Lunedì – Prima settimana di Quaresima 2019

Matteo 25, 31-46

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

«Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.»

Dopo l’esperienza del deserto, dopo che fu non solo “pieno” ma traboccante di Spirito, Gesù iniziò la sua opera. Siamo felici quando scopriamo qual è il nostro compito nella vita e quando realizziamo che il nostro vero lavoro non è ciò per il quale siamo pagati o elogiati. Le Upanishads spiegano come riconoscere il nostro vero lavoro, dicendo che chi ha trovato “il lavoro del silenzio e realizza che il silenzio è lavoro” è felice. Questo lavoro produce tutti i frutti duraturi della nostra vita, ma ci vuole tempo. Lentamente penetra nell’intera dimensione del tempo che abitiamo, e aiuta il nostro ego a lasciare andare. Produce poi, in modo naturale, quei frutti di saggezza che sono le buoni azioni spontanee descritte nella parabola di oggi. La bontà non ha traccia di ego.

Il primo strumento conosciuto per la misurazione del tempo è una meridiana egizia del 1500 a.C. Gli orologi meccanici apparvero nel XIII secolo. Oggi misuriamo il tempo con una precisione subatomica, ma più lo misuriamo in modo preciso, meno tempo ci sembra di avere a disposizione. Ci vuole del tempo a smontare questa trappola nella quale siamo caduti.  “Solo per mezzo del tempo, il tempo viene conquistato”. C’è un momento in cui ci rendiamo conto che stiamo vedendo esattamente che cos’è la meditazione: è quando vediamo quanto sia assurdo lesinare sui venti minuti due volte al giorno di meditazione, perché ci si sente troppo occupati e troppo impazienti per sganciarci dallo stress di essere dipendenti dal tempo. Il processo di imparare a meditare è universale ma ognuno di noi ha un proprio ed unico modo di vivere il suo percorso. Alcuni si immergono nella meditazione due volte al giorno da subito, altri dosano lentamente il tempo della meditazione con il contagocce – cinque minuti per pochi giorni alla settimana. Alla fine ciò che conta non è quanto riusciamo a fare o quanto abbiamo successo –  nella realtà fisica non nella finzione mentale – comincia a sederti, sii immobile e fai il lavoro del silenzio.

Sedersi. A metà strada tra stare in piedi e sdraiarsi. Puoi meditare in qualsiasi postura o attività, ma sarà una cosa insolita raggiungere questo stato continuo se non hai prima imparato a sederti. Sedersi immobili in un ambiente tranquillo, permette alla mente di calmarsi. All’inizio ci sentiamo l’esatto contrario: ansiosi, tesi, irrequieti e confusi, dovendoci confrontare con il rumore delle onde che agitano la nostra mente e le nostre emozioni. Vediamo quanto siamo distratti ma istintivamente cerchiamo di distrarci dalle distrazioni, finendo per distrarci di più. Lasciare andare i pensieri è la risposta più semplice per superare questa reazione. Ma la confondiamo con l’obiettivo di svuotare la mente e così pensiamo di aver fallito se, dopo quaranta secondi, siamo di nuovo distratti. Decidiamo allora di non perdere tempo, di fare qualcosa di più utile e di rimandare la meditazione di altri quaranta giorni.

Per non arrenderci alle distrazioni, abbiamo bisogno di due cose: incoraggiamento che possiamo avere fiducia e che non viene da noi; e una apertura autentica al nuovo e al non ancora immaginato.  E poiché ciò richiede tempo, abbiamo bisogno di quella virtù che i giapponesi chiamano  gamon: perseveranza, la determinazione ad andare avanti malgrado il vento contrario, affrontando la sconfitta con pazienza e dignità e trasformare così il fallimento in saggezza. Quando i giapponesi-americani furono internati durante la guerra, i loro carcerieri americani interpretarono erroneamente il loro gamon considerandolo passività e mancanza di iniziativa. Allo stesso modo, oggi possiamo considerare il buon lavoro della meditazione come non realistico, sostituendolo con “benessere” o rilassamento. Ma così perdiamo il vero frutto del lavoro del silenzio: la naturalezza e la spontaneità dell’autentica compassione.

Laurence Freeman