Meditatio – Newsletter aprile 2016

 La Grande Pace

Carissimi,

Era un bel pomeriggio di primavera a Londra, tiepido e con solo una punta dell’inverno appena passato.

Era un po’ di tempo che non vedevo il mio giovane figlioccio Calum, l’ho portato fuori a pranzo e dopo abbiamo fatto una passeggiata lungo il fiume. Si era portato la fotocamera ereditata da sua sorella. Era concentrato sulla funzionalità di video ripresa. Filmava tutto quanto ci passava vicino lungo la strada e poi giù sulla riva scintillante del Tamigi era impazzito di eccitazione. Facendo oscillare la camera con manovre sperimentali, rincorreva un gruppo di anatre e poi tornava indietro per catturare una serie senza fine di nuove inquadrature. Riprendeva tutto e tutto era interessante in quella bella luce del giorno. Tutto risplendeva di meraviglia per la diversità sempre sorprendente del mondo. La vita straripava in lui con  ricchezza ed eccitazione. Appariva radioso e gioiosamente libero con tutti i colori della vita. Era rinvigorente giocare con lui il gioco della vita.

Ed era Pasqua. Come sempre è Pasqua. La grande teologia della Pasqua è che una volta che accade, non smette mai di accadere.  Perciò, simbolicamente, la chiesa estende la liturgia del giorno di Pasqua per otto giorni e il periodo di Pasqua per quaranta giorni. Il ‘tempo ordinario’ che segue la Pentecoste non potrà mai essere ordinario di nuovo. E in altro senso, la cosa straordinaria è che rimane ordinario. Non diventiamo dei corpi astrali. Torniamo a questa vita per viverla in modo nuovo, scoprendone di nuovo e continuamente la novità. Restiamo squisitamente incarnati e appassionatamente mortali. La morte, la grande minaccia alla felicità umana, prende un significato completamente diverso nella nuova esperienza di vita che chiamiamo Resurrezione.

Il pericolo è che, parlando di questi misteri della fede che sono al cuore della vita cristiana, diamo agli altri l’idea di essere fuori dalla realtà. E a volte i cristiani, infatti, sembrano essere i promotori di un meraviglioso villaggio turistico dove però non sono ancora mai stati. In effetti, se siamo stati toccati dalla Resurrezione, siamo in contatto con la realtà, ‘la realtà concreta’, che, come dice San Giovanni, ‘è Cristo’.

…conversazione è vivere con e stare in compagnia di Dio

Di recente, parlavo ad una classe di studenti per il Master in Business Administration che avevano appena cominciato a meditare. Molti di loro dicevano di voler meditare perché la meditazione dà la possibilità di far fronte allo stress. Il significato profondo della meditazione, della vita stessa, è stato ridotto a questo grande e ormai universale ostacolo alla vita vera. Mi ha colpito la gravità di questo problema, la diffusione di quel malessere sociale che chiamiamo stress – che causa ansietà e danni per la salute, nemico di ogni gioia di vivere, fonte di paura e di rabbia.

Certo la vita è stressante. Ha un esterno visibile, la vita, che cambia ogni giorno. Tutto ciò che è imprevedibile, come la vita, deve fronteggiare come meglio può le probabilità. Qualunque cosa ci mostri che non vi è nulla di certo, non sarà mai facile finché l’incertezza non viene fondamentalmente accettata.

Il problema, dunque, non è lo stress in sé, ma se comprendiamo gli aspetti stressanti della vita all’interno della grande pace. Oppure se, sperimentando solo stress, comprendiamo che lo stress si alimenta e cresce da se stesso. Altrimenti, veniamo ingannati – generalmente da mammona – e spinti a pensare che più siamo stressati, più ci stiamo avvicinando al grande idolo del Successo.

