Meditatio Newsletter (Aprile 2018 – vol. 42)

In cammino fra luci e ombre

 Cari amici,

poco prima della scorsa Pasqua alcuni meditatori, che fanno parte della direzione della Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, si sono incontrati in un fine settimana fresco e soleggiato nell’abbazia di Turvey, che fa parte della mia famiglia monastica. Con questa rappresentanza di varia provenienza geografica, di genere ed età, abbiamo parlato dei cambiamenti che la Comunità sta vivendo. È un po’ che mi sembrava di aver raggiunto, come dire, l’apice delle nostre possibilità di sviluppo. Alcune delle strutture alle quali per un bel pezzo ci eravamo abituati, sono superate. Non mi riferisco solo ad una crescita quantificabile, ad un rilievo semplicemente metrico ma, molto più importante, anche ad una crescita spirituale. Durante la discussione, ci siamo accorti, come succede sempre, come l’interiore e l’esteriore si riflettano l’uno con l’altro per formare l’interezza.

Ogni qualvolta un individuo, una coppia o un’organizzazione diventa consapevole di questo tipo di cambiamento, è tempo di decisioni. Cosa fare: restiamo quello che siamo ora o, per quanto possa essere allettante, facciamo un respiro profondo per dare più spazio al lavoro e all’ispirazione dello spirito ? Il cambiamento e la crescita possono essere problematici ed eccitanti in egual misura. Come li affrontiamo, ci mettono faccia a faccia con noi stessi. Ne abbiamo paura, facciamo resistenza o li neghiamo ? Li accogliamo con fede ?

Con la decisione di proseguire con Bonnevaux, abbiamo già scelto di crescere, di andare avanti nella fede piuttosto che semplicemente accontentarci e farcela con ciò che abbiamo. Come dice John Main:

“La meditazione è la preghiera della fede perché dobbiamo lasciarci alle spalle noi stessi prima che l’Altro appaia e ciò senza la garanzia prefissata che Lui apparirà.” (Dalla parola al silenzio)

Stiamo andando avanti con prudenza. Fra di noi ci sono gli intraprendenti che amano molto il rischio e i manager conservatori più cauti. Complessivamente, alla fine degli incontri eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, stimolati da un senso di avventura ma allo stesso tempo rimanendo bene coi piedi per terra. Abbiamo iniziato l’incontro identificando le forme di cambiamento e adeguamento a cui ci chiama lo Spirito: cosa significano per ciascuno di noi e per il mondo. Tutto si è svolto nella gioia e nella creatività e abbiamo messo in luce cosa la Comunità è chiamata a diventare – e come dobbiamo operare il cambiamento. Eravamo tutti d’accordo che Bonnevaux è segno di trasformazione e segno della nostra decisione di accoglierlo nella fede. Incontri come questo – come la meditazione stessa – non risolvono tutti i nostri problemi, però, sono contento di poter affermare che alcuni li abbiamo risolti. La cosa più importante è che siamo stati capaci di considerarli come una sfida che possiamo gestire e ci siamo sentiti uniti e sostenuti nel rispondere ad essa con fiducia.

Sessanta milioni di anni fa un asteroide largo dieci chilometri ha colpito la terra creando in Messico il vastissimo cratere Chicxulub. Ne è seguita la rapida estinzione dei dinosauri. I biologi moderni sostengono che stiamo attraversando la sesta estinzione di massa del pianeta, causata in larga parte dai danni provocati dall’uomo per il devastante crollo del nostro rapporto con l’ecologia della terra e con noi stessi.

Il cambiamento è ed è sempre stato endemico a tutte le forme di vita. Quanto ne siamo consapevoli e come reagiamo ad esso ne determina il risultato: sviluppo o declino. Comunque, qualsiasi crescita comporta un qualche declino. Nuove forme di vita hanno origine per l’estinzione di altre. La sfida dell’uomo non è avere un totale controllo, come il nostro sempre più diffuso modello meccanicistico ci vorrebbe far pensare. Ma è quella di essere pienamente consapevoli del genere di cambiamento che stiamo affrontando. La consapevolezza illumina l’oscurità. E dove c’è questa luce presto si trova leggerezza dell’anima, capacità di fare un passo avanti, umorismo e fiducia uniti all’umiltà.

