Meditatio Newsletter Gennaio 2019

Lettera da Laurence Freeman, OSB

30 dicembre 2018, Commemorazione di John Main

Carissimi amici,

il grande studioso benedettino Jean Leclecrq che era anche un grande viaggiatore, scrisse una volta un eccellente articolo per Studi Monastici sulla ‘Stabilità’. Forse per evitare i critici – e sono sempre in agguato – che avrebbero potuto accusarlo di incoerenza, era solito dire ‘non sono per niente un bravo monaco. Ma sono molto monaco’. L’umiltà, quella vera, e l’umorismo (con moderazione) sono grandi difese e punti di forza. Ci rendono capaci di vivere con le contraddizioni che tutti ci portiamo dietro come parte del bagaglio della vita, per riuscire a non dipendere troppo dalla opinione altrui e per non prenderci troppo sul serio. Tutti questi sono attributi essenziali per la vita spirituale. Il bagaglio ci sarà sempre. Per quanto si possa ridurlo ci sarà sempre qualche carico da prendere o lasciare a seconda dei mezzi che ci portano da una fase all’altra della vita.

Alla soglia dell’anno nuovo cerchiamo di scrollarci di dosso alcuni di questi pesi. Guardiamoci indietro e guardiamo avanti. Janus il latino di Giano (da cui Gennaio) era il dio romano degli inizi, delle transizioni, delle porte, degli archi e del tempo. Aveva due volti, nello stesso tempo guardava in due direzioni. Anche noi guardiamo così in alcuni momenti. Questo periodo dell’anno mi ricorda la perdita di John Main e anche l’inizio di ciò che poi è diventata la Comunità Mondiale – qualcosa che a quel tempo lui aveva prefigurato molto più chiaramente di me.

Jean Leclerq mi aveva scritto subito dopo la morte di John Main (30 dicembre 1982) per dirmi di aver avuto la notizia: ‘E così Padre John si è lanciato nella luce. Invidio lui. Compatisco te’. Nasciamo nelle contraddizioni e viviamo con i paradossi.

Le relazioni cambiano in continuazione. Quando qualcuno mi dice di avere una relazione senza fragilità, dubbi o attriti, mi sorprendo. Ho la sensazione che si tratti di un tentativo di auto convincimento per qualcosa che loro stessi non credono davvero. Quando abbiamo un qualsiasi tipo di rapporto, ma soprattutto uno su cui abbiamo investito la nostra identità e la speranza per il futuro, siamo sempre tesi verso livelli nuovi e incerti di auto conoscenza. E lo stesso succede a quelli che hanno una relazione con noi.

                                               Nasciamo nelle contraddizioni e

                                                      viviamo con i paradossi

Anche nelle relazioni più profonde, nelle quali si è sviluppata una profonda comunione, rimaniamo individui con il nostro bagaglio da portare da soli. A volte preferiamo una stasi nel nostro rapporto – schiacciamo il pulsante di pausa quando siamo in una fase positiva – ma, volenti o nolenti, cambiamo sempre e ci aiutiamo l’un l’altro nel crescere. Comunque per quanto accomodati e pantofolai possiamo essere diventati, capiterà sempre qualcosa che ci farà iniziare una nuova avventura. Qualcuno si entusiasmerà alla sfida mentre qualcun altro farà resistenza. Di rado cresciamo con la stessa velocità, nello stesso modo e mai in sintonia.

Qualche giorno fa a Bonnevaux stavo guardando dell’aglio nel campo più in alto dove da poco il nostro giardiniere Thomas, entusiasta appassionato di permacultura, coltiva i nostri primi appezzamenti. Era eccitatissimo nel mostrarmi i primi virgulti. Ma non sapeva spiegarmi perché uno era cresciuto prima e quanto tempo gli altri ci avrebbero messo a spuntare e quando alla fine anche i più lenti sarebbero apparsi. Cresciamo insieme, obbediamo alle stesse leggi ma in modo diverso.

Essere in relazione con qualcuno la cui auto conoscenza è più sviluppata della nostra, offre delle sfide ma anche grandi opportunità. Forse il matrimonio non è il miglior contenitore per quel tipo di relazione ma è certamente al cuore del rapporto che intercorre fra il maestro e il discepolo. Molti matrimoni faticano a lungo per raggiungere un equilibrio fra forza personale e integrazione dei ruoli. Lo squilibrio di potere nel matrimonio è spesso causa di battute – il partner super sottomesso o super dominante – ma anche di molta sofferenza. Se non c’è un processo consapevole in cui si raggiunga l’equilibrio – anche se ben nascosto nel segreto della relazione – il rapporto faticherà ad essere quel veicolo di auto conoscenza che tutte le relazioni dovrebbero essere.