Un secolo fa le nazioni più civilizzate del mondo erano immerse nella “Grande Guerra” che doveva essere l’ultima di tutte le guerre e finì con 38.000.000 di morti militari e civili. Dopo un breve periodo di riarmo, la successiva pace di Versailles tipica della “pace che viene dal mondo”, portò a una nuova guerra mondiale che è costata 80.000.000 di vite, cioè il 3% della famiglia umana di quell’epoca.

È forse per la bramosia di morte insita nella guerra o per la tragedia di vite infelici rovinate dalle malattie dell’opulenza che troviamo così difficile accettare il dono della vita? Perché la grande pace ci sembra così inafferrabile? Dalla nuova vita che ha riempito Gesù risorto con l’amore gioioso dello Spirito Santo, Cristo ha effuso la sua pace dentro di noi. Il suo respiro fisico si è interrotto sulla croce. Ha esalato l’ultimo respiro e ha consegnato lo spirito. Ma ciò l’ha immerso irrevocabilmente nel respiro intimo di Dio, il ciclo vitale che supera i cicli di morte e rinascita. Si è inserito nella sorgente e nel punto di ritorno di tutto ciò che esiste. Da questo respiro interiore della Pasqua eterna, Gesù alita la grande pace nel cuore dell’uomo nel punto in cui siamo uno con tutti gli altri in una comune umanità.

Quest’anno a Bere Island i meditatori venuti per il ritiro della settimana santa si sono presi il tempo ancora una volta per ascoltare la storia della morte e della resurrezione di Gesù. E la ricompensa è stata quella di capire ancora più chiaramente il tempo e la natura di dono della vita che è la Pasqua. Ci si è presentata come una storia. Ed è soprattutto una storia. Le scritture cristiane non sono una serie di verità astratte prese dalla vita reale. Sono un certo modo sorprendentemente intimo di narrare una storia che gioca un ruolo nella vita di chi ascolta – sia per quel che riguarda la vita interiore che quella esteriore. Una volta che abbiamo aperto il cuore a questa storia, sentiamo una integrazione e armonizzazione fra interiore ed esteriore – una nuova semplicità. Vediamo in modo nuovo lo svolgimento della nostra vita.

***

Siamo in conversazione con Dio. Normalmente, “conversazione” significa una chiacchiera, uno scambio di idee attraverso parole o altri simboli significativi. Ma si tratta di una definizione più moderna, entrata in uso quando la cultura ha cominciato a passare da un suo equilibrio spirituale ad una prospettiva eccessivamente razionale e rivolta all’esterno. Dal secolo sedicesimo, viene a significare solo discorso. “Conversazione”, però, vuol dire letteralmente volgersi verso qualcosa con qualcuno. In altre parole, accompagnarsi a, vivere insieme, vivere la vita con…

Il Nuovo Testamento non è un sutra. Più tardi troviamo anche sutra cristiani, grandi riflessioni intellettuali e cattedrali della mente che hanno favorito l’interpretazione e la narrazione della storia col cuore e con la mente del vangelo. I vangeli sono più semplici delle verità astratte. Sono straordinariamente diretti, una narrazione intima di una storia che è sia cosmica che personale.

Non leggiamo il vangelo solo a Pasqua. Per tutto l’anno la ‘lectio’ di questi testi dovrebbe essere parte della nostra pratica quotidiana di preghiera. Ma li leggiamo sempre alla luce della verità di Pasqua. L’identità cristiana e la centralità di Cristo nella nostra meditazione dipendono in parte dal posto che diamo nella nostra vita spirituale a questo modo di pregare. La meditazione ci porta molti benefici e molti frutti. Uno dei più importanti è che la meditazione ci insegna a leggere il vangelo in modo da far avvicinare il nostro intero essere alla persona di Gesù, non solo in quanto figura storica ma come presenza personale e concreta.

