Meditatio Newsletter dicembre 2017

Una lettera da Laurence Freeman, OSB

Carissimi amici,

sono appena ritornato da un viaggio in Messico. La prima mattina passata lì ho avuto la grande gioia e possibilità di meditare con un migliaio di ragazzi in un vastissimo auditorium della loro scuola. Ho parlato loro dividendoli in due gruppi, i più giovani e i più grandi, ma la qualità del silenzio che abbiamo condiviso è stata la stessa per entrambe le sessioni. Hanno avuto la grazia di una scuola e di insegnanti che capiscono il valore della meditazione per i giovani e che non solo l’hanno inserita nell’orario quotidiano dei corsi, ma hanno fatto sì che essa pervada la vita della scuola. I frutti sono davvero evidenti. La mia ultima mattina a Città del Messico ho incontrato e meditato con un gruppo di importanti uomini d’affari riuniti per la colazione in un elegante circolo della città. Penso che fossero più sorpresi dei ragazzi all’idea di meditare insieme, ma hanno reagito bene: non c’è niente di meglio che fare personalmente esperienza della meditazione per capire  come sia normale e sensato.

            Ai ragazzi ho detto che sono i leader del futuro e presto si troveranno ad ereditare i gravi errori della generazione dei loro genitori. La consapevolezza e l’equilibrio che già oggi trovano nella loro esperienza contemplativa saranno essenziali per il modo di affrontare i problemi globali e personali delle loro vite. Ho detto ai leader dell’imprenditoria cosa sono giunto a credere fermamente, cioè che, sulle loro spalle appesantite dallo stress, non hanno altra responsabilità più grande se non quella di recuperare il loro “essere come bambini” nell’esperienza contemplativa.

            L’archetipo del monaco cristiano Antonio del Deserto si rivolge sia ai giovani che agli adulti di oggi attraversando diciassette secoli di evoluzione umana. “Verrà il giorno in cui gli uomini diventeranno folli e quando vedranno qualcuno diverso da loro lo attaccheranno dicendo “sei matto, non sei come noi”. Antonio pronunciava queste parole non lontano dalla moschea del Sinai in cui di recente 305 fedeli sono stati massacrati da militanti islamisti. Le vittime erano sufi, i contemplativi dell’Islam, i più pacifici e miti nei loro insegnamenti e nelle loro vite. Le parole di Antonio e la follia dei giorni nostri ci ricordano quanto sia pressante il bisogno di riscoprire la prospettiva contemplativa che abbiamo perso da qualche parte nel cammino globale verso il progresso.

            Ma è sempre stato così. La vicenda della Natività evoca non solo la gioia della nascita di quel Gesù che ancora oggi cambia l’esistenza umana ma anche la follia in cui è nato e in cui ancora viviamo. Il massacro degli innocenti perpetrato da Erode e la testimonianza del primo martire Stefano si ricordano nel periodo natalizio. Ci fanno smettere di guardare al Natale sotto la luce sentimentale in cui il moderno consumismo ci avvolge in questo periodo dell’anno. Un bimbo appena nato ricolma il mondo di felicità anche se il mondo è diventato folle. Ci ricorda anche l’attenzione protettiva dei genitori e della famiglia nei confronti del neonato. Quando siamo più vulnerabili, siamo più bisognosi di capire cosa vuol dire essere veramente in buona salute.

            ‘Sanità’, cioè in salute, deriva dal latino ‘sano’. Quando siamo in buona salute ci sentiamo integri, equilibrati, vigorosi nel corpo e nella mente  – anche se stiamo soffrendo o siamo addirittura vicini alla morte. Se abbiamo le nostre facoltà mentali accettiamo e diamo un senso all’intero spettro della nostra vita, le pene e le gioie. Questa totale accettazione e chiarezza ci permette di vivere e morire risanati.

            John Main sostiene che salute mentale ed equilibrio vogliono dire “conoscere il contesto in cui viviamo”. E perciò siamo obbligati a sapere che cosa succede intorno a noi. Forse come molti, di recente, sono stato tentato di tirarmi fuori, di smettere di ascoltare i notiziari, i fallimenti di politici avidi, il lato oscuro dell’umanità che rovescia sugli innocenti la sua furia scatenata del male, l’ingordigia e la corruzione delle multinazionali, i cartelli messicani che offrono scuole e servizi sociali alle città e ai villaggi più poveri e allo stesso tempo uccidono spietatamente quelli che li contrastano e i loro famigliari. Per mantenerci sani, dobbiamo riconoscere e confrontarci sia con il nostro squilibrio che con quello del mondo.