Riflettere e discutere di cambiamento è un aiuto forte e grande (come abbiamo fatto a Turvey, e come tutti abbiamo bisogno di fare quando nella nostra vita le cose cambiano in positivo o in negativo). Ma per quanto sia utile parlarne, siamo condizionati dal linguaggio, dalla cultura e dal nostro tessuto di ignoranza e conoscenza, luci e ombre, le nostre storie personali e collettive che ci portiamo dietro dall’inconscio. Semplicemente mettere in pratica le nostre idee, come fossimo dei manager del cambiamento in tutte le sue forme, produce spesso dei risultati che non avevamo previsto. Ma perché ci dovrebbe sorprendere o deludere, come invece succede spesso? Non possiamo vedere cosa c’è dietro l’angolo. Per riflettere bene ci vogliono immagini straordinarie per chiarire e definire il significato che vogliamo esprimere. Con il simbolo giusto e il paragone adatto una situazione complessa e preoccupante diventa all’improvviso chiara e promettente. (Cristo è la ‘metafora’ per quelli che lo vedono nella fede).

Abbiamo bisogno di una limpida profonda consapevolezza più che del pensiero o della più bella delle immagini. Il continuo cambiamento è alla base delle variazioni del percorso e dell’alternanza di luce e ombra in tutta la vita. Senza di esse non ci sarebbe nessun quadro – sarebbe luce accecante o impenetrabile oscurità. E ancora, la nostra personalità e il nostro carattere non riuscirebbero a svilupparsi e diventare quel capolavoro che siamo chiamati ad essere. In questa vita la nostra esperienza – sia giorno per giorno, sia lungo decenni – è come un dipinto. Ora ed in ogni momento seguiamo un processo di creazione legato al modo in cui viviamo e rispondiamo alle diverse variazioni e tonalità di luce e, ovviamente, alle possibili eclissi totali che tutti subiamo.

Non molto tempo fa ho incontrato una madre che aveva perso da poco suo figlio adolescente in un tragico incidente. Mi descriveva il giovane con una memoria così perfetta e un amore così totale che ho avuto la sensazione di conoscerlo. In qualche modo, era diventato presente in mezzo a noi attraverso l’amore della mamma distrutta dal dolore. Per lei e per tutta la famiglia il giovane era stato una fonte di luce e di felicità, pieno di energia, di interessi e passione per la vita. L’intensità di una tale sorgente di luce è, perdonatemi il gioco di parole, una sorgente di gioia inesauribile [ndt: il gioco di parole sta in light e delight]. Ma quella stessa luce, quando si annulla, provoca un buco nero di pari intensità. I buchi neri – e la morte è proprio questo – sono impenetrabili e inspiegabili per come inghiottono la luce.

Non tutti noi dobbiamo patire quel tipo di oscurità in cui era precipitata questa mamma. Ma a nessuno di noi viene risparmiato quell’intreccio di luce e ombra che vediamo nella Passione di Gesù che riviviamo ad ogni Pasqua e che, in modi specifici si rivela in ogni vita. Anno dopo anno, condividendo il ripetersi di questa storia, vediamo come sia una metafora universale, un commentario della condizione umana che riporta alla luce le parti in ombra della nostra mente e le esperienze quasi dimenticate del passato. Ora dopo ora, durante quei pochi giorni Gesù è passato dall’ingresso trionfante a Gerusalemme (quando tutto è celebrazione e successo, abbiamo vinto la lotteria e l’amore della nostra vita) all’esclusione e all’ingiustizia, al tradimento, al rifiuto, alla violenza e alla morte.

Come quattro telecamere che riprendono da angoli diversi, i vangeli ci danno visuali sovrapposte dello stesso avvenimento. 

L’equanimità rivela la nostra innata capacità di accettare ciò che effettivamente è

 

Nessuna di esse pone l’attenzione sulla sofferenza fisica come fine o come significato di per se stessa. Quello che è memorabile è il modo in cui, dopo la svolta del Getsemani, Gesù affronta la sua Passione. Vi passa attraverso con l’andatura necessaria, né correndo, né soffermandosi. Proviamo ciò che lui prova e una tale empatia illumina la nostra propria passione. Nella sua equanimità e distacco, vediamo come si deve imparare ad intrecciare luce e ombra in quel quadro che è l’unica rappresentazione della realtà di chi siamo.