Perché io in voi e voi in me, insieme siamo una unica persona

indivisa. (da un’antica omelia del sabato santo)

Il pensiero cristiano è come un dialogo che continuamente integra tutti i contributi e le riflessioni fatte dal passato ad oggi. È sempre nuovo e la sua ricchezza aumenta sempre. Noi ne siamo parte e, man mano che cambia, cambia anche noi.

Molti di noi hanno sentito qualcosa del genere leggendo le intuizioni semplici e profonde di Papa Francesco sul mistero di Cristo. “Misericordia” è la frase con cui si firma, rivolta soprattutto ad alcuni leader della chiesa, considerati sempre più severi e punitivi. Con una saggia dolcezza, Francesco sferra alla struttura istituzionale della chiesa uno dei suoi periodici e profetici brutti colpi, di cui abbiamo bisogno per regolare il cammino della chiesa. Così ci risveglia dal sonno dei duri di cuore che si considerano sempre nel giusto. Le sue parole ci riportano – come la stessa antica omelia che ho appena citato – alla nuova vita che ci ricolma della grande pace :

‘vi dico: svegliatevi voi che siete addormentati, non vi ho creato per essere prigionieri negli inferi. Sorgete dai morti; io sono la vita dei morti. Sorgi, o uomo, opera delle mie mani, sorgi tu che sei stato fatto a mia immagine. Sorgi, andiamo dunque; perché voi in me ed io in voi siamo una unica persona indivisa.’

Finché ascolteremo questa storia dall’esterno, solo come osservatori e scettici, penseremo che la nuova vita di cui parla sia un ritorno al Giardino dell’Eden. Ma chi vuole veramente tornare all’Eden? Il giardino da cui la Resurrezione raggiunge l’umanità e ci cambia, non è un paradiso perduto, ma il regno di Dio. Questo è un posto speciale – non qui e non lì, in noi o fra di noi ma un regno che è esperienza semplicemente e misericordiosamente.

Così, la conversazione non è ‘parlare a’ o ‘pensare su’, ma è vivere con e accompagnarsi a Dio. E in questo senso, si realizza al meglio nel silenzio profondo. Nel silenzio non cerchiamo di guardare a Gesù risorto, perché in quel caso, da esterni, non riusciremo mai a riconoscerlo. Ma quando lo vediamo con lo stesso sguardo di amore con cui lui ci guarda, allora noi lo riconosciamo perché arriviamo alla completa auto conoscenza.

La Resurrezione ci indica il cammino che dobbiamo (e vogliamo) seguire nel dialogo con il silenzio stesso. (I mistici ci dicono che niente è simile a Dio come il silenzio). Intraprendere questo dialogo vuol dire attivare il seme della contemplazione impiantato alla nascita, il nostro atto iniziale di esistenza. Ogni seguace di Gesù è perciò chiamato ad essere contemplativo, come ogni sposo è chiamato a procedere in una unione sempre più profonda. I livelli di silenzio – della lingua, del corpo, della mente e del cuore – sono le grandi pietre miliari della vita, e per i meditanti vanno di pari passo con il viaggio della nostra pratica quotidiana. Diventando questi livelli più profondi, noi diventiamo più semplici e simili ai bambini. Un giorno impareremo perfino a vivere di nuovo il gioco della vita, come quando eravamo bambini, con una gioia senza fine.

Per il cristiano contemplativo la preghiera non è essenzialmente parlare o pensare a Dio. Ma vuol dire entrare in una conversazione silenziosa con Dio attraverso la mente di Cristo. Non significa opporre il nostro desiderio a quello di Dio o negoziare un accordo sulle reciproche differenze di opinioni su quello che è giusto per noi. È piuttosto una nostra resa attiva, fatta con tutto il cuore al volere di Dio, che conosce le nostre necessità con un amore intimo e unico, perché è partecipe della nostra umanità e condivide con noi tutte le ferite e le difficoltà.

