Insegnamenti settimanali del 6/5/2018 – Perché cominciamo a meditare?

Perché cominciamo a meditare?

La prima spinta per cominciare a meditare corrisponde spesso al momento in cui ci troviamo ad affrontare qualcosa di non comune, qualcosa che ci spinge fuori dalla nostra ordinaria percezione della realtà. Può essere una crisi o un fatto importante in qualunque momento della nostra vita, quando quella che ci sembrava una realtà sicura e immutabile si capovolge in modo sconcertante: veniamo respinti da qualcuno o da un gruppo di persone; ci scontriamo col fallimento, la perdita di stima; ci ritroviamo senza il nostro apprezzato lavoro o la salute all’improvviso ci abbandona. Il risultato può essere o un rifiuto ad accettare il cambiamento, o una caduta nella negatività, nella sfiducia e nella disperazione. Oppure, messi di fronte al fatto che la nostra realtà non è poi così immutabile come pensavamo, possiamo risollevarci e affrontare la sfida di guardare con occhi diversi noi stessi, il nostro contesto abituale, le nostre opinioni e valori.

A volte può essere un momento di perfetta bellezza che ci fa capire che c’è qualcosa di più di ciò che vediamo con gli occhi. Bede Griffiths, il maestro e saggio benedettino, descrive come per lui la consapevolezza della vera Realtà sia nata non da una crisi, ma dalla contemplazione della Natura. In “Il filo d’oro” ci narra come la bellezza del canto di un uccello e un biancospino in piena fioritura l’abbiano condotto ad una profonda sensazione di incanto alla vista di un tramonto, mentre un’allodola “spargeva il suo canto”. Padre Griffiths sentì “di aver scoperto un altro mondo di bellezza e mistero” ed anche in molte altre occasioni, soprattutto di sera, sentì “la presenza di un mistero incommensurabile”.

 on sempre si tratta di un momento così forte; la nostra consapevolezza percettiva varia enormemente da persona a persona e da momento a momento. Qualcuno di noi può aver avuto un momento di trascendenza, una percezione di una realtà diversa, una fuga dalla prigione dell’ego ascoltando della musica, o dei versi o essendo presi da un’opera d’arte. Alcuni possono non aver mai avuto la cognizione di un vero e proprio momento di intuizione, ma in qualche modo, ad un certo livello, hanno sempre sentito l’esistenza di una realtà superiore e, senza saperlo, sono diventati sempre più in armonia con questa realtà. Molto presto nella meditazione facciamo esperienza di una pace vera e di una gioia spumeggiante. Momenti così, quando ci allontaniamo dalle preoccupazioni dell’ego, sono un dono divino.

Ad ogni modo questo barlume non è la fine ma l’inizio: un impeto di crescita. Il desiderio di sapere di più di questa realtà appena intuita diventa sempre più forte e ci guardiamo intorno alla ricerca di quelli che potrebbero aiutarci ad avvicinarla. A questo punto spesso scopriamo la meditazione, in una forma o nell’altra. E’ l’inizio del lavoro che ci spinge al chiarimento e all’integrazione dell’esperienza e, così facendo, ci permette l’ascesa verso la consapevolezza spirituale, la personale autenticità e la verità transpersonale.

Il fatto che un’intuizione, il barlume di una realtà diversa, sia spesso l’inizio di un cammino verso una preghiera più profonda, significa anche che non possiamo portare chiunque alla meditazione, se non ha sentito a modo suo il desiderio di un ‘di più’. Quando ci sentiamo pronti a guidare un nuovo gruppo, tutto quello che possiamo fare è farlo sapere nella nostra zona e nella nostra chiesa, invitare le persone, ma non è in mano nostra il fatto che vogliano o meno seguire la meditazione come disciplina di preghiera, è un dono divino. Non possiamo ‘convertire’ gli altri alla meditazione, possiamo accoglierli ed incoraggiarli nella pratica, ma sarà loro la libera scelta di seguire o meno questa proposta.