Sia al livello spirituale più profondo che al più alto livello cosmico possiamo vedere che ciò accade nella nostra relazione con la mente di Cristo. Gesù affermava ‘so da dove sono venuto e dove vado’. ‘Conosco  il Padre’ voleva dire che conosceva se stesso. E quindi conosce noi e l’intero grande progetto di cui noi e tutta l’umanità siamo parte. Nessuno, cristiano o non cristiano, può  negare che lui (e tutto ciò che Gesù di Nazareth ha iniziato) abbia trasformato la auto consapevolezza dell’umanità. Il discepolo di Gesù, seppure all’inizio del viaggio, fa esperienza di quel cambiamento ad un livello intimo, interiore ed integrato. Essere in contatto con l’auto conoscenza di Gesù (che è lo Spirito Santo che  ha detto che sarebbe venuto) è sentire un sostegno fortissimo nel nostro processo di conoscenza e di comprensione di noi stessi.

Qualche tempo fa stavo celebrando la messa a Bere Island in occasione di una grande festività e ho domandato ai due chierichetti cosa sapevano della festa. Nessuno dei due ne aveva la benché minima idea. Le abitudini della pratica religiosa si sono allontanate dalle narrazioni fondamentali della fede cristiana in quanto mezzo di comprensione. Senza queste storie che aumentano di significato man mano che la fede si approfondisce, la pratica esteriore diventa presto vuota e priva di senso. Abbiamo forse bisogno del bombardamento di  una massiccia campagna pubblicitaria come disperatamente pensano alcuni capi religiosi? Oppure quelli che non sono né incerti né imbarazzati dalla loro identità cristiana dovrebbero parlare meno per approfondire il loro silenzio. Così facendo lasciano allo Spirito la possibilità di trasformarli non in venditori di vangelo ma in vangelo stesso. Seguendo questa tradizione il discepolo è sempre stato visto prima di tutto non come un promotore ma come un alter Christus, un altro Cristo.

Per un periodo anche io ho servito all’altare e ho continuato ad andare in chiesa fino a quando, diventato più grande, ho trovato che la Chiesa e i suoi promotori  semplicemente non sembravano essere in contatto con i problemi ed i temi con i quali io avevo a che fare. Non mi sono irritato, solo me ne sono andato via. In John Main sono arrivato a capire che vedevo Cristo. Dopo un po’ ho percepito che Cristo stava guardandomi pazientemente, costantemente, amorevolmente in un modo che non avrei mai potuto credere possibile, senza giudizio e senza condizioni. Nel corso degli anni e con la sua morte ho visto Padre John diventare un altro Cristo anche se diventava sempre più, in modo unico e insostituibile, se stesso. Non ci sono parole per descrivere una tale unione di identità poiché le parole sono sempre più ridondanti fino a che alla fine si dissolvono nel silenzio assoluto di una presenza che è amore.

Ho trovato tutto ciò (anche se non lo stavo cercando) nella vita monastica. La forma esteriore della vita non era molto attraente e  a volte era addirittura imbarazzante, ma l’incontro che ne emergeva era molto più forte di tutto. Mi son reso conto che il mistero di questa relazione richiedeva la stabilità, la fedeltà e la perseveranza che una seria relazione richiede in ogni forma di  vita.

Nella vita coniugale c’è il pericolo di appiattirsi dalla stabilità alla routine così che il rapporto finisce sepolto sotto le faccende e le disattenzioni quotidiane. Nella vita di ogni comunità contemplativa c’è una tendenza simile, cioè quella di equiparare la vita domestica alla stabilità, di considerare il canto ritmato della preghiera come una ninna nanna o vedere il chiostro come una via di fuga piuttosto che un laboratorio.

Mi piace la parola composta laboratorio. C’è l’unione di labor – lavoro, tipo piantare l’aglio o accogliere gli ospiti; e oratio preghiera – come cantare i salmi o ripetere il mantra. Rende il quadro della dinamica, non solo della vita monastica ma di ogni tipo di vita. Sono arrivato a pensare che se la vita monastica raggiunge la semplicità radicale –  in tutti gli aspetti più autentici – è in armonia con tutti gli altri autentici tipi di vita. Questa è la nostra visione e aspirazione a Bonnevaux – armonizzare e ricollegare le differenti forme di vita moderna attraverso la radicale stabilità della meditazione e una comunità contemplativa. Questo implica solitudine ma è anche un incontro rinnovato continuo con gli altri.