Come tutti i maestri spirituali, Gesù considera la preghiera non semplicemente come uno strumento per soddisfare i nostri desideri o evitare la cattiva sorte, ma per sviluppare la chiarezza interiore e l’armonia di cui abbiamo bisogno se vogliamo che il cambiamento ci porti ad una crescita. “Non sia turbato il vostro cuore” ci dice e ancora “scacciate ogni paura”. Ponete la mente sul Regno di Dio prima di qualsiasi altra cosa. Rischiate il vostro talento, anche se ne avete uno solo: non lo seppellite nel campo della sicurezza dove non può crescere. Investite nel campo del cambiamento. Non cercate di osservare e controllare il processo di cambiamento e crescita o sprecherete risorse preziose di consapevolezza ad un livello sbagliato. Lasciate andare e lasciate crescere – come, non si sa.

Equanimità, questa è la chiave. Specialmente in tempi di ombre profonde, come radicarsi al vero centro e non farsi inghiottire dal buco nero ? Ma, anche nei nostri momenti di ‘Gerusalemme’, quando tutto va secondo i piani e ci arriva fra le mani più di quanto non potessimo immaginare, abbiamo bisogno di equanimità. Altrimenti, restiamo immaturi, adulti infantili, esercitiamo il potere sugli altri, in famiglia o in politica, ma non siamo capaci di gestire luci e ombre, successi e fallimenti della nostra vita. Un momento ci sentiamo in trionfo, ma siamo egoisticamente insensibili al fatto che sia giusto proclamarlo; un attimo dopo crolliamo nella disperazione e nella rabbia, se non otteniamo ciò che volevamo.

Non è paradossale o disumano sviluppare l’equanimità perché non è, come qualcuno pensa, fredda indifferenza o mancanza di sensibilità. Un animo equanime è caratteristico di una mente profonda e non viene da livelli superficiali di consapevolezza. L’equanimità rivela la nostra innata capacità di fare esperienza ed accettare in pieno ciò che realmente è. Poiché i tempi bui possono suscitare rifiuto o ansiosa paranoia, abbiamo tutti la tendenza ad usare l’immaginazione per sfuggire la sofferenza. Il problema è che così si crea un nuovo strato di oscurità.

Al contrario l’equanimità si ottiene con la perseveranza e non con l’evasione. Vuol dire attraversare le differenti fasi del dipinto che è la nostra vita con il passo giusto. Continuare ad andare avanti e non cercare di evitare ciò che dobbiamo attraversare ed imparare da tutto. La perseveranza non è solo forza di volontà. Implica far arrendere la nostra fantasia alla verità che si rivela in una nuova espressione del momento presente. Con la mente contemplativa, rinunciamo all’opzione di immaginare cosa potrebbe essere e cosa sarebbe potuto essere: facciamo sì che le immagini che esprimono questi falsi pensieri svaniscano. Ogni volta che questo succede, entriamo in un nuovo grado di pace, una vicinanza più profonda della nostra consapevolezza con la sorgente della consapevolezza.

La donna che aveva perso il figlio e si doveva confrontare col buco nero della sua assenza, sapeva già che l’oscurità era rischiarata di tanto intanto da squarci di luce. Aveva imparato a meditare alcuni anni prima e questa disciplina l’aveva aiutata a continuare la meditazione nel momento del suo lutto personale e di tutta la famiglia.

Meditare in tempi oscuri è più difficile, se non ci si è già abituati e la meditazione è diventata una consuetudine di vita nella routine quotidiana. Dire il mantra nel dolore straziante di una perdita non è certo facile. Non dovremmo aspettarci una immediata trasformazione. Ma con il tempo, questa umile pratica ci mostra che si possono integrare anche gli opposti e i peggiori conflitti fra luce e ombra che ci causano sofferenza.

Perseveranza, disciplina, sono sempre un impegno ad un processo di approfondimento. Alla fine, impariamo con l’esperienza che è sempre meglio scavare un pozzo di sei metri piuttosto che sei pozzi di un metro. Troviamo non solo la sorgente nascosta , ma troveremo anche i mezzi per condividere l’acqua pura con gli altri.

