La regola di San Benedetto – Capitolo 7.5: L’ umiltà

La regola di San Benedetto – Capitolo 7.5: L’ umiltà

Di conseguenza, se “gli occhi del Signore scrutano i buoni e i malvagi” (Prov 15,3), se in ogni momento “il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio” (Sal 14,2); e se ogni giorno gli angeli a noi assegnati riferiscono al Signore le nostre azioni giorno e notte, allora noi dobbiamo essere sempre vigilanti sennò, come dice il profeta nel salmo, Dio può vederci “cadere” ad un certo punto in errore e “rendere tutto vano” (Sal 14,3). Dopo averci risparmiato per un po’ perché Dio è amore e aspetta il ravvedimento, più tardi ci potrebbe dire “Hai fatto questo e dovrei tacere ?” (Sal 50,21).

È stato S. Esichio presbitero a dire “Chi ripone la sua fiducia in sé stesso e non in Dio cadrà a capofitto”. L’umile sa che la fiducia in se stessi è riposta al meglio nelle profondità di sé, dove noi siamo uniti con Dio in Cristo. Da lì, scaturisce una profonda attenzione, né ansiosa né insicura, ma che sgorga semplicemente dal cuore. Questa attenzione, poi, da forma ad atteggiamenti e comportamenti. È una attenzione che non guarda a se stessa: consapevole, non ripiegata.

Si tratta della virtù della vigilanza. Col tempo, possiamo vivere sempre più spontaneamente questa virtù. La vigilanza diventa meno un obiettivo o qualcosa da mettere in atto perché sempre più il nostro vivere scaturisce semplicemente da ciò che la vigilanza custodisce: il cuore. La vigilanza cioè diventa un abito dello Spirito e spirito insieme.

L’umile sa che, in lui, ci sono moti non veritieri che possono parlargli della propria indegnità, che possono spingere a essere meno di quanto si è. Queste sono tendenze che possiamo trovare troppo difficili da bilanciare da soli. Nel fare esperienza di queste tendenze, l’umile sa che, per rimanere vigile, ha bisogno di Dio.

Questa vigilanza consiste nell’essere consapevole. Chi è consapevole non è catturato dal suo proprio commento sulla vita. È presente e impegnato nella vita così come accade. Il mantra è la parola che garantisce la vigilanza perché distoglie l’attenzione dal proprio commento interiore e la porta sul cuore.

La nostra esperienza di comunità ci aiuta a vedere che crescere nella vigilanza è importante. È importante in comunità non essere scrupolosi riguardo il comportamento, sia nostro che degli altri. Non possiamo controllare come siamo percepiti. La scrupolosità può molto facilmente portare ad uno zelo eccessivo e all’ansia: estremi di una vigilanza impacciata (egoica). È importante notare qui che gentilezza e compassione sono i segni di una sincera (consapevole) vigilanza. In comunità noi abbiamo l’occasione di crescere in questa gentilezza e compassione.

Vivere e riflettere sulla Regola può spesso lasciarci con la domanda: “Chi è Dio ?”. Qui la domanda si pone di nuovo. Paradossalmente, il cuore contemplativo della Cristianità ci invita ad andare oltre a questa domanda, a metterla da parte. È una domanda a cui non è necessario rispondere. Attendiamo, invece, una risposta a questa questione dall’esperienza di comunità e dal silenzio. E cosa abbiamo sperimentato? Un Dio, in definitiva, oltre le parole; un Dio di sapienza amorosa, sempre in contatto con i nostri cuori; un Dio che vede la realtà e coglie le possibilità delle nostre vite; una divinità dal grande respiro che ci invita a lasciare andare e semplicemente vivere; un Dio di contestazione, pronto a disturbare; un Dio che ci incita alla vigilanza.

Vegliate dunque perché non sapete in che giorno il Signore verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’uomo verrà (Mt 24, 42-44).