profonda è vederti in me e me stesso in te. Come posso amarti o odiarti senza amarmi o odiarmi ? Questo è ciò che intendiamo per modi dualistici e unificati di vedere che modellano il tipo di mondo in cui viviamo.

Il vangelo riflette questo. È un modo di vivere e un modo di vedere fatto di dimensioni sovrapposte di contemplazione e azione. Gesù ha mostrato questo nei due aspetti del suo insegnamento ed esempio: da una parte, amare, difendere e sostenere il nostro prossimo e, dall’altra, l’esperienza della contemplazione.

      È stato un seminario profondamente impegnativo. I discorsi e le discussioni sono il frutto di una visione unitaria delle cose, un’unione di cuore e mente. Hanno affrontato le vere paure e le tristezze provate da ogni persona seria e moderna. Eppure, l’umore   è stato fondamentalmente gioioso e, alla fine, sorprendentemente pieno di speranza. Da dove venivano la gioia e la speranza? Derivavano da una visione condivisa della  luminosa immobilità attorno alla quale tutto ruota. Spero che sarete in grado di condividere questo momento che ha portato un grande significato nella vita e nel lavoro della nostra comunità. Puoi scaricare i discorsi o guardarli online e magari ascoltarli o guardarli e discuterne con altri.

         Sono certo che padre Thomas Keating, fondatore di Contemplative Out-reach, la nostra comunità contemplativa sorella, avrebbe apprezzato questo seminario John Main. Se fosse stato abbastanza bene lo avremmo invitato a contribuire con la sua visione del rinnovamento contemplativo della società. Il mondo ha perso molto con la sua morte. Ma ci chiama a percepire quanto sottile possa essere il velo tra i mondi del tempo e il presente eterno, tra azione e contemplazione e tra i problemi della contraddizione e il mistero del paradosso.

         Innanzitutto come Padre Thomas aveva capito, dobbiamo essere persone che vedono. Questi problemi non sono astratti. Li viviamo ogni giorno della nostra vita, nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. Li combattiamo quando cerchiamo di prendere la decisione migliore e siamo di fronte a scelte impossibili. Tutti i grandi maestri della nostra tradizione ci richiamano a comprendere che la contemplazione è vedere e che quindi la risposta contemplativa alle sfide del nostro tempo è il miglior contributo che possiamo dare per andare avanti con speranza. Sperimentare l’unità dentro di noi rompe la morsa di opinioni polarizzate e di atteggiamenti ostili. La non-dualità significa amore: incluso l’amore per il prossimo e chiunque sia “l’altro” o la minoranza che temiamo perché non ci sembrano come noi.

         I nostri gruppi di meditazione silenziosamente influenzano la direzione che sta prendendo il mondo. Così fanno eventi, come il Seminario ‘John Main’, quando ci riuniamo per far crescere la comunità creata dalla meditazione: una comunità universale di contemplazione, fatta di molti credo. Questo è il nostro obiettivo umano in quanto anche la comunione alimenta la speranza.

Con molto affetto

Laurence Freeman OSB