            Capire la contemplazione ci aiuta ad affrontare tutto ciò in termini di maggiore immediatezza ed esperienza personale. Se dobbiamo essere attenti alla realtà, dobbiamo vedere, renderci conto della nostra disattenzione e di tutti i disagi che essa crea intorno a noi e fra di noi. Così si aiuta a portare l’idea di Dio qui sulla terra. “Cercare Dio”, come dice San Benedetto significa di più che pensare o immaginare Dio. Vuol dire puramente e semplicemente fare attenzione. La vita fatta di attenzione è una vita divina. Cancella il disordine e riporta ordine e armonia in noi stessi  e nelle relazioni di cui siamo intessuti. Esser privi di attenzione, inconsapevoli della nostra egoistica indifferenza, è una condizione di peccato da cui siamo redenti dall’esperienza di amore che ci colpisce quando riprendiamo coscienza grazie ad una sorgente di attenzione rivolta verso di noi indegni e dementi.

            Risvegliarsi ad una vita più attenta e consapevole è una iniziazione verso l’auto conoscenza e conseguentemente verso la conoscenza di Dio. L’auto conoscenza, come ci insegna la tradizione contemplativa, è più dell’autostima o del sentirsi bene con e per se stessi. È sentirsi bene poiché riusciamo a vederci come veramente siamo. Una simile umiltà è una grande risorsa per superare la follia. La semplice autostima spesso nasconde la dipendenza dagli altri. Quando mi respingono o mi disprezzano io mi tiro indietro, reagisco, con un tweet faccio conoscere i miei sentimenti al mondo e violentemente rifiuto il senso di rifiuto provato. La saggezza contemplativa mette in evidenza la follia di questo tipo di reazione. E ancor più (potrà sembrare assurdo a molti) riconosce i vantaggi che derivano dal patire un rifiuto. L’ego viene purificato e rimpicciolisce mentre lo spazio che si recupera in noi permette l’espansione dello spirito. Nessuno ama la Croce ma tuttavia dobbiamo imparare ad abbracciarla.

            Sembra quasi come entrare in quel nulla che facilmente scambiamo con la morte perché non capiamo la natura della morte, e non riusciamo a considerarla l’unione di perdita e trasformazione. I più illuminati, seppur diversi, come Francesco d’Assisi e Simone Weil, colgono i benefici della Croce. Uno studente per il Master in ‘Business and Administration’ che aveva cominciato a meditare, mi ha detto un giorno di “non avere nemmeno un brandello di religione in sé” e mi ha chiesto se poteva scrivere la sua prima tesina sulla Notte Oscura dell’anima. Mi sono meravigliato del perché e come una persona non religiosa poteva conoscere questo tema e per di più esser interessato a studiarlo. La meditazione gli aveva insegnato velocemente e per esperienza diretta. La sua conclusione nel confrontare mindfulness e meditazione era stata che la prima difficilmente  porterà alla notte oscura, mentre invece la meditazione lo farà sicuramente.

            Nel film di fantascienza Interstellar c’è una scena drammatica in cui gli astronauti precipitano con la loro astronave in un buco nero. Lo stesso nome che diamo a questo fenomeno indica la nostra ignoranza ed il timore che l’ignoranza stessa suscita. Nel film, comunque,  il buco nero, per quanto terrificante, porta in una nuova dimensione della realtà. Le preoccupazioni e le emozioni umane, amore e gravità, sopravvivono alla transizione ma i modi in cui vediamo la realtà e attraversiamo tutte le esperienze vengono trasformate completamente.

            Questa stessa trasformazione avviene tramite la pratica assai meno terrificante della meditazione. Così scopriamo che la radicale povertà di spirito che raggiungiamo grazie alla perdita di “tutte le ricchezze del pensiero e dell’immaginazione”, come la chiamavano i monaci del deserto, ci rende capaci di un risveglio alla nuova dimensione che Gesù definiva semplicemente il “regno”. Il regno, come il sé dell’uomo, non è osservabile. Si trova in una dimensione di realtà oltre i confini della comune auto consapevolezza e oltre la nostra continua illusione di obiettività. Per quanto possa sembrare astratto e più che impercettibile, senza dubbio sono i bambini a farne esperienza ed essi possono addirittura capirlo più facilmente di noi che abbiamo tutta la nostra mente orientata verso gli affari.

