Meditatio Newsletter luglio 2019

Carissimi amici,

 

se guardate una delle fotografie della bella benedizione di Bonnevaux lo scorso mese di giugno vedrete il numeroso gruppo della comunità, amici e vicini assiepati lungo tutto il chiostro. Stavano ascoltando uno dei nostri principali oratori di quel giorno che parlavano della visione di questo nuovo centro di pace che dovrà diventare un centro per la pace. Le persone in primo piano stanno guardando in alto verso un punto preciso proprio sopra la testa dello speaker. Non era un’ispirazione ma piuttosto un certo timore. L’oratore era posizionato direttamente sotto un nido di rondini nella volta del tetto dove alcuni piccoli venivano accuditi dai loro genitori. Erano in grande attività durante il discorso e quelli nelle prime file hanno cominciato a temere che gli uccelletti lì sopra potessero decidere di mandar giù qualche messaggio particolare.

         Ma non lo fecero. E così da questa prima parte della benedizione di Bonnevaux si passò tranquillamente alla successiva. Ma se fosse successo qualcosa di imbarazzante cosa sarebbe cambiato? Avrebbe rovinato tutto o semplicemente ci avrebbe dimostrato che anche i piani preparati nel modo più attento rischiano di saltare di fronte ad un avvenimento inatteso? In quel momento, ci ha comunque aiutato ricordarci cosa significa una benedizione. La benedizione non scende dall’alto ma piuttosto si trasmette dall’uno all’altro con la nostra vicendevole sincera presenza e con la nostra fede collettiva nel progetto. Siamo benedetti attraverso la nostra amicizia e la nostra speranza di realizzare ciò che Bonnevaux potrà diventare. Le benedizioni migliori vanno in orizzontale. Se fosse sceso dal nido un qualche messaggio non avrebbe sciupato la benedizione. Ci saremmo ricordati di quanto l’umano è intrecciato con il mondo naturale e i nostri piani ben organizzati con la casualità dell’universo. Avremmo sorriso perché ci avrebbe detto che gli errori, i fallimenti e gli incidenti sono alla fine tutti parte della grande unica benedizione che è la vita.

         Poco prima della benedizione di questa prima fase dei lavori di restauro a Bonnevaux il Consiglio Direttivo aveva deciso il tema della Comunità per l’anno prossimo: “Cristianesimo contemplativo”. Riteniamo che sia un tema importante non solo per la Chiesa ma per il mondo intero. Il cristianesimo assolve la sua missione in un mondo di molte fedi per unire le persone nella verità universale. Parte di questa verità è che amore, pace, gioia e perdono  non sono solo sogni o momenti fortunati e occasionali nella vita di ognuno. Sono elementi essenziali della natura umana che Cristo ci ha trasmesso con la parola e l’esempio. Ciò significa che, per quanto possiamo non essere in pace e disuniti, individualmente o collettivamente, la nostra vera natura può “diventare Dio”, come dicevano audacemente i primi maestri cristiani. Possiamo sempre risorgere dalle nostre rovine.Possiamo essere anche noi restaurati come Bonnevaux.

Prima di essere me
Io ero in Dio
E posso esserlo di nuovo
Se muoio a me stesso

                                    (Il pellegrino cherubico – Angelus Silesius)

         Per aiutare a capire il bisogno di una intesa universale sulla contemplazione, abbiamo lanciato un nuovo podcast della WCCM – “Rivoluzione Contemplativa”. L’abbiamo chiamato così perché il Cristianesimo contemplativo non è raggiungibile se non con uno sguardo mite alla continua rivoluzione della sapienza e dei valori del vangelo. Il podcast propone continuamente insegnamenti aggiornati dei molti maestri di talento con i quali è benedetta la nostra comunità. Vi consiglio vivamente di iscrivervi perché sarà per voi di stimolo e di arricchimento nella speranza e nella visione che vogliamo condividere con il mondo.

         Le rivoluzioni vanno e vengono. Inseguono le mete più alte della perfezione umana e poi cominciano a balbettare, perdono sostanza e crollano. Nella storia, la maggior parte delle rivoluzioni in campo politico sono tornate indietro proprio alle forme che una volta avevano rifiutato. È il tristemente frequente risultato dell’idealismo che tutti conosciamo bene a livello personale, nelle relazioni o nei nostri impegni. Quanti di noi non hanno visto scemare il generoso altruismo iniziale del nostro entusiasmo ? Ci siamo lanciati senza fare i conti con la difficoltà dell’impresa. Poi, poco a poco… compromessi, scuse, lamentele, richieste di un premio o di un riconoscimento.

