Meditatio Newsletter Luglio 2018

Affrontare il cambiamento, vedere la connessione

 Laurence Freeman scrive su come una consapevolezza contemplativa può dare speranza ad un mondo in crisi

 Meditatio Newsletter Luglio 2018

 Carissimi amici,

 Di recente, come molte altre persone, sono stato tentato di non ascoltare più i notiziari del giorno. Posso capire un mio amico che mi ha detto di non seguire più le notizie del tutto, per dedicare il suo tempo alla famiglia, al lavoro e alla vita interiore. Gli ho domandato se non volesse essere informato della nascita di un nuovo governo o della raggiunta pace mondiale. Mi ha risposto che ne avrebbe avuto notizia dai colleghi di lavoro.

Posso comprendere una tale scelta, ma non mi ha convinto e non mi convince. Capisco l’effetto che può avere la tristezza, la rabbia e la frustrazione continua che derivano da una amministrazione nazionale e globale stolta e a volte cattiva. C’è un vuoto avvilente nella nuova leadership di cui avremmo bisogno per superare le forze dirompenti di cambiamento che colpiscono il nostro mondo.

Come dicevano i Padri del deserto “verrà un giorno in cui il mondo impazzirà e il folle dirà del saggio ‘è matto perché non è come noi’”. È facile sentirsi impotenti e senza speranza in un momento in cui la verità è annientata, le notizie vere sono considerate false e quindi tutte sono sospette. Ma se non viene controllata, questa tendenza porta dritti a ciò che i Padri del deserto chiamavano acedia, una condizione destimolante, una notte buia in cui sembra che l’alba non arrivi mai e l’arrendersi prende il posto del lasciare andare.

Nel mondo di Harry Potter i ‘dissennatori’, creature inquietanti e disgustose che si cibano di felicità umana, causano questa condizione nelle loro vittime. Avvicinarsi troppo a loro vuol dire avere la vita e la speranza risucchiata ed essere lasciati solo con i propri ricordi peggiori.

E, dunque, perché seguire tutte le cattive notizie? Perché non mangiare, bere, esser felici, divertirsi al sole e adempiere solo alle proprie responsabilità immediate? La ragione per cui non mi sono fatto tentare (anche se ora prendo le notizie da fonti più attendibili) è duplice. In primo luogo, anche se la realtà è che i poteri dell’irrealtà guidano il mondo, abbiamo il dovere di affrontare quella realtà e fare sempre attenzione al bene che ancora esiste nel mondo e davvero in tutti, anche nel peggiore dei leader. In secondo luogo, se vogliamo dare il nostro contributo a ciò di cui indissolubilmente siamo parte, dobbiamo affrontare la verità intera e adempiere alle nostre responsabilità. Volenti o nolenti apparteniamo al mondo tanto quanto apparteniamo ad una famiglia.

 

In realtà, più profonda è la nostra solitudine,

più forte è il nostro senso di connessione, di interdipendenza

 

Essere, è sempre essere con. Il sé è diverso dall’ego perché nella consapevolezza del sé vediamo come siamo collegati con tutto, nella grande unità dell’insieme dell’essere. Falsamente, l’ego sostiene di esistere al di fuori di tutto, fatta eccezione per i propri ammiratori o subordinati, sempre osservatore ‘obiettivo’ che persegue solo i propri scopi e il proprio interesse. Questa illusione ingannevole conduce, alla fine, ad un isolamento disperato.

In realtà, più profonda è la nostra solitudine, più forte è il nostro senso di connessione, di interdipendenza – e quindi di responsabilità personale e sociale. Questo era il discorso che facevo negli incontri del ritiro a Monte Oliveto, lo scorso mese di giugno: l’isolamento è una solitudine fallita e la solitudine è accettare la nostra unicità. Solamente nella solitudine possiamo amare veramente e sapere come donarci.