            Il sé è sempre invisibile – quello che ‘nessuno ha visto o può vedere’. La nostra personalità invece è il più delle volte anche troppo visibile. La guardiamo tutto il tempo allo specchio della mente. Ma non possiamo vedere la consapevolezza. La consapevolezza è vedere. Nella dimensione della realtà che chiamiamo contemplazione conosciamo ciò che è oltre la conoscenza attraverso un lavoro di non conoscenza, grazie al lasciare da parte la mente concettuale che produce immagini. Capiamo di poter conoscere senza esser sempre bloccati come osservatori. L’auto conoscenza, più  dell’auto consapevolezza, comunque necessaria per portare a termine dei lavori meccanici, nasce nel travaglio della consapevolezza e ci mette di fronte al fatto che siamo in cammino. Questo viaggio abbraccia le dimensioni della realtà e le varie fasi dello sviluppo umano. Tuttavia, per quanto siano diverse le dimensioni e le fasi, il viaggio è uno e la sua irriducibile unicità è il senso del sé.

            L’attenzione richiede ciò che il nostro mondo ha sacrificato con l’acquisizione della velocità: l’immobilità. È possibile muoversi in fretta ma rimanere fermi, nella condizione di attenzione; San Benedetto ci dice di “correre lungo la via dei comandamenti del Signore” e che “la pigrizia è nemica dell’anima”. La vita contemplativa non ha nulla a che fare con l’inerzia. Ovviamente la velocità a cui uno corre ed è impegnato varia a seconda dell’indole di ciascuno e anche la persona più resiliente e vitale ha bisogno di momenti per fermarsi e raggiungere un punto di calma – proprio come tutti noi abbiamo bisogno di un certo spazio per la solitudine emotiva. Ma la vita moderna, divenuta preda della tecnologia a svantaggio della nostra spiritualità, ha perso l’arte di essere equilibrata e saggia per poter conoscere  il significato di tutto ciò.

            Per i tipi che si muovono in fretta è sorprendente che l’immobilità sia fonte di energia. All’inizio del viaggio, fin dal primo momento (ma può esserci una fase ‘luna di miele’) diventa chiaro che non ci stiamo rilassando o cercando di controllare lo stress. Dobbiamo affrontare i conflitti e le contraddizioni interiori che la vita distratta tiene nascosti. Ci accorgiamo presto che non c’è nessun altro da incolpare se non noi stessi. Anche a quelli che hanno sofferto un’ingiustizia non è consentito il lusso di restare vittima. Può sembrare duro ma è proprio ciò che ogni terapia vuole dimostrare, inclusa la forte influenza terapeutica di una pratica contemplativa quotidiana.

            Analogamente, dobbiamo subire un lungo periodo di scoraggiamento (acedia) che alla fine ci porti lontano dall’esperienza rivitalizzante della immobilità e dritto verso il margine della paralisi. Anche l’isolamento, una delle malattie dell’anima più corrosive dei giorni nostri, deve essere affrontato e rivalutato. La meditazione torna indietro verso la solitudine da cui è generato ogni  rapporto umano consapevole e profondo. L’isolamento è il fallimento della solitudine.

            Questi e molti altri elementi dell’opera della contemplazione ci mostrano come l’impegno sia un costante intrecciarsi di pentimento e crescita. Metanoia è il sentiero stretto verso il regno, un capovolgimento della nostra attenzione e di tutti gli stati mentali. Questo cercare il fulcro è continuo. Richiede una profonda presa di coscienza dei nostri errori e mancanze ma ci libera dal persistente senso di colpevolezza o auto rifiuto. Venir fuori dall’autocritica ci porta a scoprire un senso più vero del nostro potenziale ed essenziale valore. Riusciamo a vedere il nostro reale potenziale alla luce dell’accettazione dei nostri fallimenti piuttosto che alla luce dell’immaginazione.

            Senza una forte capacità di attenzione, il centro si perde e intorno tutto comincia a crollare. C’è sempre più e più bisogno di energia per tenere insieme gli elementi che si stanno disintegrando. La vita comincia ad esser sentita, cosa che oggi succede a molti, come uno sforzo senza fine senza alcun significato di qualche valore. L’attenzione comunque cambia rapidamente tutto ciò. Risveglia l’esperienza pura e non distratta di esistere. Per la persona distratta questa esperienza sembra non portare da nessuna parte. E in un certo senso è così. Ma ci vorrà del tempo per apprezzare il significato dell’esperienza: e poi si capirà che da nessuna parte vuol dire qui ora.

            Così possiamo ritornare in salute ed aiutare gli altri a fare lo stesso. Anche in un mondo che va avanti nella follia, le persone equilibrate di mente possono fare la differenza, specialmente se ricordano cosa voleva dire essere pazzi. Nella sapienza cristiana la contemplazione è considerata un dono, una grazia, non il risultato della forza di volontà, di una borsa di studio, dell’immaginazione o della tecnologia spirituale. Eppure, poiché la contemplazione implica una sempre più piena partecipazione alla realtà, non la lontananza di chi osserva, richiede il “giusto sforzo”. Dobbiamo far qualcosa per capire cosa significa essere. Poi, essere si mostra come pura azione e noi torniamo nel mondo del lavoro di tutti i giorni con  nuova motivazione e  nuova visione.

