Letture settimanali del 26 novembre 2017

Le persone religiose tendono ad essere più piene di sé degli altri. E se siamo onesti nei confronti della nostra coscienza, dovremmo vederne il nesso con una certa mancanza di riverenza nella nostra vita religiosa. Saremmo certo sorpresi di scoprire che in certi momenti, tra i più sacri della nostra vita religiosa, il nostro spirito di riverenza è vergognosamente carente. Una certa irriverenza movimentata e rumorosa all’interno delle nostre chiese è certamente una cosa che i non cristiani ci fanno notare spesso. Ci fanno notare, per esempio, la mancanza di silenzio e l’irrequietezza fisica. Spesso notano anche il molto tempo che sprechiamo nel chiedere a Dio le cose che vogliamo.

Ciò non vuol dire che stando seduti al nostro posto dovremmo evitare di fare il minimo movimento, o che le parole non siano una parte significativa del culto religioso. Ma […] la meditazione cambia il nostro atteggiamento nei confronti del culto in quanto ci insegna, a partire dalla nostra esperienza personale, che il Dio che adoriamo è presente e che è la sua presenza che adoriamo. La meditazione rende più rispettosa la nostra vita religiosa perché ci insegna, attraverso l’esperienza della sua Presenza in noi, che è alla sua Presenza che adoriamo la sua Presenza. Noi non siamo in lui meno di quanto lui sia in noi. Nell’interpretazione della sua consapevolezza nella nostra, noi conosciamo perché siamo conosciuti. La risposta più naturale ad ogni esperienza in cui conosciamo e siamo conosciuti è il silenzio riverente. Il silenzio conduce ad una più profonda conoscenza reciproca. […]

Sprechiamo tante parole. Ascoltiamo le stesse parole, le stesse idee, così tante volte in un giorno che finiscono per diventare insignificanti per noi. Ma molte persone ricorderanno invece come ascoltavano le parole di S. Paolo lette da Padre John Main, come se le udissero per la prima volta. Quello si, era stupore. Senza stupore dimentichiamo che la realtà di cui parliamo e a cui ci rivolgiamo in preghiera, è reale, è presente. Riverenza e stupore possono scaturire soltanto dal contatto diretto con la Presenza reale. Altrimenti restiamo bloccati al livello di contatto indiretto, parlando di, riflettendo su. A questo punto è inevitabile preoccuparci consapevolmente di come ne parliamo, di come la esprimiamo, di come la incontriamo; così si sviluppa la boria religiosa. Il passo successivo è quello di diventare polemici e pronti a condannare. Questa è la grande disgrazia e la tendenza delle persone religiose, conseguenza della perdita di riverenza.

Eppure il passaggio dalla boria alla riverenza è estremamente semplice. Non dobbiamo architettare un diretto contatto con Dio, perché è già avvenuto. E’ l’incarnazione, il Verbo fatto carne. Non dobbiamo discutere di come entrare in contatto con la Consapevolezza superiore perché essa ha già preso dimora in noi, non mediante il ragionamento ma grazie all’amore. Meditare significa semplicemente sapere questo.

Brano tratto da Laurence Freeman OSB, “Riverenza,” LUCE INTERIORE (Edizioni Appunti di Viaggio), pp. 143-144, 147-148.