Lettera di Laurence Freeman – aprile 2011

Carissimi amici,

anche durante i ritiri di meditazione e specialmente durante le conferenze nelle quali ci sono molti interventi, è importante di tanto in tanto uscire e andare a fare una passeggiata giusto per evitare di andare in tilt.

Nell’autunno scorso in un ritiro a Montreal era forte la tentazione di stare all’aperto perchè la temperatura e la luce erano perfette. La sede del ritiro era situata nel centro di un’ampia riserva naturale vicino ad un lago ed i colori erano al loro massimo splendore. Durante una passeggiata, come faccio spesso, avevo portato la mia macchina fotografica. Non riesco a capire l’attrattiva di ascoltare l’iPod mentre si passeggia, ma trovo utile fare fotografie. Mi aiuta a staccare rapidamente la mente da qualsiasi cosa stessi pensando prima e da quelle che avrei dovuto pensare in seguito, in termini di pianificazione e soluzione di problemi. E’ facile passare un’ora qualsiasi a passeggiare, bloccato nei propri pensieri come in un ingorgo stradale senza rendersi conto della bellezza che ti circonda.

Quando il tuo occhio sta cercando una buona inquadratura, esso distoglie la tua attenzione dai pensieri e si concentra sulla tua “posizione attuale”, come la chiamano i sistemi GPS. Come il respiro o la consapevolezza di un corpo attento, esso può – proprio come una semplice forma di attenzione – rappresentare una buona preparazione per una attività di meditazione più profonda ed efficace. Il mirino (lo preferisco allo schermo delle macchine digitali più piccole) è un invito naturale alla messa a fuoco. Se tu non andassi oltre in questo metodo di preparazione alla consapevolezza, potresti rischiare di fissarti ossessivamente sulla metodologia e così trovarti bloccato a metà strada fra distrazione e attenzione vera. Tenendo in mano una macchina fotografica si rischia di rimanere avidamente attaccati a ciò che è esterno, agli oggetti della tua percezione, nel tentativo di catturare tutto col “catturare il momento” con un click dell’otturatore. Con metodi fisici o mentali per calmare la mente in preparazione alla meditazione si può finire nella trappola opposta, cioè di non togliere mai veramente l’attenzione dalla consapevolezza di se stessi. In entrambi i modi rimani l’osservatore. La realtà resta così oggettivata e separata da te.

 

Mi rendo conto che, dopo un certo tempo con la macchina fotografica, l’urgenza di fotografare, tuttavia, diminuisce. Fare attenzione ai dettagli o agli scorci più interessanti aiuta ad evitare la distrazione, ma a quel punto l’intero quadro che la macchina non riuscirà mai a catturare, emerge con una percezione molto più viva. Dobbiamo fare qualcosa per rompere il velo della distrazione e della oggettivazione che nasconde la vista reale come una pellicola opaca. Ma al momento giusto si dovrebbe farlo cadere così da poter passare dal guardare al vedere.

 

Un altro aspetto più umano del fare foto mi ha colpito recentemente quando mi sono concesso un momento di pausa durante una conferenza molto impegnativa interreligiosa a Marrakesh. Mentre passeggiavo per la brulicante piazza del mercato con una grandissima varietà di colori e di profumi mi sono accorto che dovevo essere più attento quando cercavo una inquadratura. Alberi e laghi non hanno niente da obiettare nell’essere ripresi dall’obiettivo, ma alcune persone invece sìNon ho potuto resistere ed ho cercato di fotografare due vecchi che indossavano le loro zaytunas e fez mentre stavano seduti all’ombra della porta del loro negozio. Ma quando uno di loro si è accorto di me ha alzato la mano per nascondere il viso. Mi sono vergognato un po’ e mi sono reso conto con dolore di quanti tipi di distanze ci possono essere fra gli esseri umani e in quanti mondi differenti viviamo nello stesso pianeta. E come il nostro modo di vedere tocca tutto quanto.