Ridurre tutti gli aspetti della vita, compresi i rapporti personali, ad un processo meccanico basato sul controllo, ha portato ad una gran frammentazione e complessità nella nostra cultura. La meditazione ci libera dal rischio di scivolare continuamente nella disumanizzazione. Può farlo poiché ci rammenta l’identità di interezza e semplicità. Imparando a meditare, impariamo anche a non complicare e moltiplicare i mezzi con cui sfuggiamo la frammentazione e la complessità. In altre parole, impariamo a mantenere tutto più semplice. Non stiamo a guardarci mentre ripetiamo il mantra e ad osservare il nostro viaggio verso la forza guaritrice e unificante del silenzio. L’esperienza ci insegna a lasciare andare la nostra consapevolezza auto riflessiva e così, semplicemente, ritorniamo con fede al mantra, attraverso tutte le variazioni di luce e ombra che si presenteranno. Questo porta all’equanimità e la ripristina quando, e succede spesso, la perdiamo.

Il silenzio è attenzione totale, cioè amore. La sorgente della luce è amore. L’oscurità che a volte proviamo è la nostra incapacità di vedere la luce quando diventa accecante e scompare malgrado tutte le intenzioni. Uno dei modi migliori per

raggiungere ciò è attraverso il senso di essere uno – comunità – con quelli con i quali si medita. In comunità, non pensiamo più alla ‘mia meditazione’ o la ‘mia esperienza’ perché ci sentiamo coinvolti nella vita degli altri. E questa situazione la si raggiunge raramente in modo perfetto. Viene spesso messa alla prova nei conflitti legati all’ego. Ma se la trasformazione avviene nel modo giusto, la comunità resta una delle maggiori forme di sostegno verso l’equanimità.

Il silenzio è attenzione totale, è amore

 

 La Comunità, come Dio, resta sempre più giovane di quanto non lo siamo noi, se rimane incentrata nel momento sempre presente della contemplazione. Come una particella che viaggia alla velocità della luce, non invecchia attraverso le differenze di spazio e tempo – anche se continua costantemente a crescere.

La mente contemplativa si nutre della regolare immersione nella sorgente della luce – luce e ombra e transizione, la danza fra l’una e l’altra. La nostra capacità di attenzione diventa più forte e sempre più salda anche nei momenti di turbolenza. Ho sentito questa grazia nella donna che soffriva la sua notte oscura di dolore. A volte, comunque, la nostra consapevolezza e attenzione possono essere rivolte verso noi stessi. In questi momenti siamo meno silenti, per quanto sempre supportati e guidati, mentre attraversiamo la valle dell’ombra e della morte. In altri momenti, riusciamo a trascendere completamente l’auto-riflessione e il grado di silenzio diviene totale, interamente e totalmente salvifico e vivo.

Questo mutamento fra luce e ombra, allora, penetra profondamente anche nel processo di meditazione. Rispecchia una legge universale di natura presente e seguita, come tutte tali leggi, dovunque e in ogni tempo. Allontanando la nostra attenzione sia dagli oggetti interiori che esteriori scendiamo più profondamente in essa stessa e progrediamo più facilmente. Tunnel di oscurità e rinascita alla luce creano una specie di ritmo come quello del battito cardiaco o del respiro. Man mano che cambiamo continuamente moriamo e continuamente nasciamo. Ci accorgiamo che in questo andamento c’è uno scopo ultimo che non è il buio ma la luce eterna. Un senso di integrità e un obiettivo di vita sono essenziali – personalmente e come famiglia umana – se vogliamo mantenere la rotta fra tutte le forze che oggi ci scuotono da tutte le direzioni. La soluzione è non solo nelle idee ma nelle relazioni umane. Questo sarà uno dei temi del John Main Seminar che si terrà a Bruges il prossimo settembre; alcuni oratori, con visione contemplativa e con esperienze in diversi campi del sapere e dell’impresa, ci coinvolgeranno in questa riflessione e nel dibattito che ne seguirà. Un solo punto di vista non è mai abbastanza. Il pensiero stesso non è mai completo. La contemplazione ci apre il portale del paradosso attraverso cui passiamo, da soli, insieme.