            Meditiamo per essere contemplativi che è di per sé il fine. Quasi tutto nel nostro mondo è diventato strumento, un mezzo per ottenere qualcosa di diverso, che sia la fama, il denaro o l’auto compiacimento. Tutte le correnti di saggezza umana concordano sul fatto che la contemplazione è un fine di per se stessa e si motiva da sola.

Anche in un mondo che va avanti nella follia le persone sane di mente possono fare la differenza

            Compassione e saggezza che ne derivano, devono affiorare da questa mentalità non strumentalistica. La contemplazione allora tramuta le tossine della follia in medicamento. Essa è sempre  larghezza di vedute e di cuore e rifiuta le ideologie e il settarismo. In questo, la religione e la scienza concordano nel riconoscere il valore della mente contemplativa.

            “Contemplazione” fa riferimento alla parola ‘templum’. Ma in origine templum indicava l’area in cui si celebrava un rituale o la struttura (un tempio) costruita, non l’edificio in sé. La mente meditativa è uno spazio senza confini eppure sempre in grado di acutezza e di concentrazione. Le strutture sorgono e crollano, come i pensieri e le certezze vanno e vengono. Lo Spirito è spaziosità e, quando ci siamo dentro,  siamo distaccati da qualsiasi struttura fisica o concettuale possa riempirlo in quel momento. Vi è sempre una tensione incorporata fra struttura e lo spazio che essa occupa. Allo stesso modo c’è sempre una tensione senza tempo fra contemplazione e religione. Quando sono in equilibrio, questa tensione protegge le facoltà mentali, ma il suo crollo è presagio di follia.

            La capacità di contemplazione è innata nell’uomo. Anche quelli che si dicono “non posso meditare” hanno il dono di questa capacità, di godere il presente e trascenderlo. Bambini e atei testimoniano la universalità e l’incondizionatezza del dono della contemplazione. Gesù lo sapeva, si tratta spesso di una verità nascosta ai saggi e rivelata ai bambini. Non è possesso delle persone religiose. In un mondo impazzito, una tale risorsa ha un significato incommensurabile. La persona contemplativa cambia la rabbia in azione guaritrice e ricostruttiva. Rende limpida e riforma la religione e così ci aiuta a vedere quale sarà in futuro il suo nuovo ruolo. Corregge e guarisce; al contrario di molti rimedi oggi a disposizione, non ci fa andare ancora più fuori di testa.

            Apprezzare il dono della pratica contemplativa (come la meditazione) nella propria vita, alla fine ci renderà consapevoli anche del suo valore sociale. La capacità di cambiare il mondo è provata dalla sua capacità di trasformare noi stessi. Una meditante di nove anni, una ragazzina, poco tempo fa quando le ho domandato quando meditava a casa mi ha risposto: “ogni volta che litigo con mia sorella”. Riconoscere che provare rabbia è per la persona in collera molto spiacevole ma è segno di  saggezza saperla controllare. Saggezza per un mondo violento. I sintomi di una consapevolezza contemplativa che interessano la vita politica e le strutture finanziarie della società possono essere espressi nella formula classica della laica rivoluzione francese: libertà, fraternità, eguaglianza. Senza una mente trasformata, questi ideali si scardinano rapidamente e non c’è passaggio più veloce verso la violenza che veder smascherata l’illusorietà dei propri ideali.

            Una mente liberata dalle proprie strutture e illusioni guarda le altre persone con amore fraterno. Attribuiamo a quelli che amiamo un valore e un’importanza pari a noi stessi. Le famiglie e le comunità sono il laboratorio e la base di questa esperienza del regno. Per quanto possano esser causa di molti fallimenti ed avere tutte le normali mancanze, questi fondamentali gruppi sociali sono necessari alla società per testimoniare una indispensabile speranza redentrice anche a dispetto della follia collettiva.

             Da giovane idealista quale ero sono stato attratto dalla visione di una comunità creata dalla meditazione come “comunità di amore”. Ho fallito molte volte e in molti modi ma non ho mai abbandonato la visione o la convinzione che sia realizzabile. Dall’essere solo una visione per me e per pochi altri, è cresciuta, attraverso la comunità, diventando qualcosa di integrato e radicato in molte vite individuali, in gruppi di meditazione, in amicizie e in comunità nazionali. La visione può perdurare o morire negli individui ma la si realizza nel nucleo della comunità.