 

 

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 Mentre leggerete questa lettera io starò partecipando ad una conferenza promossa da ambientalisti e da esperti in fisica e sociologia. Sarà presentata un’ ampia e affascinante gamma di ricerche ma il tema principale riguarda il modo in cui capiamo e percepiamo l’attuale crisi. Il tema è la metafora dei punti critici. E’ una metafora costruttiva perchè il punto critico è definito come il punto di un processo in cui una piccola differenza produce un grande cambiamento. Similmente anche quando vedi qualcosa sulla lama di un coltello ciò ci ricorda che ci può essere un risultato buono o cattivo di ogni situazione.

 

L’intelligenza e l’attenzione altruistica degli scienziati si riflette nel loro tentativo di prospettare un altro approccio oltre e accanto al loro metodo scientifico. Essi capiscono che malgrado la gran massa di dati disponibili non è possibile costruire modelli che prevedano accuratamente il futuro. Chiaramente il cambiamento è in atto ad un ritmo più veloce che mai, ma la complessità dei punti critici interconnessi va oltre la nostra capacità di totale comprensione. Come sempre nei cambiamenti è possibile invertire il processo e ritornare al sistema precedente, ma anche in questo caso non andiamo mai indietro allo stesso modo. Ma veramente non c’è modo di tornare indietro. Cercare modelli per prevedere il futuro è compito della scienza. Ma gli scienziati sono sempre più consapevoli che semplificare eccessivamente la situazione può essere interessante per i titoli dei giornali, ma può anche peggiorare la situazione perchè confonde la nostra comprensione.

 

 Dobbiamo prendere istantanee della crisi, ma in questo caso si tratta di soluzioni a breve termine come una rapida occhiata piuttosto che un’ attenta visione della verità. Una più completa soluzione della crisi richiede un cambiamento più radicale di prospettiva e questo vuol dire eliminare tutte le macchine fotografiche.

 

 

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Non c’è dubbio che l’orologio della crisi globale ha cominciato a battere. Il pianeta si sta scaldando, stiamo perdendo specie animali e vegetali, stiamo manipolando funzioni di supporto alla vita e non riusciamo a nutrire, a dare una casa, a educare una popolazione in costante aumento e a prenderci cura dei non autosufficienti. Dato che questo è il risultato della attività umana, si tratta di un problema creato dall’uomo stesso. Perciò, se c’è una soluzione, essa è nelle nostre possibilità. Non possiamo rifugiarci nel sovrannaturale, come siamo sempre tentati di fare quando ci confrontiamo con qualcosa di più grande di quanto noi pensiamo di poter controllare. Non possiamo negoziare con la natura più di quanto non possiamo riscrivere la psiche umana. E’ necessario accettare entrambe così come sono e poi lavorarci sopra. Poi i problemi che noi pensiamo di non poter risolvere ci aiutano ad evolvere e a diventare più grandi di prima.  

 

I sensazionalisti annunciatori di sciagure nel campo dei media, che ci dicono il peggio di ciò che sta per succedere, sono esempi delle colpe mortali della disperazione – una delle sette identificate dai padri del deserto. E’ infatti nello stesso tempo sia un’auto assoluzione, sia un’ evasione dalla verità più ampia. I media amano la super drammatizzazione anche per confondere la verità, come l’ego ama fare con le nostre storie personali. Rinunciare all’ego auto drammatizzante è un passo necessario nel cammino spirituale, un passo che dobbiamo affrontare presto nel nostro viaggio e ripetere nei momenti critici. Ma se questo non succede noi perdiamo i poteri della ragione e della compassione che ci assicurano che il punto verso cui tendiamo è un punto di crescita e non di catastrofe. Ogni crisi è un’opportunità ogni volta che capiamo la sua natura e l’accettiamo con tutte le sue conseguenze anche se non possiamo comprendere tutto quello che ci aspetta dietro l’angolo nel futuro. Se potessimo vedere oltre l’angolo non sarebbe una crisi.