         Le rivoluzioni – negli individui o nelle società – hanno cause complesse. Avvengono quando l’ordine stabilito delle cose comincia a crollare allo stesso tempo in vari punti. Timore e incertezza cominciano a diffondersi. Nella società quelli al potere diventano l’un l’altro ostili e la gente vede declinare lo spessore della leadership. In noi stessi si allentano i valori e il rigore che danno armonia e significato alla vita. Ingiustizia, squilibrio e inganno si moltiplicano. Ne derivano sentimenti di rancore e sgomento simili a quelli che prova un bambino che si sente maltrattato.  Maturano le condizioni per l’avvento di falsi profeti. Voci di protesta danno origine a discorsi e slogan che la folla può capire. Delusione e senso di tradimento fanno risaltare un sentimento di vuoto nella paura di un precipizio che si avvicina.

         Carlo Marx aveva una visione simile a quella di Gesù: realizzare l’essenza dell’Uomo in una società senza classi. Di qui prese ispirazione la rivoluzione comunista. La Francia e la Cina cominciarono le loro rivoluzioni con grandi ideali. Ma rapidamente l’ampia visione si ridusse a vantaggi di poca durata e a tacitare il dissenso. Viene meno lo slancio verso una consapevolezza più alta, sopraggiunge la sensazione di perdere il fiato e ci rivolgiamo di nuovo alla superficie. Tutte le rivoluzioni falliscono, anche la metanoia del vangelo (la conversione della stessa consapevolezza) se non impariamo a respirare sott’acqua. Ciò significa che ci rendiamo conto  di essere più dei nostri pensieri ed anche delle nostre migliori idee. E non siamo limitati da ciò che presumiamo. Non solo possiamo sopravvivere al blocco del pensiero e al silenzio del chiacchiericcio mentale; ma ci libriamo in tutte le direzioni non andando dietro a ciò che abbiamo perso. Per irrompere nel limpido cielo contemplativo dobbiamo prendere coscienza di morire all’auto consapevolezza e di nascere di nuovo. La vita che troviamo quando abbiamo perso la nostra vita, è veramente la vita. O come dice un koan: il drago ruggisce su un albero rinsecchito.

         Attraversando l’ingresso-paradosso della realtà scopriamo che le contraddizioni co-esistono. Siamo liberati dalla mente esclusivamente dualistica e dalla ricerca compulsiva della felicità raggiunta solo nel piacere. Capiamo che la gioia e il dolore (come li definiamo) sono rivelatori allo stesso modo e a volte anche allo stesso tempo. Tutto ci insegna. Nulla è sprecato. Così pensando tutto viene influenzato, come fa una rivoluzione o un terremoto, compresa la nostra pratica di meditazione. Non mercanteggiamo più con la meditazione, minacciando di lasciar perdere se non otteniamo quello che vogliamo, non entriamo nel panico quando non succede nulla o non cerchiamo di riempire il deserto con oasi fasulle. Muta la motivazione della nostra meditazione. Nasce una sapienza, non solo nostra, quasi timidamente, di rinuncia interiore. Tutto ora sembra così ovvio. Imparando a lasciar andare a tutti i livelli – il sogno, il fallimento e la ricompensa saltuaria – la povertà che ci faceva paura ci porta adesso una pace al di là della nostra comprensione.

La vita che troviamo quando lasciamo andare
la nostra vita, è  veramente la vita

          Si realizza piano piano un tipo completamente nuovo di esperienza. Forse magari l’avevamo già assaporato ma è comunque insolito. Se abbiamo un linguaggio e un sistema di fede su cui basarci, ci possono servire per dare un senso a questa esperienza contemplativa. Se no – e molti che oggi imparano a meditare sono sospettosi nei confronti di tutti i credo – l’esperienza stessa basterà. Un cristianesimo contemplativo può indicarci il percorso verso questa esperienza ed offrirci una prospettiva di ciò, ma servono pazienza e auto controllo.

