Letture settimanali del 3 dicembre 2017

Recitare il mantra è come gettare l’ancora. Esso cade nelle profondità del nostro essere, ed è là che dobbiamo andare, ben oltre la superficie… Siamo così presi da ciò che succede in superficie che non ci diamo il tempo necessario per allontanarci da queste preoccupazioni passeggere. Stress, ansia, depressione sono tutte invocate come ragioni per evitare la meditazione [perché ci sembra di non avere tempo]. Ma è proprio il tempo che dobbiamo darci, ogni mattina ed ogni sera. Non dobbiamo pensarlo come un tempo per “fare” meditazione quanto ad un tempo per essere. […]

Questa è l’offensiva più efficace contro l’egoismo. Altrimenti diamo per scontato che le nostre idee, pensieri, e fantasie siano di estrema importanza. Infatti, spessissimo ci identifichiamo con esse. Nella meditazione impariamo a lasciarle andare così da poter essere. E una volta che tocchiamo il fondo del nostro essere, facciamo una scoperta straordinaria. Noi non siamo le nostre idee o le proiezioni del nostro ego… La scoperta verso cui tendiamo quando cominciamo a meditare è che quando siamo veramente ancorati in noi stessi siamo ancorati in Dio.

Questo è un momento estremamente umano e noi non sappiamo che cosa significa essere pienamente umani finché non ne abbiamo fatto esperienza. Ma scopriamo al tempo stesso la nostra immensa fragilità.

Possiamo così facilmente essere travolti dalle tempeste della vita. Poche persone sono scampate all’esperienza del naufragio. Tuttavia, accanto a questo incontro con la nostra fragilità e vulnerabilità, che ci vuole coraggio ad accettare, c’è anche una scoperta del nostro infinito potenziale. Il nostro destino chiama ognuno di noi a penetrare nel fondo del nostro essere. È la chiamata ad essere uno con Dio. Il significato di questo destino è che non c’è più bisogno di vivere vite isolate che ci sminuiscono. Possiamo vivere in un’armonia risonante con gli altri, con Dio.