Il cammino spirituale non è semplicemente una parte della vita per la quale dobbiamo trovare del tempo. La vita è il cammino spirituale. A volte, ma non spesso, una pratica spirituale seria, come la meditazione, porta ad una crisi interiore particolare e terribile. Siamo messi di fronte alla percezione dell’universo così com’è, niente di più di ciò che è, di quello che vediamo e di come funziona. Detto così sembra quasi avere una essenza inoffensiva e pacifica. Possiamo vedere il mondo com’è, senza i soliti filtri. A volte, però, questo angolo di percezione ci mostra un universo senza altro significato che la sua esistenza eterna e ciclica. Può esser vasto e meraviglioso, ma questa sua mancanza di profondità e di significato o di qualsiasi connessione personale è terribile.

Ogni crisi nella vita – una perdita, un cambiamento o la paura della morte – può far saltare tutto. Può arrivare all’improvviso e inattesa. E allora è la crisi. Da principio può dare una incommensurabile sensazione di isolamento. Sembra che nulla, se non la nostra razionalità, ci possa aiutare. Ma la razionalità – la nostra abilità di analizzare e spiegare le cose – è facilmente sopraffatta dalla forza bruta di questa rivelazione. Il consiglio migliore che ci arriva dalle fonti più sagge è ‘non combatterla’. Anzi, dobbiamo dare spazio al fallimento, permettere a tutte le nostre difese, tutti i nostri rifugi, tutte le nostre false consolazioni di esser travolti da questa ondata di realtà che si solleva verso di noi. “È qualcosa di terribile cadere nelle mani del Dio vivente”. Sembrerà come se Dio – ammesso che esista – non fosse altro che l’infinito ‘Io sono’, un ego di inimmaginabile grandezza e indifferenza verso gli altri, compresa la sua stessa creazione. Molti mistici ci hanno descritto questa esperienza. E proprio perché l’hanno affrontata e non l’hanno banalizzata, la loro risposta contemplativa alla crisi del cambiamento assume per noi oggi un valore incalcolabile (sarà il tema del nostro seminario in settembre).

I mistici descrivono questa esperienza con onestà perché hanno scoperto la verità auto trasformante che risplende in profondità nel suo centro. Forse faremo tutti questa esperienza (ci auguriamo per un periodo breve) al momento della morte o preparandoci alla morte. La vera speranza, davanti a questa oscurità inevitabile, è che dopo c’è sempre qualcosa. Accettare questa inevitabilità, crea la speranza da cui dipendono tutti gli sforzi umani e la società stessa. La speranza ci dà la forza di lasciare la presa. Quando siamo in questa modalità di consapevolezza, che ci permette di lasciar andare, piuttosto che bloccati in una modalità di attaccamento, la solitudine cosmica senza limiti, in cui tutti gli attaccamenti si sciolgono, si può pienamente dispiegare. C’è qualcosa dopo. Qualcosa arriva dopo la percezione della pura meccanica dell’universo. Ci rendiamo conto di essere all’interno del grande Io Sono, non al di fuori di esso. Ci troviamo lì, alla fine, sicuri che al di fuori di esso esiste solo illusione. E questa non è una notizia falsa (fake news).

Oggi, la responsabilità urgente per ciascuno di noi è trovare il proprio modo di fare esperienza di questa verità ed essere vettori della buona novella in essa racchiusa. Non agiamo come singoli messia, ma come discepoli in comunità. Anche Gesù diceva di non avere un’autorità sua, ma scaturita direttamente dalla sorgente, dall’Io Sono. Lui ha formato e delegato una comunità ancora oggi in crescita. Una comunità che, in modo imperfetto, sta ancora cercando di scoprire in ogni persona e in ogni generazione cosa voleva dire Gesù. Come ci insegna la meditazione, non è l’imperfezione a nuocerci, ma l’infedeltà.