         La sensazione di un’emergenza globale è innescata dal nostro tipo di vita. Velocità, stress, dipendenze, realtà virtuale e senso di alienazione bloccano qualsiasi possibilità di fare un’esperienza contemplativa. Ma senza di essa la vita, ridotta ad una dimensione meramente materiale, perde significato. Al contrario, John Keats ha scritto che la vita è ‘un’infinita allegoria’. Ma quante persone sono oggi in grado di capirlo, di vedere come dimensioni differenti si rispecchiano l’una con l’altra portandoci sempre più nel profondo del mistero dell’esistenza ? Penso che Keats voglia dire che la vita è nuova in eterno via via che si rivela a noi nelle sue infinite connessioni. La bellezza, per esempio, è la rivelazione del tutto in una parte. Non possiamo che amare la bellezza. Ma la bellezza di una parte si espande per includere tutto ciò che la circonda. Amare una cosa ci porta ad amare il tutto. Con l’amore cresce il significato, non attraverso una ideologia o col porsi contro gli altri, ma grazie a legami percepiti veramente senza limiti.

         Tutto ha significato in relazione a qualcosa d’altro. Aver intrapreso il cammino dell’esperienza contemplativa vuol dire andare oltre qualsiasi punto a cui si possa arrivare. Vuol dire conoscere la pace ‘dell’essere in cammino’ piuttosto che la pressione di cercare di arrivare più in fretta sempre in competizione con gli altri.

         La parola greca è epektasis. Gregorio di Nissa la definiva l’incessante evoluzione nella felicità eterna. San Paolo la usava anche lui per descrivere il ‘sempre qualcosa di più’, ‘andare sempre aldilà’ , aspetti di una vita che si possono respirare nella dimensione spirituale. Lo scienziato contemplativo la vede così. Come fa l’artista sublime o il genitore che antepone le necessità della famiglia alla propria carriera. Descrive una vita incommensurabile e sempre nuova. I capi religiosi spesso trovano difficoltà a capire quando il significato diventa sacro nel credo, nel rituale e nella struttura e separato dalla reale esperienza. Più uno parla di cose di cui non ha esperienza più suona irrealistico e inverosimile.

         Un cristianesimo contemplativo deve imparare a confessare l’ampia gamma di peccati commessi prima di evidenziare la pagliuzza nell’occhio dell’altro. Non si tratta di auto flagellarsi ma dell’umiltà presente in tutti gli insegnamenti di Gesù e nella sua presenza di risorto. Senza questa umiltà – quale via più rapida verso l’umiltà ci può essere che la fedeltà quotidiana ad una pratica contemplativa ? – aumenta il rischio di una crescita dell’anti Cristo.

         È strano che la nozione di Anti Cristo appaia tanto presto nella vita della Chiesa, nella prima lettera di Giovanni (2:22). Un angelo del buio si trasforma in un angelo di luce. Il contrario si maschera da verità. Il lupo arriva di soppiatto con l’aspetto della pecora. È l’ombra oscura del cristianesimo che crocifigge Cristo quando siamo tentati da potere, corruzione e arroganza: l’antisemitismo, le crociate, anche la Crociata dei bambini, l’inquisizione, le guerre di religione,  l’occultamento degli abusi del clero.

         Ovviamente il cristianesimo non è la sola religione in cui possono avere la meglio le forze del male. Ai giorni nostri ogni religione deve essere semplificata, purificata e riportata al suo nucleo contemplativo. Ognuno deve prendersi la responsabilità di questo. E intanto le religioni farebbero meglio a non criticarsi vicendevolmente ma dovrebbero piuttosto rinnovarsi.

         Dare inizio ad una comunità è un bel modo di rinnovare un cristianesimo contemplativo. Semi di nuove comunità cercano di venire sempre alla luce nelle tradizioni spirituali. Ciò che è nuovo ha la forza di stimolare. Nella Comunità Mondiale il gruppo di meditazione settimanale da tanto tempo è una via attraverso cui i meditatori hanno visto la comunità che si crea con la meditazione ed hanno corso il rischio di condividerla con nuove persone. I gruppi di meditazione possono diventare troppo accoglienti. È più facile ricevere che dare. Ma ad un certo punto questi due aspetti di grazia chiedono di essere riavvicinati.

