Martedi’ della Settimana Santa

Nel Vangelo di oggi (Giovanni 13:21-38), San Giovanni descrive la discussione sul tradimento che fu fatta durante l’Ultima Cena. Dobbiamo ricordarci questo aspetto oscuro della storia, se vogliamo riconoscere la luce che sorge alla fine della stessa. Ci disturba nello stesso modo in cui Iago, il corruttore e il traditore nell’Otello di Shakespeare, disturba gli spettatori dell’opera. Alla fine, dopo aver distrutto il suo padrone, Iago viene smascherato e condannato ma rifiuta di spiegare il suo movente. Dice soltanto: “Non chiedetemi niente. Sapete ciò che sapete. Da adesso in poi non dirò più una parola”. Se vogliamo trovare un significato, dobbiamo guardare più in profondità che non alle mere motivazioni. La verità di questo mistero non può essere trovata in spiegazioni.

Nella lettura di oggi da Isaia, ci viene ricordata l’identificazione di Gesù con l’antica e profetica figura archetipica del servo sofferente e del guaritore ferito. Isaia dice:

…udite attentamente, nazioni lontane;

il Signore dal seno materno mi ha chiamato,

fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.

Il segreto che cerchiamo ha sempre a che fare con la nostra origine. Chi sono? ovvero, Da dove vengo? E soltanto a quel punto, “Perché”? Ma nello stesso modo in cui la risposta sulla nostra origine risiede in uno stato pre-linguistico, prima ancora di nascere, così la domanda sul significato risiede nel silenzio che segue il linguaggio.

La storia di Gesù, come la nostra, entra nel tempo con il suo concepimento e la sua nascita, con il corpo che si forma in un grembo e che viene poi spinto nel mondo. La stessa storia, come la nostra, finisce con il suo ultimo respiro e la sua sepoltura, quando viene spinto nuovamente nel grembo di madre terra. In nessuna tradizione di fede il corpo è più importante. E’ vero che i moralisti cristiani occidentali spesso hanno dato al corpo l’affidabilità creditizia che si dà ad una obbligazione bancaria ad alto rischio. E’ così pieno di tentazioni e impulsi. Questi si contrappongono ad un’idea di santità che era di per sé così lontana dalla visione di totalità, da far sembrare lo stato angelico, privo di corpo, qualcosa di superiore.

Ci sono state eccezioni, rese inevitabili da qualunque teologia dell’Incarnazione. L’impulso puritano, gnostico del Cristianesimo non può mai denigrare completamente il corpo. Gesù fu allevato “nel corpo”. “Vedrò Dio con la mia carne”. Gli angeli erano più vicini a Dio, ma noi siamo più simili a Dio “perché abbiamo un corpo”. E così, Dio fece in Gesù. Anche in lui, Dio pianse, si affaticò e fu impaziente, bevve vino e amò, fu tradito e soffrì.

Altre tradizioni di saggezza considerano il corpo con maggiore serietà, come uno strumento di sviluppo spirituale. Lo Yoga, il Tai Chi, il Tantra hanno una saggezza pratica, basata sul corpo che la spiritualità cristiana ha generalmente sottovalutato. Ma le tradizioni asiatiche, pur concependo una qualche forma di trasformazione, tendono a vedere il corpo fisico come un involucro, un veicolo, un aggregato che si dissolve poi nuovamente nei suoi elementi. Il corpo di Gesù, evolve nel Corpo di Cristo. Evolve attraverso una resurrezione che rivela il destino corporeo di ciascuno di noi. Abbiamo un corpo spirituale da cercare. Ma come diceva Teilhard de Chardin, “lo spirito è una materia incandescente”. Risplenderemo e saremo incarnati per l’eternità.

Sembra una cosa buona. Ma allora, chi lo conosce con certezza, finché non lo si conosce? Per il momento, riflettiamo su Gesù come persona dotata di un corpo: ancorato come noi nel mondo e nel momento presente attraverso un corpo mutevole che non funziona come una macchina e che è sempre la nostra interfaccia con la natura più profonda della realtà.

Laurence Freeman