Tutti i membri di una comunità, come i membri di una famiglia, vivono insieme  nelle varie fasi del loro viaggio. Sono uniti gli uni  agli altri, si prendono cura e si offrono sostegno scambievolmente nei momenti di debolezza o di forza. Il desiderio o il timore di un cambiamento personale li riavvicinano. Ciò si raggiunge se la comunità non è basata sul principio  del narcisismo, alla ricerca della mia soddisfazione, ma sul principio del servizio alla ricerca  della realizzazione dell’altro. Servizio, non cercare solo per se stessi. San Benedetto la descrive come una ‘scuola del servizio del Signore’. Così è oggi, come è sempre stato, per quanto anti conformisti si possa essere.

Il fascino della novità, le illusioni generate da false aspettative svaniscono rapidamente quando la ‘scuola’ comincia a riportarti sulla terra. Può quindi insegnarti come imparare e come servire. L’auto inganno e il rifiuto vengono subito in primo piano. Come reagiamo a questo ? O con un senso di colpevolezza, rabbia e ripiegamento su se stessi oppure con umiltà, senso dell’umorismo e un impegno più profondo. Molte persone sono attratte dalla comunità (o dal matrimonio) per delle ragioni autentiche ma allo stesso tempo anche perché temono le sfide  e le richieste. Vogliono sfuggire al loro senso di non connessione e di isolamento. Ma si oppongono alla realtà quando  appare loro troppo aspra. Allo stesso modo  molti oggi rinviano l’impegno del matrimonio e restano ‘partner’, altri vogliono entrare in comunità ma con condizioni e riserve.

Certamente, all’inizio è sensato e necessario. Ci vuole tempo per chiarirsi su qualsiasi impegno serio e per familiarizzare col percorso dell’auto conoscenza. Un periodo di tempo in comunità può essere utile per capire come prendere un impegno più serio nell’ambito di una forma diversa di vita. (In alcune culture monastiche dell’Asia un breve periodo di vita da monaco è considerato importante per diventare un marito migliore).

Con una crescita graduale nello spirito di servizio impariamo cosa vuol dire impegno. Impariamo come prendere un impegno e verso cosa. Scopriamo che l’esperienza di una relazione, di comunità che andiamo cercando, richiede che si impari a servire.

John Main ci invita ad un serio impegno nella pratica della meditazione ma sa anche che ci vuole del tempo – diverso per ognuno – per arrivare alla disciplina delle due sessioni quotidiane di meditazione integrate nella vita di tutti i giorni. Il suo impegno non era solo nei confronti della pratica ma si focalizzava in modo straordinario sull’insegnamento della pratica stessa. Non parlava tanto dei benefici – in campo sociale o personale – anche se vedeva bene il valore della meditazione nel trasformarli entrambi. Il suo impegno era quello di stimolare ed incoraggiare le persone a cominciare e a proseguire nella pratica della meditazione. Una volta ha paragonato la meditazione al lavoro di lucidare un piatto di bronzo ossidato e sottolineava come ci vogliano dei brevi movimenti ripetuti in un punto uno  dopo l’altro per riportare alla luce la bellezza nascosta.

‘Impegno’ è una parola che fa paura anche nei tempi migliori, e questi non lo sono di certo. Una parola più adatta potrebbe essere ‘incarnato’. La radice “mit” della parola inglese “commitment” [impegno] viene dal latino e vogliono dire mandare. Noi mandiamo noi stessi, usciamo da noi stessi, ci spingiamo dalla riva verso l’oceano della fede. Prendere un impegno significa dare se stessi a ciò che è tangibile, attuale, che si può abbracciare e sentire che veramente  siamo parte dell’abbraccio della realtà.

            …quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi… e che le nostre mani hanno toccato (1 Giovanni 1,1)

 John Main è stato una persona molto incarnata. È stato veramente monaco ed un buon monaco. Ma la sua intuizione è penetrata ben oltre quella particolare forma di vita. Lo ha portato a capire il significato della relazione stessa e di come ne siamo capaci – o no – nella cultura moderna. Ha visto  la dolorosa prigione dell’individualismo, dell’isolamento e della solitudine in cui molte persone si sentono bloccate. Dai suoi giorni ad oggi la cultura digitale ha notevolmente  accentuato il problema. Per lui, però, la salvezza voleva dire prima di tutto esser liberati da quel senso di sé separato, e guariti dall’esperienza di divisione da noi stessi e dagli altri. Queste esperienze portano alla depressione e alla malattia mentale nei giovani.