Tutto questo spiega i temi che verranno trattati al seminario John Main di quest’anno, organizzato dalla nostra comunità belga, nella città contemplativa di Bruges, vicino al Beghinaggio, il bel complesso dove nel medioevo donne laiche affermavano il loro diritto ad una vita spirituale libera dall’oppressione e dal controllo patriarcale. Il seminario vedrà la partecipazione di menti contemplative, esperti in diversi settori – politica, religione, medicina, economia, istruzione, scienza, filosofia. Interverranno uomini e donne di grande levatura e profonda conoscenza nelle loro aree di sapere. Rifletteranno sulle grandi forze di trasformazione che stanno influenzando i loro campi di specializzazione. Ma cercheremo anche una sintesi e una prospettiva sull’andamento diffuso, all’interno delle crisi legate ai cambiamenti, questo specialmente grazie alla mente contemplativa di Charles Taylor. Il cambiamento è sempre inquietante, soprattutto quando non lo possiamo prevedere o controllare. Non molto si può amministrare o dare in appalto a lungo. Dobbiamo fare esperienza del paradosso per cui l’illuminazione è farsi carico delle responsabilità, sapendo che non è mai possibile avere un controllo totale. Ci aiuta un altro paradosso: a volte dobbiamo esser svuotati per vedere la pienezza, esser da soli per capire dove sentiamo di appartenere. Il poeta sufi Rumi descrive questa situazione nel suo poema ‘Atti di impotenza’ scritto quando ‘si piange tutta la notte e ci si alza all’alba chiedendo che, visto che non c’è ciò che si desidera, il giorno diventi oscuro’. Descrive la notte scura dei giorni non appaganti ‘quando atti di impotenza diventano abituali’. E il poeta capisce che proprio quegli atti sono il segno di cui abbiamo bisogno per trovare la direzione. ‘Scusate il mio vagare’ scrive alla fine del poema, ma ‘come si può essere ordinati? È come contare le foglie in un giardino’. E conclude: ‘Qualche volta l’organizzazione e il calcolo diventano assurdi’.

Nonostante tutto è importante pensare – e pensare con chiarezza – ai cambiamenti che ci colpiscono. Perciò al seminario di quest’anno, uniremo grandi pensatori e la meditazione, che riteniamo possa liberare il nostro mondo spesso confuso e auto distruttivo. Non pretendiamo che la meditazione risolva tutti i nostri problemi. Forse potrebbe farlo, se tutti ci provassimo. Ma, visto che non succederà, non dobbiamo considerare la meditazione come una soluzione a tutti i problemi, ma come un ‘atto di impotenza abituale’. Solo quelli che la praticano sanno veramente quanto la meditazione possa cambiarli, chiarendo la mente, aprendo i cuori giorno dopo giorno, qualunque sia il settore che il destino li ha portati ad abitare.

Al ritiro di Monte Oliveto, abbiamo esplorato il paradossale destino umano di ‘essere soli insieme’. Se non riusciamo a vivere questo paradosso, scivoliamo nell’epidemia di isolamento e dissociazione che dilaga nel mondo benestante di oggi. Fa riflettere quando ci si chiede perché Haiti ha il più basso tasso di suicidi nell’emisfero occidentale, mentre le nostre più che opulenti società dei consumi sono testimoni di un drammatico aumento dei suicidi, specialmente fra i giovani. In reazione a questo dilemma, stiamo diventando una società che ricorre sempre più alle terapie – spesso ad un punto tale da reprimere la nostra capacità di creare e celebrare. Anche se possiamo compiacerci della nostra crescente abilità ad ammettere i nostri problemi personali e a prendercene cura, aumenta per contro il pericolo di diventare collettivamente ossessionati sulla nostra infelicità individuale.

Forse tutto ha avuto inizio con la Dichiarazione di Indipendenza e l’affermazione dell’inalienabile diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca di felicità. A volte, in periodi di oppressione o di crisi nello sviluppo, questi diritti necessitano di esser dichiarati. Ma cosa succede una volta che, diventati indipendenti e auto determinati, i nostri genitori dipendono da noi, ci accorgiamo che la libertà di agire come vogliamo è molto più limitata di quanto potessimo immaginare, e la felicità che stiamo inseguendo, sembra diventata più un dovere mancato che un diritto di cui effettivamente godere ?