Forse questo linguaggio è compreso meglio dai cristiani dei giorni nostri che hanno già iniziato il dialogo con il silenzio. Ma per molti altri può ancora suggerire un’immagine di un “Dio personale” sospetta e addirittura offensiva. È vero che si può abusare di questa immagine di Dio. In termini umani ‘personale’ può anche voler dire geloso, possessivo e dominante. È un’immagine che le persone religiose delle tre religioni monoteistiche che si basano sulla parola, nate tutte nella stessa zona turbolenta e violenta del mondo, pretendono che sia esclusivamente loro. Distorta nel suo vero significato nel silenzio della grande pace, l’idea di un Dio personale ci può rendere puerili, diventare fonte di oppressione nelle strutture di potere della ricchezza e della politica e, addirittura, una giustificazione per  massacrare vittime innocenti.

Eppure è sempre il dono più grande – ammesso che sappiamo come condividerlo.

Un giorno impareremo perfino

a vivere di nuovo il gioco della vita,

come quando eravamo bambini,

con una gioia senza fine

Un sovrano taoista una volta ha detto che si dovrebbe governare un impero allo stesso modo con cui si cuoce un pesciolino. (In una delle sue apparizioni dopo la resurrezione vicino al lago di Tiberiade, Gesù ha fatto proprio questo). In un’altra narrazione di sapienza taoista, leggiamo che l’equipaggio di una nave vide una piccola imbarcazione a vela venire proprio contro di loro. Sportisi dal fianco della nave, gridavano e insultavano gli occupanti della barca che si stava avvicinando. Ma all’ultimo momento, si resero conto che la barchetta era vuota e il silenzio piombò su di loro.

Era vuota e silente, come la tomba di Gesù quella domenica mattina, il nuovo sabbath. La tomba vuota è testimoniata nelle varie prospettive dei vangeli della Resurrezione. Trovarla vuota aveva turbato e disorientato i discepoli e Maria aveva pianto. Ma il vuoto è correlato al pieno. Sono opposti, eppure, svolgono la stessa funzione nella grammatica del significato. La kenosi divina, spogliarsi o annullarsi, ha prodotto l’incarnazione di Dio in cui la pienezza della divinità si è incarnata. Non possiamo riconoscere Gesù risorto, se non abbiamo visto e non siamo entrati nella tomba vuota del nostro cuore. Può sembrare teologia metafisica, ma è provata nella nostra psicologia umana e nell’esperienza di tutti i giorni, compresa la pratica quotidiana della meditazione, della povertà di spirito. Come i marinai che strillavano dalla nave (la ragione), la scoperta del vuoto nella piccola barca (il sé senza ego) ci induce al silenzio.

La domanda ovvia, come dice la tradizione, posta una volta al Buddha – cosa ottieni dalla meditazione? – ha la sua miglior risposta in “nulla, ma perdo molto”.

Oggi dobbiamo coltivare questo valore di vuoto e silenzio, se vogliamo sopravvivere alle impossibili contraddizioni sulle quali abbiamo costruito il nostro mondo. Queste  contraddizioni ci tormentano e ci minacciano – irresponsabile opulenza e sfruttamento incessante della terra, comunicazione non stop e solitudine sempre in aumento, lusso e ansietà in crescita. Il perenne valore della sapienza della contemplazione è naufragato nell’ossessione di porre valori utilitaristici o commerciali su qualsiasi cosa, non importa quanto rilevante sia un’etichetta col prezzo. Così facendo, viene distorto il valore di ogni cosa. Di recente, un giovane avvocato mi ha detto che lo studio in cui lavorava, stava sistematicamente spremendo ogni forma di umanità dal lavoro, monetizzando il tempo dei lavoratori per ogni quarto d’ora fatturabile; doveva rendere conto anche dei suoi momenti alla toilette. Alla fine di un tale processo, non troveremo il vuoto che ha il suo correlativo in pienezza, ma il nulla e l’assenza di significato.