John Main sapeva anche che ‘la crisi del sé’ è andata così lontano che i modi tradizionali di comunicare il messaggio salvifico del vangelo semplicemente rimbalzano su questo muro di separazione. La buona notizia è che non siamo soli e separati. Siamo incarnati e tangibili e conosciuti. Il nostro vero io incarnato nella rete dell’essere è amabile come tutti e tutto. La conoscenza di sé è toccare l’amore che è la sorgente del nostro essere, ed è l’essere stesso.

Attraverso le sue stesse lotte e all’interno della tradizione monastica John Main ha visto una via per superare la nostra crisi contemporanea. Inizia col riconoscere che il nucleo  della crisi e la sua soluzione implicano la riscoperta dello spirito umano. Questo primo semplice passo, per le istituzioni religiose, può rappresentare un enorme ostacolo quando la religione stessa è diventata de-spiritualizzata. Forme religiose, devozione, identità e credenze possono addirittura diventare campi di forza che deviano le energie dello spirito. La religione in altri periodi della storia è sprofondata in questo stato penoso che contraddice se stesso, come aveva capito Gesù della religiosità dei suoi tempi. Nei periodi in cui la religione si è disconnessa dalla fame spirituale della gente, il superamento della crisi si verifica con una riscoperta della dimensione contemplativa. Questa dimensione si applica a tutte le forme di vita umana e alla consapevolezza di ciascuno. Possiamo discutere sul fatto o meno che Gesù immaginasse una nuova religione chiamata ‘Cristianesimo’. Ma non c’è dubbio che la natura del suo insegnamento sia contemplativa– interiorità, silenzio, equanimità ed essere nel presente. E ciò rafforza la sua visione sociale di un mondo finalmente libero da violenza e da ingiustizia.

Secondo John Main nulla è oggi più importante per noi che riscoprire la dimensione spirituale e la sua forza. Non ha mai detto che la meditazione sia l’unico modo per raggiungerla. Riteneva che l’amore fosse l’unica via. Ma la meditazione è un lavoro d’amore che sconfigge tutto ciò che che toglie forza alla nostra capacità di amare. Per quelli che cominciano a meditare l’amore apparirà evidente come primo frutto  della loro nuova pratica. Forse non sarà quello che si aspettavano o di cui pensavano di aver bisogno. Rivelerà anche che la solitudine della pratica li collega ad un diverso tipo di esperienza di relazione, di comunità. Si evolve. In quanto ‘scuola di servizio’ diventa un luogo dove la dura corazza della solitudine si apre e rivela il vero sé nella natura sconfinata della relazione.

La teologia di Padre John prende respiro dal modello di relazione così come è espresso nella visione cristiana della Trinità. In essa, Dio è visto come relazione, comunione e comunità. Non un Dio antropomorfo. Non un Dio che è una idea filosofica da dimostrare o discutere. O come una proiezione magica dell’ego che procura falsa consolazione. Ma Dio come l’amore che tutti gli esseri umani ricercano e che non può esser ridotto a biologia, neurotrasmettitori o nemmeno desiderio.

Siamo alla ricerca dell’amore, che gli si dia un nome o meno. Perciò cerchiamo Dio, sia che crediamo o no. “Chiunque ama vive in Dio e Dio in lui”. L’ego non riesce a capire questo concetto perché vuole possedere quello che cerca, se e quando lo trova. Chi cerca veramente troverà, ma allora veramente perderà in una miriade di modi, in qualsiasi fase della nostra vita. Dio è la ricerca umana che dà senso alla vita che si creda o meno. La religione vuole che noi ‘crediamo’. Dio vuole solo che noi amiamo. Appena abbiamo raggiunto un obiettivo subito diventiamo di nuovo irrequieti. Non saremo mai pienamente soddisfatti anche trovando quello che cercavamo. Dopo varie volte arriviamo al cinismo o alla fede. O disdegniamo la ricerca o ci immergiamo sempre più nel vortice della realtà. Troviamo Dio e lo perdiamo nello stesso istante. I mistici di tutte le tradizioni lo capiscono meglio del ‘colto e dell’intelligente’.

