Letture settimanali 2 luglio 2017

Il nuovo genere di vita reso possibile dalla resurrezione non si basa sulla prova legale del sepolcro vuoto e sulla prova presunta delle apparizioni. La prova risiede nella vita quotidiana. Infatti, a Maria viene detto di non attaccarsi all’esperienza. La fede nella resurrezione non è follia, ma si basa su un genere particolare di senso e razionalità. Le idee di ciò che costituisce la ragione sono storicamente variabili. Come l’amore, la fede nella resurrezione ha le proprie ragioni e non può essere discussa soltanto con la logica. La sua verità è attestata in un nuovo modo di essere, il raggiungimento di un elevato livello di completezza, più afferrato che appreso. Le esperienze, perfino le apparizioni della resurrezione, vanno e vengono. Diventano ricordi. Noi, invece, conosciamo la risurrezione in quello che i primi discepoli chiamavano il “Giorno di Cristo”. È il momento presente illuminato dalla capacità della fede di vedere l’invisibile, di riconoscere ciò che è troppo ovvio. Come ha scritto Simone Weil:

Egli viene a noi senza rivelarsi e la nostra salvezza consiste nel saperlo riconoscere.”

La domanda rivolta da Gesù [“Chi dite che io sia?”] è il dono che il rabbunì fa a noi: il fatto stesso di formularla concede la “grazia del guru”.

In ogni epoca, la sua domanda è il dono che attende di essere ricevuto. Il suo potere semplice e sottile di destare la conoscenza del sé nella nostra esperienza della risurrezione è perenne. San Tommaso usa il tempo presente quando parla della risurrezione. Lo possiamo comprendere quando dice che la resurrezione operata dal potere divino trascende tutte le categorie di spazio e di tempo. Allo stesso modo, le icone della resurrezione nella tradizione ortodossa suggeriscono la medesima trascendenza e mostrano come il potere che ha fatto risorgere Gesù sia attivo ora e sempre.

L’opera essenziale di un maestro spirituale è soltanto questa: non dirci cosa fare, ma aiutarci a vedere chi siamo. Il sé che noi giungiamo a conoscere attraverso la sua grazia non è un piccolo e isolato ego-sé che si aggrappa ai propri ricordi, ai propri desideri, alle proprie paure. È un campo di consapevolezza simile alla, e indivisibile dalla, consapevolezza che è, allo stesso modo, il Dio della rivelazione cosmica e biblica: l’unico grande “IO SONO”.

Brano tratto da Laurence Freeman OSB, “Gesù, il maestro interiore”, Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 78-79.