 

La tradizione contemplativa ci dice che la moralità non basta per aiutarci a comprendere il pieno potenziale della consapevolezza. Non basta fare il bene, obbedire ai comandamenti ed evitare di far del male agli altri. “Non essere cattivo” è un buon precetto, come credevano i fondatori di google, ma certo è elementare. Dobbiamo “essere buoni”; ciò implica la scoperta di cosa significa veramente essere e anche che l’esperienza dell’essere è il solo modo naturale per sapere che siamo buoni. Se non facciamo esperienza di ciò, abbiamo solo una vaga idea di cosa significano bene e male e così consideriamo subito cattivo tutto ciò che non corrisponde al nostro concetto parrocchiale di bontà. Questa è la trappola speciale predisposta per le persone religiose. Pascal diceva “gli uomini non fanno mai il male così totalmente e allegramente come quando lo fanno partendo da una convinzione religiosa”. In un altro famoso aforisma egli affermava, ciò che ogni meditatore sa, che tutto il male umano deriva da un’unica causa, cioè “la nostra incapacità di sedere immobili in una stanza”.

 

Se un’attività morale fosse sufficiente per risolvere i nostri problemi, allora gli scienziati sarebbero più fiduciosi di quanto non siano a proposito del modello di comportamento di massa. Nessun modello comunque ci dimostra che, anche se parecchie persone cambiassero il loro comportamento – riducendo le emissioni di carbonio, spegnendo le luci e lo standby degli apparecchi televisivi, usando meno acqua – ne deriverebbe un risultato prevedibile. Fare tutte queste cose può essere importante e necessario, ma più come preparazione ad un cambiamento più radicale a livello di consapevolezza.

 

Allo stesso modo quando preghiamo per la pace nel mondo non ci aspettiamo che l’indomani mattina al nostro risveglio i titoli dei giornali annunceranno che tutti i conflitti più violenti sono finiti durante la notte. La preghiera parlata è segno di un pensiero e di una intenzione buona. Ma mira a qualcosa di più profondo e personalmente trasformativo. Se veramente vogliamo che ci sia una risposta alla preghiera dobbiamo prima di tutto consentire a noi stessi di essere cambiati. Dobbiamo quindi essere in pace con noi stessi e con le persone con cui viviamo e lavoriamo, compreso il funzionario del servizio clienti che ci tratta maleducatamente o la forza cosmica misteriosa che fa saltare il nostro computer nel bel mezzo di un importante documento.

 

 

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Grandi cambiamenti sono avvenuti anche prima sul pianeta. In passato comunque sono trascorsi dieci milioni di anni per arrivare alle estinzioni di massa. Oggi la nostra crisi è che abbiamo imparato ad accelerare tutto talmente tanto che le forze del cambiamento superano anche la nostra immaginazione. Per quel che riguarda l’ambiente – vediamo la grave possibilità che nelle prossime decadi scompaia lo strato di ghiacci nell’Artico occidentale – e per quanto riguarda i problemi sociali – vediamo l’imprevedibile “Primavera araba” esplosa nel mondo geopolitico – il cambiamento va sempre più veloce di quanto non potessimo pensare. Viviamo in un’epoca di rivoluzione che è decisamente più globale delle rivoluzioni che abbiamo studiato in precedenza e dalle quali avevamo cercato di trarre insegnamenti. E’ l’equivalente di un’ improvvisa crisi personale, paragonabile alla perdita di un figlio o del nostro buon nome o della sicurezza economica.

 

Tutto ciò frena un altro processo di cambiamento ad un livello più sottile, più profondo di quello fisico o psicologico.