Molti arguti pensatori oggi pensano che tutto ciò sia una mistica datata per la spiegazione della condizione umana. Credono (ed è diventata una nuova ortodossia) che il senso della vita sia descritto meglio da una combinazione di psicologia, economia, scienze sociali e neurologia. Dio è semplicemente narrativa di scarsa qualità. La dimensione spirituale è solo una stanza degli specchi. Consapevolezza ? Beh non sappiamo ancora come derivi da un’attività elettrica del cervello ma deve essere meramente un  prodotto di cose, non l’origine di tutto. Questo nuovo materialismo è diventato un dogma  e crea i suoi pregiudizi proprio come la religione. È un umanesimo a due dimensioni con lunghezza e larghezza ma nessuna profondità. Spesso ridicolizza e nega la dimensione spirituale e profonda, la respinge dopo averla identificata con i peggiori aspetti della religione. Dal punto di vista culturale è una ricevuta per l’inganno. Dal punto di vista psicologico  brucia i ponti che ci collegano a tutte le tradizioni sapienziali.  Dal punto di vista spirituale ci abbandona su un iceberg galleggiante dove fantastichiamo  su come con la bio ingegneria potremmo diventare quel Dio che non crediamo più sia reale.

Così trent’anni fa John Main ha detto che il compito più importante è recuperare la dimensione spirituale, ma oggi è meno vero o urgente ? Forse  per il suo background nel campo della diplomazia, giurisprudenza ed insegnamento era soprattutto concreto. Forse i veri contemplativi sono le persone meno astratte e più incarnate del mondo contemporaneo. Credeva che il recupero  dello spirituale dovesse cominciare con l’imparare  a conoscerci ed amarci. Se non possiamo ritrovare la relazione con noi stessi, così come siamo, come possiamo realisticamente relazionarci con qualcosa o con qualcuno?

Per quanto possiamo essere contrari a quel processo di scoperta di sé, non c’è modo di schivarlo. Ho partecipato un po’ di tempo fa ad una conferenza di scienziati e capi religiosi. Uno scienziato mi ha colpito dal punto di vista intellettuale molto più dei capi religiosi; condannava irrazionalmente la religione – causa di illusioni, guerre, intolleranza etc. Gli ho domandato, partendo dal suo presupposto, se pensava si potesse mettere al bando la scienza dato che il metodo scientifico era stato usato nei campi di concentramento e che le migliori menti scientifiche del tempo avevano prodotto la bomba atomica. Al momento della meditazione si mise seduto davanti a me sfogliando ostentatamente e rumorosamente il libretto che aveva in mano. Più tardi qualcuno gli ha detto ‘la meditazione è tanto importante perché mi aiuta a vedere cosa sta succedendo dentro di me’. Con incredibile onestà, lo scienzato ha risposto ‘ecco perché non medito. Non voglio assolutamente sapere cosa succede dentro di me’.

Non sono solo alcuni scienziati ma molti religiosi e altri tipi di persone che trovano tante difficoltà nel fare il primo passo. Tutti noi resistiamo ad una auto conoscenza  più profonda di quella che si rivela ad un livello concettuale e di auto riflessione. Ma se non approfondiamo, non riusciamo a scoprire la dimensione spirituale. Quanto ci opponiamo, diventa evidente quando diciamo di voler meditare e poi cerchiamo solo scuse per non meditare.

Ciò che in realtà crediamo in questo primo passo non è importante. Ma dobbiamo avere abbastanza fede in noi stessi da affrontare questo primo passo.  La bellezza sta proprio nello scoprire che è sempre un primo passo. Presto, se lasciamo tempo e spazio sufficienti all’affiorare dell’esperienza di amore, vediamo come la conoscenza di sé si propaga fuori di noi e influenza le nostre relazioni e ci sospinge verso l’inafferrabile orizzonte del Dio sconosciuto.

Il seminario John Main di quest’anno (a Vancouver in Canada) verte sul tema  di ‘Cristianesimo contemplativo’ e sarà guidato da una eccellente giovane teologa, Sarah Bachelard. E’ alla guida di una comunità parrocchiale in Australia e fa parte del gruppo di ‘Scambio contemplativo’ nato l’anno scorso dopo l’incontro a Snowmass. Viviamo in tempi spesso oscuri e inquietanti. Ascoltare i leader spirituali del futuro che guardano da una prospettiva contemplativa a tutto ciò che stiamo attraversando, aiuta a ripristinare la speranza e ravviva la fede. Queste qualità producono amore ed è l’amore che, con inattese manifestazioni, illuminerà le nostre decisioni. A luglio terremo a Bonnevaux un ritiro per meditatori giovani adulti. Anche loro vedono le cose in modo differente. Magari insieme, meditatori di generazioni diverse che si trovano nella stessa esperienza di comunità, saranno in grado di scorgere la benedetta semplicità del prossimo passo, il grande salto di consapevolezza che l’umanità deve fare.

Laurence Freeman OSB