         I cristiani contemplativi sanno cosa significa grazia: seguire il maestro ed andare non sappiamo dove per condividere ciò che abbiamo ricevuto, e dare ciò che pensiamo di non avere. Ciò richiede un sguardo aperto del cuore. Durante la benedizione a Bonnevaux uno dei nostri donatori più generosi ha detto che quando per la prima volta ha preso in considerazione il progetto ha pensato ‘è più di quanto noi si possa affrontare’. O piuttosto, ha detto, che era quanto gli diceva la sua testa. Ma il suo cuore parlava in modo diverso. Bonnevaux, ha detto, è compreso in primo luogo dal cuore.

Ai giorni nostri ogni religione deve esser semplificata,
purificata e riportata al suo nucleo contemplativo.

         La comunità, come una famiglia o un buon posto di lavoro o un villaggio, è manifestazione di amore. Il cuore che parla il linguaggio dell’amore ha delle ragioni che la ragione non può conoscere. Ogni giorno nella comunità ci impegniamo, ad ogni incontro, con una parte dell’infinita rete di relazioni dell’universo. A volte scorgiamo questa grande immagine nella vita della comunità, se cerca di essere una comunità di amore. Ma in altri momenti pensiamo come sarebbe più facile vivere da soli. Anche in comunità (o in famiglia o al lavoro) si può arrestare la crescita nella rete di amore perché l’ego decide di cercare una identità sicura e indipendente. Così da trovare uno spazio in cui poter criticare gli altri e proteggere se stessi. L’ego va continuamente alla ricerca di separazione (è una vecchia abitudine). Il vero sé cerca comunque con coraggio la solitudine come strumento di una vera, amorevole relazione. Se non posso essere me stesso come sono, non posso accettare l’altro così com’è.

         L’egotismo rifiuta la grazia. Rifiuta i doni che fluiscono in modo imprevedibile e incondizionato dall’universo verso le nostre vite ferite. Ha paura della grazia e la inquina cercando di controllarla con le modalità dell’ego. Spesso anzi interpreta la grazia come una minaccia e così la demonizza. Ma ogni qualvolta l’esperienza contemplativa viola, seppur in parte, il firewall dell’egotismo, la grazia comincia a produrre meraviglie.

         Ma la grazia non è solo un fattore di benessere nella vita spirituale come un periodo di meditazione in cui scompaiono le distrazioni e aumenta la pace. Non è ciò che Bonhoeffer chiamava ‘grazia a poco prezzo’, indicandola come ‘nemico mortale della nostra chiesa’, il tipo di grazia che ci diamo da noi stessi. La grazia a poco prezzo una volta definiva un certo tipo di cristianesimo. Le condizioni e le istituzioni che ne avevano permesso lo sviluppo stanno sparendo. È iniziato il tempo di un radicale cambiamento senza facili risposte  e grandi richieste di rinunce. È il primo giorno del cristianesimo contemplativo. Uno degli aspetti della mente contemplativa è la capacità di vivere in pace senza certezze.

         Come al solito, quello che importa non è cambiare le realtà esterne ma imparare ad affrontarle con saggezza. Il cuore della fede cristiana ce lo ricorda da sempre – come Gesù ha accettato il suo destino e ha trasformato il buio più profondo in luce. È il modo in cui Giacomo ‘il fratello del Signore’ ha inteso il senso della sofferenza: Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.

         Come Simone Weil, lui vede un senso nella sofferenza. Lei ci ha insegnato che ‘la grandezza della fede cristiana non è la ricerca di un rimedio soprannaturale alla sofferenza ma l’uso spirituale che se ne fa’.

         Confermare questa intuizione richiede una considerevole profondità di pace, frutto della preghiera, di fraternità e dell’essere impegnati responsabilmente con le prove della vita giorno per giorno. E poi la pace al cuore della rivoluzione contemplativa diventa il nostro contributo alla  turbolenta rivoluzione sociale che stiamo attraversando. Quando il futuro appare preoccupante abbiamo bisogno di questa profondità interiore per affrontare le questioni immediate della vita, senza perdere di vista i principi guida necessari per il lungo cammino che ci aspetta. La comunità è la scuola quotidiana di equilibrio tra la visione a breve e a lungo termine. E uno dei più grandi maestri di saggezza nella tradizione cristiana è San Benedetto.

