Insegnamenti settimanali dell’11 febbraio 2018 – anno 5 n. 44

Silenzio esterno ed interno

Negli ultimi due insegnamenti settimanali abbiamo esplorato i modi per placare il respiro, il corpo e quindi la mente, al fine di raggiungere il silenzio interiore. Per favorire questo processo è bene cercare il silenzio esterno. Cosa non facile, visto che il silenzio – nel mondo in cui viviamo oggi – può essere irraggiungibile per la maggior parte di noi: siamo in genere costantemente circondati da rumore esterno. Con il risultato che vi siamo diventati così abituati che l’assenza di rumore ci sembra strana e poco familiare, addirittura minacciosa.

Dobbiamo trovare il coraggio di creare piccoli spazi di silenzio esterno nelle nostre giornate, in aggiunta ai nostri momenti di meditazione, in cui non parliamo con altri, di persona o al telefono, non ascoltiamo radio, TV o musica, soprattutto nell’ora o mezz’ora che precede la meditazione. Questo tipo di preparazione prima della preghiera / meditazione è importante. Non possiamo aspettarci di sederci, meditare e placare la mente, se fino a poco prima siamo stati impegnati in una conversazione – più o meno animata – o abbiamo guardato il nostro IPad o la TV o ascoltato la radio.

Se abitate in una città frenetica può essere utile un altro esercizio preparatorio. In primo luogo diventate consapevoli dei rumori esterni alla casa, ascoltateli davvero, date loro un nome e poi accettate la loro presenza con equanimità. State con il momento, così come è; non desiderate che sia diverso. Successivamente concentratevi sui rumori all’interno della casa, riconosceteli, accettateli come inevitabili e poi allontanate da loro la vostra attenzione. Una completa assenza di rumore è praticamente impossibile, ovunque ci troviamo. Mi ricordo di essermi divertita al racconto di una donna inglese – viveva in una grotta dell’Himalaya – che diceva di distrarsi per colpa del rumore che facevano le capre vicino alla sua grotta.

Questa accettazione di ciò che è, sia che si tratti di un ambiente rumoroso o della propria mente caotica, è di fondamentale importanza. Siamo così abituati a criticare e giudicare noi stessi e gli altri che ci irritiamo quando ci sediamo a meditare e i pensieri si affollano nella mente. Nel momento in cui ci sediamo immobili i nostri pensieri cominciano a ronzare. Ma più ci irritiamo con noi stessi, più cerchiamo di sopprimere i pensieri, più diventano persistenti. Invece di unificare la mente dividiamo noi stessi; una parte della nostra mente combatte contro l’altra. Accetta la tua mente scimmia; stai nel momento presente e ascolta il tuo mantra. Imparare ad accettare il modo in cui la nostra mente è in questo momento, ci insegna tolleranza e pazienza.

Mi viene in mente un’immagine: mi ricordo che anni fa c’era una pubblicità per la meditazione. Su un manifesto si vedeva un guru indiano, in abito e aspetto tipici, su una tavola da surf, che cavalcava le onde perfettamente in equilibrio. Sotto c’era scritta la frase: ‘Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a fare surf’.

Non possiamo sopprimere o sbarazzarci dei nostri pensieri; saranno lì, proprio come le onde. Dobbiamo accettarli come parte inevitabile di noi stessi e cavalcarli abilmente. Nella meditazione cristiana la nostra tavola da surf è il mantra. A volte i pensieri e le onde si placano, il mare è liscio e tranquillo – siamo sdraiati sulla nostra tavola da surf – e la mente è tranquilla e in pace. Altre volte ci sono così tanti pensieri che ci ronzano in testa che non riusciamo nemmeno a riprendere il mantra. Il mare sembra troppo agitato per fare surf.

Se osservate con delicatezza i vostri pensieri, li accettate e poi li lasciate andare, scoprirete che diventeranno più sommessi. Se sapete di avere un sacco di cose in mente, potrebbe essere utile come preparazione alla meditazione sedersi tranquillamente e osservare questi pensieri superficiali per un po’, riconoscerli e poi lasciarli andare. A volte dar loro un nome, quando interrompono la meditazione, aiuta a rimanerne distaccati, a non farsi agganciare: lavoro, shopping, amici etc. Lentamente, diventano più tenui, meno esigenti, e si diventa consapevoli degli spazi vuoti tra i pensieri, spazi che consentono al mantra di risuonare ininterrottamente.

La tradizione sottolinea l’inevitabilità di distrazioni e pensieri: “Un fratello andò da Abba Pastore e disse: ‘Mi vengono in mente molti pensieri che mi distraggono e io sono in pericolo per colpa loro.’  Allora l’anziano lo spinse fuori all’aria aperta e gli disse: ‘Apri gli indumenti sul petto e catturavi dentro il vento.’ Ma egli replicò: ‘Non posso farlo.’ Allora l’anziano gli disse: ‘Se non puoi afferrare il vento, non potrai nemmeno evitare che ti vengano in mente pensieri che ti fanno distrarre “. (Detti dei Padri del Deserto)

I pensieri appaiono e si oppongono all’ambiente di silenzio. Quando ripetiamo un mantra, concentriamoci sulla parola che risuona nel silenzio e prendiamo nota dell’interruzione causata dai pensieri. Alla fine la distanza tra pensiero e pensiero diventa più ampia. Ed è allora che il mantra si fa avanti. Lo pronunciamo, interrotto da pensieri all’inizio, ma lentamente il mantra regna sovrano nei momenti di vuoto, che sono le porte di ingresso al silenzio. Le fasi lungo il cammino della meditazione sono infatti costituite dai cambiamenti nel rapporto con i nostri pensieri.

Il fatto è che i pensieri e le altre distrazioni si verificano al livello superficiale della nostra mente. Ma l’effetto della meditazione è ad un livello molto più profondo. Quindi la nostra mente superficiale può essere presissima, ma il nostro sé più profondo è calmo. Spesso, al momento di alzarsi da una meditazione ‘distratta’ possiamo comunque sentirci molto più calmi e in pace, se siamo riusciti a non esser irritati o critici con noi stessi.

Kim Nataraja

Adattato da ‘Dancing with your shadow’