 

Molte culture antiche non credevano nemmeno nel cambiamento – o dicevano di non crederci perchè il cambiamento li terrorizzava. Le culture moderne si sono adattate ad esso ma generalmente lo hanno considerato tranquillo e prevedibile. Oggi la velocità, l’insicurezza e l’ampia interconnessione dei punti critici globali – dal cibo, suolo, acqua alla biodiversità e ai sistemi finanziari – ci mettono a confronto con il bisogno di ciò che Simone Weil chiamava “una nuova santità”, necessaria al mondo di oggi come i dottori in una città colpita da un’epidemia., e che lei considerava “ quasi equivalente ad una nuova rivelazione dell’universo e del destino dell’umanità. E’ la rivelazione di una gran parte di verità e di bellezza finora nascosta sotto uno spesso strato di polvere”.

 

L’uso che lei faceva della parola santità potrebbe oggi sconcertare molte persone. Eppure dimostra come le vecchie parole familiari del nostro vocabolario religioso – ricoperte di polvere per un lungo periodo – possano essere riabilitate, ricaricate con il loro potere originario per rompere i blocchi di ghiaccio delle nostre menti e farci scoprire nuovi modi di percezione. La sua “nuova santità” è l’integrazione di una esplicita capacità di osservazione nelle linee di condotta e nelle azioni, nella universalità e nella interconnessione del mondo e di tutti i suoi abitanti. E’ nuova questa santità, eppure è stata sempre con noi cercando di emergere completamente:

            Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, perchè tutti voi siete uno in Cristo Gesù. (Gal. 3.28)

 

Questo pensiero tipicamente Paolino mette insieme il sociale e il mistico. Come Gesù stesso, minaccia ogni struttura di potere secondo cui le distinzioni fra le persone vengono esaltate ad un livello assoluto – la casta, la classe, la religione, i sistemi economici o culturali in cui viviamo. Mette a confronto i sicuri ambienti locali con le sconvolgenti e disturbatrici visioni globali in cui gli orizzonti collassano. Mentre essi crollano emerge l’universale – sempre più come modo di percepire piuttosto che come oggetto di percezione.

 

Quando le strutture del potere sono scosse – vediamo quello che sta succedendo in nord Africa e nel Medio Oriente in questi giorni –gli oppressi si sentono ravvivati e rafforzati. Gli oppressori si ritirano nei bunker per proteggere il loro auto-inganno. E il mondo aspetta di vedere in che modo il nuovo punto critico crollerà. A questo punto, nel processo di cambiamento, personale o globale, il modo in cui vediamo le cose e i gradi di speranza, fiducia e saggezza a cui affidarci fanno una grande differenza. Al punto critico la dimensione spirituale diventa palpabile.

 

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La perdita della biodiversità significa che stiamo perdendo le basi della nostra esistenza fisica. E’ un confrontarsi con la morte ad un livello di gran lunga più terribile di quello che si presenta al nostro sè individuale o addirittura di quello subito dalle vittime di un genocidio etnico o ideologico. L’essere umano è l’animale che è consapevole di dover morire. S. Antonio del deserto pensava questo nei suoi detti che una cosa sola non è possibile all’uomo, non morire. Ma continuava dicendo che noi possiamo raggiungere una unione con Dio ammesso di credere che possiamo farlo. Possiamo capirlo solamente dall’interno della crisi, vedendo piuttosto che guardando. La consapevolezza della morte è il risultato di una elementare considerazione. In se stessa non porta ad una trasformazione della consapevolezza. E’ semplicemente rendersi conto di una cosa ovvia – riconoscere uno dei punti critici universali della nostra esistenza. Ma noi possiamo decidere da che parte della lama del coltello cadere, nella disperazione e nella paura o in un nuovo modo di essere umani.