         Per Benedetto il ritmo della vita quotidiana racchiude il segreto per rimanere in sintonia con la realtà (‘obbedienza’), saldi (‘stabilità’) e in continuo sviluppo (‘conversione di vita’). Rispettare la sinergia di corpo, mente e spirito è il senso dell’amministrare quotidiano tempo e compiti. Tempo per leggere, tempo per lavorare, tempo per pregare. Niente di più di semplice. Il modo di vivere contemporaneo ci indica comunque che lo consideriamo sfuggente e insostenibile. Eppure come meditatore di qualsiasi ambiente e che medita ogni giorno, Benedetto aveva capito che il miglior modo per raggiungere un ritmo di vita naturale e salutare, interiormente ed esteriormente è quello di stabilire la priorità dei momenti di preghiera. Come diceva John Main succede quando realizzate che ‘i momenti di meditazione sono i più importanti della vostra giornata’ e la rivoluzione contemplativa ha fatto piazza pulita e così siamo diventati una nuova forza rivoluzionaria per un cambiamento pacifico. Siamo diventati ciò che i cristiani dovrebbero sempre essere, praticanti piuttosto che predicatori.

         La contemplazione è una scelta di vita che non offre risposte. E non richiede d’altro canto una fedeltà cieca ad una ideologia, come fa la maggiore alternativa dei nostri giorni, il fondamentalismo con la sua falsa semplicità che separa. Al contrario, esige una disponibilità continua di mente e di cuore che ci permetta di farci compenetrare da una nuova espressione di realtà. Richiede un approccio distaccato alle istituzioni e alle strutture ed una disciplina interiore supportata dall’amore e dal perdono nei confronti dei nostri compagni-pellegrini.

         La contemplazione è l’antidoto al fondamentalismo in tutte le sue forme. Intessuta nella vita quotidiana, una pratica contemplativa fa scattare l’allarme quando si scatena la tendenza a fuggire dalla realtà nella falsa consolazione del fondamentalismo. Il primo pericolo è assolutizzare ‘noi e loro’. Quando gli stati chiudono i cuori alla crisi dei rifugiati, quando i leader giocano la carta della razza per infiammare i pregiudizi. Quando le persone religiose invocano Dio per escludere i gay o i divorziati dai loro gruppi. In queste reazioni, rifiutiamo il sorprendente dono contemplativo che trasforma l’umanità nel saper vedere noi stessi negli altri e gli altri in noi stessi. Questo dono è la visione di Dio.

         L’attenzione rivolta verso l’altro è la facoltà che rende possibile l’accesso alla rete della realtà in cui tutto è connesso e che noi chiamiamo Dio. La rete globale di internet è strabiliante ma solo un minuscolo riflesso della grande comunione rivelata dalla visione contemplativa della realtà. In questa grande comunione, se siamo vigili e presenti, possiamo imparare dalle cose più semplici: una passeggiata da soli intorno al lago, una serata con la comunità e con gli ospiti, il ritmo di meditazione e preghiera durante le ore di veglia di ogni giorno.

         Nel 2000 sono stati registrati un milione di suicidi e oltre 20 milioni di tentati suicidi. Per queste persone e per molti altri autolesionisti nella nostra civiltà globale, la vita diventa – come era successo ad Amleto che aveva preso in considerazione quella stessa possibilità – fastidiosa, triste, scialba e inutile. Al centro di questa condizione mentale, c’è una disperata monotonia e noia che si ritrovano alla fine in ogni dipendenza. La cura non è aumentare le dosi di un farmaco o moltiplicare le maniere di distrarsi. Ma si deve trovare una reiterazione terapeutica sostenuta dal ritmo di vita. È questo continuo scambievole intreccio che rinnova la felice immediatezza del nostro rapporto con la realtà.

         Ci dicono di ricercare felicità e soddisfazione. Ma possiamo solo farlo restando in attesa. È nell’immobilità che si realizza il contatto più reale. Solo il contatto con la grande comunione ‘ci libera dal male’. Solo spezzando il ciclo della paura (non importa se le rondini fanno cadere il loro messaggio sull’oratore), del desiderio e della rabbia e facendo dissolvere gli schemi fissi della nostra auto-sconfitta ritorniamo a vivere, non a lottare per la vita. Troviamo il senso del lavoro buono. Le inevitabili delusioni, paure e dispiaceri della vita si dissolvono in una nuova speranza e gioia.

         In qualsiasi momento di sconfitta, si ritrova la certezza di una seconda possibilità, la liberazione dalla legge del karma grazie all’amore che non ci abbandona e non ci punisce: perché è un continuo inizio.

         Con grande affetto,

           Laurence Freeman OSB