Papa Francesco ha offerto al mondo un ricco insegnamento su questa unità di obiettivi attraverso tutte le possibili dimensioni nella sua recente ‘Esortazione alla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo’. È una nuova visione di santità notevole, affrontata non da un punto di vista intellettuale ma pratico, davvero incarnato. Parla della santità che troviamo nel nostro vicino di casa invece che nell’empireo della santità, nei santi universalmente riconosciuti. Questi possono essere di ispirazione, ma non potremo rispondere alla nostra particolare chiamata alla santità semplicemente imitandoli. Dobbiamo essere ‘santi come Dio è santo’ nello scoprire, accettare – e soprattutto attraversare tutti i cambiamenti della vita – quell’unica manifestazione dell’amore divino che ognuno di noi è. Poiché questa unicità non ci separa dagli altri – ma al contrario rivela la nostra implicita appartenenza l’uno all’altro – non possiamo essere santi in una condizione di isolamento.

Il Papa riconosce l’opposizione alla santità che c’è nell’individualismo consumistico dei nostri giorni. Colpisce tutti noi, ma è una particolare minaccia per le giovani generazioni che sono cresciute con questa opposizione come nuova norma. È anche molto duro nell’identificare le forme di santità false e dannose, che a volte vengono proposte dalle persone religiose. Esse ritengono che la santità sia raggiunta con un freddo intellettualismo, una rigida osservanza delle regole e dei regolamenti spesso applicati o imposti, senza rispetto per la nostra umanità. Per esempio, che il modo in cui rispondiamo ad una persona che la notte dorme fuori all’addiaccio ha priorità su questioni di bioetica. Sembra così ovvio quando si legge, ma spesso non lo viviamo. Allo stesso modo i politici pronunciano stereotipi sulla pace, ma investono pesantemente in armi e nell’industria di armamenti chimici.

È più che evidente che la santità accresce la coerenza fra valori e realtà, predica e pratica. Così, per Gesù, santità non vuol dire ripetere ‘Signore, Signore’ ma amarsi l’un l’altro. Se Papa Francesco si fosse fermato qui nella sua esortazione sulla chiamata alla santità, a questo punto avremmo annuito e saremmo passati oltre. Ma, avendo intrecciato la visione mistica della creazione con il suo insegnamento sull’ambiente, ha inserito la dimensione contemplativa nel progetto pratico e incarnato di santità, che richiede tempo per trasformarci, ma rivela subito i segni della sua crescita.

Il Papa dice che non possiamo aspettarci che la santità progredisca se usiamo i momenti di silenzio e solitudine per evitare le nostre responsabilità personali e sociali. Non meditiamo solo per far fronte allo stress e migliorare il livello del nostro ‘benessere’. Come per la felicità, i benefici della pratica sono frutti naturali, non traguardi elementari e sono essi stessi segni di una più profonda interezza umana. Comunque, insiste il Papa, abbiamo assolutamente bisogno di tempi di silenzio interiore e solitudine. Dobbiamo anche tornare spesso e direttamente alle parole di Gesù nella Scrittura, ma alla fine entrare nel silenzio della nostra stanza interiore. Cita San Bonaventura che scrive :

“Dobbiamo interrompere tutte le attività della mente, dobbiamo trasformare l’apice dei nostri affetti e indirizzarli verso Dio solamente.” (Viaggio della mente verso Dio)

Comprendere il gioco creativo di luce e ombra, ci dimostra che non dobbiamo mai temere le avversità e i conflitti della vita. Il Papa ci ricorda che il Pellegrino Russo non riteneva che la preghiera del cuore e la sua profonda interiorità lo separassero da ciò che succedeva intorno a lui. Al contrario vedeva la creazione e l’umanità immersi nella luce che ha origine dalla fonte della luce.

La madre che recentemente aveva perso il figlio era capace di farsi strada nella valle oscura del dolore con il sostegno della comunità creata dalla meditazione e della sua costante pratica. ‘Non so come avrei potuto superare la mia pena senza la meditazione’ mi ha detto. Io penso che questo sia possibile, semplicemente, perché meditiamo e ci aiutiamo vicendevolmente per restare su questo cammino, sia in tempi di luce che di oscurità. Per questo ci impegniamo, per il bene di tutti, per il sostegno della nostra Comunità in tutte le sfide di crescita e cambiamento che si presentano.

Con molto affetto,

Laurence Freeman OSB