 

Nell’avvicinarsi ai misteri Pasquali della fede cristiana abbiamo un’altra possibilità di centrare l’attenzione nelle loro più profonde verità. Sono opportunità rare e perciò abbiamo quaranta giorni per prepararci e ricavare da essi il più possibile. Non è solo il fatto che Gesù è morto che rende il Venerdì Santo santo, ma come è morto – la consapevolezza con cui ha affrontato il punto di rottura della morte. Easter – la parola inglese che indica la Pasqua deriva da estrogeno, l’ormone femminile per la riproduzione – è resurrezione non in un altro mondo, ma in un modo trasformato di vedere e vivere in questo mondo, che è l’unico che noi conosciamo. Tutto quello che noi possiamo sapere di un mondo futuro o di un altro mondo lo sappiamo attraverso l’esperienza in questo mondo. La prima cristianità rifiutò di tornare al vecchio dualismo gnostico che considerava il mondo materiale ed il corpo come semplici mezzi di conoscenza da abbandonare al raggiungimento della “pura conoscenza”. La consapevolezza è personificata. Se immaginiamo qualsiasi cosa che non è, è solo immaginazione. Nessuna persona umana è senza corpo ed è attraverso di esso – a livelli diversi – che partecipiamo alle forze e ai processi del pianeta e del cosmo.

 

Incontrare Cristo risorto, cosmico è essere “in Cristo”. Come appare evidente dalle storie della resurrezione, non può esser afferrato come un oggetto o semplicemente “guardato”. Nel momento in cui cerchiamo di far così, scompare. Bisogna vederlo e possiamo vederlo solo da quel livello di consapevolezza che le parole “in Cristo” cercano di evidenziare. E’ più facile descrivere gli effetti di questa esperienza che spiegare come succede. S. Paolo che aveva avuto questa esperienza in prima persona e, a quanto lui stesso dice, ne fu trasformato, afferma:

            Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco ne sono nate di nuove. (2 Cor. 5: 17)

 

La resurrezione ci riporta indietro in questo mondo in un modo nuovo che rinnova visione e comprensione. La nuova creazione è un modo di vivere nel mondo, liberati dalle vecchie costrizioni, dalle dipendenze alla violenza come vie di soluzione ai conflitti e dalle trame oppressive e sfruttatrici che si ripetono e che sono culminate nell’attuale crisi.

 

La sfida per un cristiano del nostro tempo consiste nel fatto che identificare la nostra crisi con il mistero cristiano non significa risolvere il problema battezzando tutti. O, se vogliamo seguire alla lettera le parole “andate e battezzate tutte le nazioni”, questo si riferisce ad un modo di vedere raggiunto da chi è “in Cristo” nel senso più universale e inclusivo della nuova santità. Il significato di missione è cambiato per il cristiano moderno per i modi in cui il mondo stesso è cambiato e per la direzione che esso ha preso. Chiunque fa la sua parte nella risoluzione di una crisi ne esce mutato. Anche l’identità cristiana evolve – infatti si è arricchita ed elevata – quando mettiamo a rischio la nostra fede in uno scontro reale con i problemi del mondo. Restare fuori dalla mischia, giudicando da una posizione di superiorità, vuol dire rimanere intrappolati in una mentalità difensiva, nel fondamentalismo ed esclusivismo che finiscono per distruggere la fede perchè erodono la compassione. Credere in una nuova creazione piuttosto che in un’altra creazione significa comunque che possiamo favorire il capovolgimento delle crisi collettive verso la speranza e verso un cambiamento positivo piuttosto che verso la disperazione e la catastrofe.

 

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I migliori scienziati sanno bene che il solo metodo scientifico non può risolvere una crisi che investe così tanti, veramente tutti, gli aspetti della condizione umana ai nostri giorni. Dobbiamo anche avere una consapevolezza contemplativa. Creare ponti fra le due realtà significa comunicare e ciò vuol dire usare parole comprensibili per le persone che non sono abituate al nostro vocabolario. Trovare parole che trasmettono verità spirituali in un contesto secolare ci fa riscoprire la comprensione di quelle stesse verità. Il libro della Genesi stabilisce un precedente offrendoci due versioni della storia della Creazione.