La “memoria di Dio porta sicuramente conforto a tutti i cuori” dice il Corano. La base per la preghiera devozionale del dhikr nell’Islam è la ripetizione interiore di una breve frase o dei nomi di Dio. Il senso è rimanere alla presenza consapevole di Dio, mentre si eseguono le azioni più normali del giorno, come alzarsi dal letto o camminare. Giovanni Cassiano spronava i monaci del deserto e noi i loro successori, a recitare la loro formula o mantra mentre svolgevano ogni tipo di lavoro o servizio oppure quando erano in viaggio, o quando rispondevano ai richiami della natura, o quando si addormentavano o quando si svegliavano. Perciò la preghiera del cuore non è certo una pratica esoterica riservata ad una élite spirituale, ma è intesa per tutti in maniera molto semplice e normale. È un modo immediato e non mediato di fare esperienza che dal vuoto si arriva alla pienezza di Dio. In una tale spiritualità incarnata della vita quotidiana, in cui una disciplina contemplativa diventa veramente parte della nostra vita e tiene in contatto la superficie con il livello più profondo di consapevolezza, scopriamo che imparare e vivere sono la stessa cosa.

Ricordare. Spiritualmente non è un esercizio di nostalgia. Non è nemmeno per prima cosa pensare al passato. Ma è portare l’essenza più significativa dei fatti avvenuti nel passato nel presente e farli rivivere adesso. Il termine teologico è anamnesi (fate questo in memoria di me). In termini medici la parola indica il completo e accurato ricordo da parte del paziente della sua condizione. Spiritualmente vuol dire riepilogare il nostro passato nel presente.

Non c’è maggior paura di quella di dimenticare. Nella dementia il coniuge della persona amata per tutta una vita e che soffre di questa morte del cervello, vede la persona amata dissolversi progressivamente dalla realtà e allontanarsi. Ci vuole un profondo atto d’amore per restare nella memoria di qualcuno che apparentemente sta perdendo il ricordo di te ed è come dismembrato. Solo l’amore perfetto può allontanare questa paura.

Per affrontare l’inevitabile perdita della memoria – che comincia quando comincia a funzionare la memoria – dobbiamo cogliere il presente come molto più che il tempo che scorre in un orologio digitale.

Pasqua è l’esperienza della presenza, la continua reale presenza in cui noi siamo vicendevolmente e reciprocamente presenti gli uni agli altri e a livello più profondo con Dio. Come Gesù era presente al Padre e il Padre a lui, è diventato presente a noi traendo l’umanità nella presenza più intima di Dio con Lui, cioè ciò che noi chiamiamo Trinità. In questa presenza sempre presente si incontrano passato e futuro. La paura di dimenticare, della morte stessa, svanisce. L’esperienza di vita nella pienezza senza limiti di cui a volte da bambini abbiamo goduto, ritorna a piena forza.

Prima di Pasqua, abbiamo salutato Eileen Byrne, membro e insegnante amatissima della comunità inglese e internazionale. L’avevo incontrata la prima volta quando ero nella comunità laica nel primo centro di Meditazione Cristiana a Londra. È stata un importante punto di riferimento nella fondazione della Comunità di Montreal e, in seguito, è diventata Direttrice del centro di Londra. Era la quintessenza della signora inglese, ma allo stesso tempo cittadina del mondo, ricca di un’insaziabile curiosità artistica e culturale. Quando eravamo a Montreal, e io ero ancora un monaco tirocinante, mi portò in macchina in campagna ad un campo giovani diocesano molto attivo, in cui avevo proprio paura di andare. Andando via, dopo avermi lasciato lì, mi urlò. ‘Laurence, ricorda che sei un contemplativo !’ Eileen, io ci provo…

Possa riposare nella grande pace e tutti quelli ai quali ha facilitato il cammino verso la conoscenza contemplativa di Gesù risorto possano ringraziare Dio per il dono che è stata per noi tutti.

Con grande affetto,

Laurence