Insegnamenti settimanali del 26 novembre 2017 – Anno 5 n. 33

Unità nelle relazioni

È interessante vedere come per certi aspetti gli atteggiamenti di scienziati e teologi siano convergenti. Forse si potrebbe dire che ci sono più mistici tra gli scienziati, che tra i teologi del giorno d’oggi? Carlo Rovelli, un fisico teorico che esplora la gravità quantistica, è risolutamente anti-religioso e sicuramente non si vedrebbe mai come un mistico, dice in tutta umiltà nel suo libro La realtà non è come ci appare: “Uno scienziato è uno che … accetta la sostanziale incertezza della nostra conoscenza … accetta di vivere immerso nell’ignoranza e, quindi, nel mistero …  accetta di vivere con domande di cui non conosciamo le risposte. Forse non le conosciamo ancora o, chissà, non le conosceremo mai. Vivere con l’incertezza può essere difficile … Accettare l’incertezza non sminuisce il nostro senso del mistero. Al contrario: siamo immersi nel mistero e nella bellezza del mondo.” Queste parole non potrebbero essere state pronunciate da uno dei tanti mistici che conosciamo? Il meraviglioso senso di mistero e stupore e meraviglia di fronte alla creazione divina era considerato dai primi cristiani come il primo passo sul sentiero spirituale.

Anche l’enfasi sulla totale interconnessione di ogni cosa nel Cosmo che la ricerca scientifica ha mostrato a lui e ai suoi colleghi si trova in tutte le tradizioni della Saggezza mistica. L’insegnamento del Buddha ci offre una bella immagine: “Si dice che nel cielo di Indra ci sia una rete di perle, disposte in modo che se guardi l’una vedi tutte le altre che si riflettono in essa. Allo stesso modo ogni oggetto nel mondo non è solo sé stesso, ma coinvolge ogni altro oggetto e in realtà è qualsiasi altra cosa. In ogni particella di polvere sono presenti innumerevoli Buddha.” (Avatamsaka Sutra)

Se prendiamo veramente sul serio questa idea, dobbiamo anche tenere presente che ogni nostro comportamento, desiderio e pensiero ha un effetto sul tutto. Per questo è vitale la meditazione / preghiera, che conduce all’esperienza effettiva dell’Amore Universale, l’energia che tiene insieme l’intero Cosmo. Nelle parole di John Main: “Scoprendo il proprio spirito, l’uomo è condotto al suo centro creativo dal quale la sua essenza viene emanata e rinnovata dall’amoroso traboccare della vita della Trinità”.

La conseguenza psicologica di questa nuova visione di unità nella relazione è che ognuno di noi è un’importante preziosa parte del tutto, personalmente responsabile di tutto ciò che facciamo e dell’effetto che le nostre azioni hanno sugli altri e sul nostro ambiente. Potremmo essere solo una piccola parte, ma come sappiamo bene, se una cellula del corpo va storta e sviluppa il cancro, il corpo nel suo insieme ne risente. La meditazione ci aiuta a sperimentare che siamo molto più di una semplice identità separata; l ‘ ‘ego’ è solo un polo della nostra personalità, la nostra coscienza superficiale; un’altra parte essenziale del nostro essere, collegata a qualsiasi altra cosa nella creazione, forma l’altro polo, il nostro ‘sé’ spirituale. Il percorso spirituale si occupa di mettere insieme questi aspetti complementari del nostro essere, integrandoli e lasciando che uno pervada l’altro. La meditazione è vista da molti come un percorso integrale per entrare in contatto con il nostro essere totale e con tutto l’Essere.

Un altro risultato è che si vede sé stessi nell’altro. È il fondamento della comprensione, del rispetto e della compassione per gli altri e per la creazione, opposti alla competizione e allo sfruttamento. Il cambiamento mentale necessario, tuttavia, spesso è segnalato non tanto dalla mente quanto dal cuore. Giunge spesso nei momenti di crisi nella vita che stiamo conducendo o nelle nostre relazioni interpersonali. Con la nostra mente ci siamo allontanati dal nostro vero sé, ma il nostro cuore conserva intuitivamente il ricordo di quel ‘di più’. I dubbi, una vaga sensazione di insoddisfazione e di disagio, si traducono in una brama, un’intuizione più profonda, un avvertire che c’è qualcosa di più nella vita di quanto stiamo vivendo al momento. Sembrano attrarre domande del tipo: ‘Esiste una realtà oltre quella che posso vedere con i miei sensi ordinari?’ ‘Chi sono davvero io, al di là di tutti i ruoli e le maschere che la vita mi ha dato?’ ‘Perché sono qui?’ ‘Qual è il mio significato e il significato della vita?’ ‘Chi, che cos’è il Divino?’. A volte siamo coscientemente consapevoli di queste domande, a volte esse motivano inconsciamente la nostra ricerca di un modo d’essere più profondo.

Ad un certo livello, sappiamo che siamo qualcosa di più che semplici produttori e consumatori. Sappiamo che non esiste una vera soddisfazione duratura o un significato ultimo nell’essere un maniaco del lavoro o un fanatico dello shopping. Il piacere così procurato è spesso di breve durata: la borsa della spesa viene svuotata e il suo contenuto presto dimenticato. L’azienda che è stata la nostra carriera e la nostra vita, dove pensavamo di essere indispensabili, ci ha ‘lasciati andare’; una volta andati in pensione, non manchiamo neanche un po’.

Eppure molti cercano di ignorare questi pensieri e sensazioni, li troviamo troppo inquietanti, troppo difficili, e ci rifugiamo in più lavoro, più shopping, più proprietà, più feste, divertimento, televisione e in tutte le proposte del mondo on-line: “Il genere umano non può sopportare troppa realtà”, ha detto T.S. Eliot nei Quattro quartetti. La meditazione, e le esperienze personali che ne derivano, è per John Main e per molti di noi la via per passare da queste emozioni inquietanti alla chiarezza di pensiero e sentimento.

Kim Nataraja