Letture settimanali del 9 giugno 2019

Esiste un grande pericolo, specialmente oggi nella nostra società individualista e narcisistica: quello di confondere l’introversione, l’auto analisi e la focalizzazione su se stessi con l’autentica interiorità… Essere autenticamente centrati nell’interiorità è esattamente l’opposto dell’essere introversi. Nella consapevolezza della presenza interiore, la nostra coscienza ‘si gira’ , cambia direzione, così che non guardiamo più a noi stessi – come abbiamo sempre fatto – riflettendo su sensazioni, reazioni, desideri, idee o sogni ad occhi aperti del passato o del futuro: siamo rivolti verso qualcos’altro e questo rappresenta sempre un problema per noi.

Pensiamo che sarebbe più semplice abbandonare la nostra introspezione se sapessimo verso che cosa eravamo girati. Se solo avessimo un riferimento fisso a cui guardare, se solo Dio potesse essere rappresentato da un’immagine. Ma sappiamo che il vero Dio non può essere mai ricondotto ad una immagine e che le immagini di Dio sono altrettanti idoli. Costruendo una immagine di Dio, finiamo semplicemente con il guardare un’immagine abbellita di noi stessi. Essere autenticamente spirituali e aprire l’occhio del cuore significa vivere dentro la visione senza immagini che è la fede, consapevoli che è questo sguardo che ci permette di ‘vedere Dio’.

Nell’esperienza della fede, l’attenzione è guidata non più dagli spiriti del materialismo, dell’egoismo e dell’autoconservazione, ma da uno Spirito nuovo, che per sua natura spoglia. Ciò significa sempre lasciare andare, e sempre rinunciare ai vantaggi dell’abbandono, che sono molto grandi e per questo tanto più necessari da restituire.

Non c’è sfida più cruciale che vivere l’esperienza di rimanere centrati nell’altro. E’ lo stato di spoliazione continua ed estatica. Possiamo immaginarcelo richiamando alla mente quei momenti o quelle fasi della vita in cui abbiamo fatto esperienza di pace, pienezza e gioia ai massimi livelli.  E riconoscere che quelli erano momenti in cui non possedevamo nulla, ma avevamo perso noi stessi in qualcosa o qualcuno. Il passaporto per il regno richiede il timbro della povertà.

Brano tratto da Laurence Freeman OSB, “The Power of Attention,” THE SELFLESS SELF (London: DLT, 1989), pp. 31-35.