L’amore è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Non lo stadio primitivo dell’amore in cui siamo alla ricerca di noi stessi. Ma l’amore vero, in cui contempliamo l’altro e abbiamo cura dell’altro, più che di noi stessi. A quale svolta nel viaggio umano vediamo la felicità in riferimento agli altri, piuttosto che solamente a noi stessi?

I più importanti maestri spirituali ci chiamano non semplicemente a ‘seguirli’, ma ad essere discepoli – ad imparare da loro. Possiamo ritrovare il nostro centro solo nella profondità della relazione personale, la piena terribile intimità del discepolato, dell’amore che pochi osano rischiare. La forza gravitazionale della consapevolezza dell’ego sembra irresistibile. È come se si possa trascenderla solo momentaneamente, per sprofondare di nuovo nell’auto referenzialità, alla ricerca della propria felicità, domandandoci senza fine perché non l’abbiamo ancora trovata. Ci sentiamo impotenti. Ma siamo restii a fare uso di questi ‘atti di impotenza’ che potrebbero effettivamente capovolgere le cose. I grandi maestri della tradizione sapienziale ci insegnano che, nella peggiore delle crisi di cambiamento, per quanto possa sembrare senza speranza ed incontrollabile, la nostra meditazione, questi atti contemplativi di impotenza sono i mezzi migliori a disposizione per lasciare andare e progredire.

Gesù non ci chiama per cercare direttamente la nostra felicità personale. Calpesteremmo troppe altre persone così facendo. Invece, veniamo invitati ad occuparci dei bisogni degli altri per trovare la vera felicità del Sè che in questo modo trascende quella dell’ego. Ma come posso aiutare gli altri quando io stesso ho così poco?

“Ecco un ragazzo con cinque piccoli pani di orzo e due pesci, ma che ci possiamo fare con tutta questa gente?” Ha domandato Andrea, fratello di Pietro, mentre ne distribuivano alla moltitudine. Man mano che ciascuno nella folla cominciava a ridistribuire agli altri ciò che aveva, si accorse del miracolo della trasformazione che si realizza con la condivisione. In un periodo di cambiamento, quando tendiamo a trattenere per noi stessi le nostre risorse, in un atteggiamento di auto protezionismo, questa verità, e non qualche magia o intervento esterno sugli eventi, è la sapienza redentrice.

Il Buddismo Mahayana rispecchia tutto ciò, nel concetto di come conduce la vita il bodhisattva. Anche su questo insegnamento, abbiamo riflettuto nei giorni a Monte Oliveto. Inizia con il desiderio di risvegliare la mente alla verità, ma poi è necessario praticarlo per davvero. È come il passaggio dal voler meditare all’imparare effettivamente a meditare. L’impegno fedele, per quanto si possa fallire spesso e malamente, ci porterà a casa. Nell’inseguire la nostra felicità, mettiamo a repentaglio quel po’ di felicità che già abbiamo. Ma vedendo noi stessi come ‘medicina per il malato’ e rimanendo determinati a porre come priorità il sollievo della sofferenza altrui, possiamo freddare le forze di non accettazione e di disperazione che sorgono da una mente che si fissa su di sé. Questi dubbi oscuri vengono così esteriorizzati come ‘tanto deboli da esser smorzati da uno sguardo di sapienza’. Come al solito, troviamo la nostra vera forza nell’abbracciare la nostra reale debolezza.

Parlare di insegnamento e vivere l’insegnamento non sono la stessa cosa. Nella nostra visione di Bonnevaux, stiamo prendendo il rischio di viverlo davvero; e, ad ogni modo, mi sta insegnando qualcosa del mistero del cambiamento. Volgendo lo sguardo al passato, ad alcuni momenti decisivi nella nostra comunità, il trasferimento a Montreal, la morte di Padre John, il passaggio da Montreal (da dove sto scrivendo nel giorno del mio compleanno – 17 luglio) a Comunità Mondiale e le numerose trasformazioni negli ultimi venticinque anni, abbiamo molti cambiamenti da cui imparare. La domanda, in una crisi di cambiamento, non è solo ‘come facciamo ad andare avanti?’ ma ‘cosa succede dopo?’