 

A finire dalla parte giusta del punto critico non è solo la scienza ma anche la politica, l’economia, la medicina e la religione. Sono coinvolte nuove forme di riflessioni in campo sociale e forme sperimentali di leadership. Le virtù tradizionali, neglette in una cultura basata sull’avidità, tornano ad illuminare le azioni migliori e uno sviluppo sostenibile. Problemi fondamentali sulla qualità della vita e una giusta condivisione delle risorse naturali fanno altrettanto parte della crisi ambientale quanto le ricerche sulla riduzione di emissioni di carbonio o sulle energie alternative.

 

Sentiamo l’esigenza, per una pacifica sopravvivenza e un conseguente miglioramento delle condizioni di vita per l’umanità, di nuove forme di apprendimento e comprensione, di comunicazione e produzione di ricchezza. Sarebbe penosamente assurdo restare bloccati nelle nostre crisi e divisioni religiose da non poter contribuire alla soluzione di questi problemi. Eppure, per quanto oggi possa sembrare strano, il concetto di chiesa deve essere accostato alle ideologie del capitalismo e del vecchio comunismo, a loro modo diventate secolari, religioni non-trascendenti. Per quanto in là non siano riuscite a raggiungere i loro ideali, questi sistemi materialisti avevano originariamente come fine il benessere dell’umanità. La chiesa e altre forme di vita ispirate a ideali religiosi, non meno incrinati, non si sono opposte a quegli ideali come provano i nostri migliori insegnamenti in campo sociale. Per il Cristiano “nulla che non sia contro natura è contro Cristo”.

 

Tutte le tradizioni religiose propongono modelli più vecchi e più integrati di come vivere in pace e giustizia a livello collettivo e comunitario. La religione, quando non va nella direzione sbagliata, aiuta le istituzioni sociali a rimanere incentrate sul significato dell’esistenza umana e ad evitare l’accaparramento profittatore a breve scadenza che è alla base della crisi globale. Equilibrare il potere della scienza, della politica e della religione vorrebbe dire superare la crisi con saggezza.

 

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Gli scienziati stanno anche riflettendo sul ruolo delle metafore e della narrazione nel loro approccio alla crisi globale. Indagano come i modi di percezione modellano in pratica i nostri modi di reazione. La percezione precede l’azione, anche se non sempre ce ne rendiamo conto.

 

Storie, come generalmente ci piace ascoltarle – come quando si va a dormire da bambini, o al cinema o nei teleromanzi – hanno un inizio, una parte centrale e una fine rassicuranti. Spesso c’è una crisi che poi si risolve, e Hollywood fa soldi sulla nostra preferenza per un lieto fine che rafforza i nostri presupposti morali, e sulle nostre aspettative romantiche. Ma il bisogno di storie della famiglia umana va più in profondità di così.

 

Una storia spirituale è una parabola. Ci presenta in modo vivace e semplice una situazione normale e sentimenti che tutti possiamo identificare. Sembrano significative ancor prima che si capisca cosa vogliano dire. Se comprendiamo immediatamente il vero significato, sono davvero lezioni morali piuttosto che parabole. Il finale della storia va al punto ma ci lascia anche di fronte a una questione non completamente articolata. Se guardiamo un film o leggiamo un romanzo che ci lascia in sospeso, ci sentiamo un po’ delusi.Con una parabola, o una grande opera d’arte, quello che ci emoziona e ci ispira è proprio il fatto che ci offra una conclusione che rimane aperta. Non sappiamo cosa può succedere dopo perchè siamo noi la parte successiva. La storia non è fatta per esser osservata e dimenticata, ma perché, penetrandola, ci elevi ad una auto-conoscenza superiore.

 

Anche la storia di Pasqua è una parabola come lo sono tutti i maggiori punti di crisi delle nostre storie personali e globali. Ci dicono chi siamo veramente e perché siamo qui.

 

Con grande affetto,

Laurence Freeman OSB