Letture settimanali 13 agosto 2017

Per essere in grado di abbracciare l’eternità della pienezza dell’essere (il “IO SONO” di Dio), dobbiamo prima affrontare la dura realtà dell’impermanenza e del vuoto. La tentazione è sempre quella di ridurre l’intensità, di scendere a un grado inferiore di consapevolezza, perfino di addormentarsi. Il Buddha ci ha ammonito a non offuscare la mente in questo o, a dire il vero, in qualsiasi stadio del viaggio, con sostanze inebrianti o sedative, che esaltano o deprimono. Gesù incoraggiava tutti a rimanere del tutto coscienti: “State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. […] Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!” (Mc 13: 33-37).

Nella lettera agli efesini Paolo dice che questo stato di veglia conduce “ai poteri spirituali di saggezza e visione” e alla gnosis o conoscenza spirituale. Ma anche con la fede più salda, il triste senso di isolamento non si dissipa immediatamente, neppure quando la saggezza comincia a risplendere. Il muro dell’ego può essere avvertito come un ostacolo insuperabile, un vicolo cieco che non ci lascia alcun luogo ove rifugiarci. Ma, come la Resurrezione ci ricorda, quello che sembra e si avverte essere la fine, non lo è. Ponendoci di fronte al nostro egoismo più radicato e riconoscendo come esso viene lentamente meno, la meditazione ci fa conoscere la nostra stessa resurrezione per esperienza diretta.

La legge della natura più bassa, del karma, e del predominio del nostro ego limitante prevale finché non appare una crepa nel muro. All’inizio un mattone viene rimosso come da una mano a noi invisibile e intravediamo una prospettiva che oltrepassa quanto da noi precedentemente pensato o che eravamo in grado di conoscere. E’ una esperienza e tuttavia apprendiamo in un modo dissimile da ogni esperienza precedente. Non siamo più quella mera persona individuale che pensavamo di essere. La vita è cambiata in modo irreversibile. Viviamo e tuttavia, come San Paolo, non viviamo più. Sono perché non sono.

Brano tratto da Laurence Freeman OSB, “The Labyrinth,” JESUS THE TEACHER WITHIN (New York: Continuum, 2000), pp. 231-32.