C’è sempre qualcosa dopo. Anche se non facciamo nulla, c’è sempre qualcosa dopo. Spesso, se non facciamo nulla per paura o per mancanza di accettazione, quello che succede dopo è nocivo. Se, per presunzione o impazienza, facciamo troppo, anche questo può essere nocivo. Così, quello che facciamo deve essere ben misurato.

Bonnevaux per noi è quel qualcosa dopo. È il nostro modo di allinearci con le forze del cambiamento che la nostra comunità, al servizio della sua missione, deve affrontare. Grazie alle mie visite regolari a Bonnevaux – all’inizio dell’anno prossimo mi trasferirò lì definitivamente – vedo ora con maggior chiarezza perché ci siamo diretti lì. Il nostro ‘monastero senza mura’ non ha bisogno di centralizzazione, ma ha bisogno di un centro fisico dove crescere, per coltivare una nuova generazione di maestri di meditazione, perché possano venire pellegrini e trovare qui un trampolino per il passo successivo nel loro cammino, perché le istituzioni e le professioni del mondo possano riscoprire la consapevolezza contemplativa che hanno perso. E poi, chi non ha bisogno di una casa?

La stabilità nel centro giusto è la condizione migliore per la crescita. Il centro fisico giusto è quanto di meglio per rispecchiare il vero centro, cioè il cuore.

 

L’impegno fedele,

per quanto si possa fallire spesso e malamente,

ci porterà a casa.

 

Sapete di essere in contatto col cuore quando potete affrontare la realtà col minimo della paura e il massimo di amore, quando guardate il mondo non solo nella sua oscurità, ma anche inondato della luce di verità, bellezza e di semplice gentilezza umana. Le soluzioni migliori dei problemi nascono da questa semplicità di percezione.

E così Bonnevaux rappresenta un grande cambiamento per la Comunità Mondiale, ma anche un modo per noi tutti di imparare a far fronte al cambiamento nel modo migliore e più umano. Ha avuto inizio e continua come un’opera di fede, col nostro esser fedeli alla storia fino ad oggi e così anche per l’avvenire. Per quel che riguarda le risorse, lo sforzo finanziario e tutto il resto, vi debbo dire che non ci sono certezze assolute. Vuol dire che la realizzazione del potenziale di Bonnevaux dipenderà dalla fede che gli altri, vecchi e nuovi, amici e membri della comunità metteranno tangibilmente in quest’opera: tempo, talento e ricchezze.

Sento tutto questo come una potente affermazione che stiamo facendo la cosa giusta. Per ora, in ogni momento, c’è stato un tocco della grazia, un dono inatteso, il passaggio di un’ala angelica. Due persone della nostra comunità residenziale a Bonnevaux, che ringrazio per aver rinunciato a così tanto per servirla, mi hanno detto che non lo considerano un sacrificio, ma un privilegio. La giovane volontaria che non aveva mai meditato prima, ma che è venuta per tre settimane immergendosi nel ritmo quotidiano di vita ed ha continuato a meditare anche dopo essere partita. Gli architetti che vengono e meditano con noi nei tempi fra un incontro tecnico di lavoro e l’altro. Gli operai che non ascoltano la radio per rispettare lo spirito di silenzio. La comunità francese che ha creato cinque comitati di esperti per seguire i differenti aspetti del progetto. I visitatori, da tante parti del mondo, che sono arrivati e sono stati qui o nelle vicinanze per condividere e sostenere giorno per giorno i lavori di consolidamento di questo nuovo centro e casa — che ci auguriamo diventi un piccolo modello di lavoro di come si può vivere la vita in momenti di crisi come questi che viviamo oggi.

Grazie per aver trovato, nel vostro cuore e nelle vostre intenzioni, un posto per Bonnevaux, così che la nostra comunità possa trasformarsi e trasformarsi per il meglio per le generazioni a venire, e per un futuro ben più lontano di questa crisi globale che oggi affrontiamo e dovremo superare, affinché l’umanità guardi a possibilità nuove e più ricche di speranza.

Con grande affetto

Laurence Freeman OSB