            Alcune settimane fa, alla benedizione di Bonnevaux, ho sentito che siamo già all’inizio di una nuova fase di questo lungo viaggio. È una fase giovane, nuova e delicata. Come tutto ciò che cresce e si sviluppa ha bisogno di nutrimento e di attenzione per maturare bene. Quando Bonnevaux sarà il centro di pace e per la pace che preghiamo possa diventare, un luogo di pensiero creativo e allo stesso tempo di pratica profondamente contemplativa, tutti i sacrifici che oggi stiamo facendo saranno motivati. Bonnevaux non può salvare il mondo. Ma è una parziale manifestazione di qualcosa, un movimento di consapevolezza, un’ondata di contemplazione che si diffonde nel mondo e che possiamo fiduciosamente affermare potrà tirarci fuori dalla follia verso una nuova integrità mentale ed una nuova specie di santità.

            In ogni cammino di questo genere, un compagno è una benedizione, a volte una necessità. Come è evidente nella prima opera letteraria, l’epopea di Gilgamesh, redatta più di quattromila anni fa nella cultura sumerica, il traguardo della ricerca umana è intrecciato con l’esperienza dell’amicizia. Gilgamesh è un guerriero giovane e forte che diventa superbo e tirannico. I suoi sudditi pregano per avere un sollievo e un conforto che arriva nelle vesti di Enkidu, una specie di selvaggio che diventa amico intimo di Gilgamesh dopo esser stato educato ed averlo combattuto. Essi partono insieme per una grande missione in cui però Enkidu è ucciso. Gilgamesh è addolorato e inconsolabile ma anche torturato dalla percezione della sua stessa mortalità. Continua la ricerca da solo e ritorna in città diventato un uomo e un capo migliore.

            Questa epopea risveglia e ripercorre i temi maggiori della consapevolezza umana. Ci mostra per esempio che non possiamo maturare da soli e che dobbiamo soffrire per la perdita di ciò che amiamo per riuscire a raggiungere trascendenza e completezza. Si potrebbe vedere in entrambi i due amici dell’antichità, Gilgamesh ed Enkidu gli elementi archetipi del mistero-Cristo di fronte al quale l’inizio e la fine di ogni anno, questo punto critico triste-felice del tempo, ci invita a fare una profonda attenzione. “Dio è diventato uomo perché l’uomo possa diventare Dio”. Questa scioccante rivelazione ripetuta dai primi maestri della Chiesa, da Alessandria alla Cappadocia, ci immerge nell’identico mistero dell’incarnazione e del diventare Dio rivelato dalla nascita di Gesù di Nazareth. In lui vediamo sia noi stessi sia l’amico che è sempre un altro se stesso.

            L’umile e imperfetto lavoro della contemplazione – così banale come la meditazione quotidiana – risveglia e trasforma il nostro senso del sé. Diffonde una luce rivelatrice sulle scritture della nostra tradizione e anche sui testi sapienziali di altre tradizioni. Rinnova il linguaggio di cui abbiamo bisogno per esprimerci e condividere il nostro cammino umano di fede. Amare Dio allora significa più che angosciarsi sulla sua volontà e ‘fare quello che Lui vuole’. Evoca l’attrazione umana all’amore, rafforzata dalla capacità di allontanarsi dall’auto coscienza e focalizzare la nostra attenzione sull’altro. Quando questo risveglio avviene, sappiamo di non essere distratti e non possiamo negare, rifiutare – o dimenticare a lungo – il fatto essenziale di essere, che è il vero giudice del bene. Amare è semplicemente esser presenti in tutto ciò che siamo e facciamo.

            La nascita è il continuo dono della realtà. Cristo, come i mistici di tutti i tempi ci hanno insegnato, rinasce in noi costantemente. Prende forma nel grembo della consapevolezza attraverso l’opera di riconoscimento e accettazione. Sapere di essere riconosciuti e conosciuti risveglia la nostra capacità di riconoscere e conoscere. Più cresce la nostra attenzione, più umile diventa il nostro desiderio di consapevolezza. Il formarsi di Cristo in noi è la nostra trasformazione e il nostro progressivo diventare divino. Col diventare veramente noi stessi, possiamo capire perché il cristiano dice: “Non vivo più ma Cristo vive in me”. Quello che non vive più è il vecchio sé, Gilgamesh prima di Enkidu. L’io che può dire così sa di non essere mai solo, ma ora vive ininterrottamente nella solitudine crescente della sua unicità.

Con grande affetto

Laurence Freeman OSB