Insegnamenti settimanali del 20/1/2019 – Giovanni Cassiano

Giovanni Cassiano

Giovanni Cassiano, che Thomas Merton chiamava il ‘maestro della vita spirituale per i monaci –  una risorsa per tutti  in occidente’, e che ha riportato John Main sulla via della contemplazione, nacque probabilmente nell’attuale Romania verso il 360 d.C. In tarda età, quando pregava, le sue distrazioni erano, almeno in parte, alimentate dalle storie e dai poemi che aveva studiato in gioventù; possiamo perciò supporre che fosse una persona istruita. Da giovane, probabilmente intorno ai vent’anni, si recò in Palestina ed entrò in un monastero che trovò poi troppo tiepido e non adatto a soddisfare il suo ardente desiderio di quel ‘progresso spirituale’ di cui era assetato, come molti dei suoi contemporanei.  Il monachesimo palestinese era rinomato per l’eccessiva lunghezza delle sue preghiere e per la stravaganza delle sue forme esteriori. Invece i monaci egiziani attraevano folle di seri cercatori ma anche turisti spirituali. I Padri e le Madri del deserto del nord Egitto – gli abbas e le ammas – non erano interessati ai turisti o alla fama, ma alla conoscenza di sé (‘più grande del potere di fare miracoli’) e alla conoscenza di Dio. I monaci dicevano che erano fuggiti dai vescovi e dalle donne per evitare la tentazione del prestigio clericale e della carne. Le parole di saggezza delle ammas, alcune delle quali erano prostitute pentite, non sono state raccolte e registrate bene come quelle dei loro omologhi maschili – come al solito – ma più di un aneddoto ci racconta che esse si consideravano degne dello stesso rispetto, e  tali erano considerate anche dai loro contemporanei.

Il movimento del monachesimo del Deserto, che condusse Cassiano lontano dalla sua comunità di Betlemme e lo portò per circa vent’anni ad abbeverarsi alla più fresca delle sorgenti di saggezza  spirituale della sua epoca, era un movimento laico. I monaci non consideravano il loro stile di vita intrinsecamente superiore allo stato coniugale e neanche erano tutti in accordo su quale forma di vita fosse la migliore, se quella comunitaria e quella eremitica. A chi lavare i piedi, se si vive da soli? Erano cristiani e vivevano il paradosso del Vangelo. Il leggendario pioniere di questo movimento, Antonio del Deserto, da giovane aveva rinunciato a tutti i suoi possedimenti e si era ritirato in  luoghi fra i più solitari ed inospitali, come fecero, circa un secolo più tardi, i monaci celti di Skellig Michael, un isolotto scosceso situato a 8 km dalla costa irlandese del Kerry. La Vita di Antonio scritta da Atanasio, descrive, con una modernità vicina alla visione junghiana, la lotta di un’anima di mezza età che cerca con passione quella integrazione, individuazione e auto-consapevolezza che veniva chiamata santità. Come in altre epoche di pessimismo e di distruttivo declino civile  – tale fu il periodo della “Città di Dio” di Agostino – le persone si sentivano spinte a tornare alla ricerca del significato umano fondamentale.

Dopo aver spento la sua sete nel deserto, Cassiano fu allontanato a causa di violente controversie teologiche, e si recò prima a Costantinopoli dove fu ordinato diacono, poi a Roma dove diventò sacerdote. La sua tappa finale fu Marsiglia dove fondò due monasteri, uno maschile e l’altro femminile. Su invito del vescovo locale, preoccupato di domare gli aspetti più eccentrici del movimento monastico che lì si era diffuso, Cassiano scrisse tre grandi opere. Le “Istituzioni” che trattano in particolare le misure esteriori per correggere una vita corrotta dagli otto maggiori errori (più tardi chiamati sette peccati capitali). Un trattato contro l’eresia nestoriana testimonia la sua ortodossia, ma in esso incespica leggermente sulla questione della relazione fra libero arbitrio e grazia, e si scontrerà con Agostino. Di conseguenza, nella chiesa occidentale viene festeggiato il 29 di febbraio, malgrado sia stato fonte di speciale ispirazione per S. Benedetto, San Tommaso d’Aquino e San Domenico, mentre nella chiesa Orientale gli sono accordati pieni onori.

Il suo terzo e maggiore contributo alla spiritualità occidentale e alla pratica della vita mistica s’intitola “Conferenze dei Padri” che S. Benedetto faceva ascoltare quotidianamente ai suoi monaci. Si presentano sotto forma di dialogo con alcuni abba del deserto e mettono insieme acute intuizioni psicologiche con la teologia e la saggezza delle scritture. Con l’influente mediazione di Evagrio, il più intellettuale dei padri del deserto, la dottrina di Origene permea le idee di Cassiano e forma la sua peculiare visione della oratio pura, la preghiera pura. Lo scopo pratico della vita dei monaci, secondo questa visione, è semplicemente quella di arrivare allo stato di preghiera continua. Nell’analisi che ne fa, Cassiano distingue un fine immediato, la purezza del cuore, ed un fine ultimo, il regno di Dio. L’equazione è proprio impostata sulla spiritualità del deserto: amore perfetto uguale purezza del cuore uguale preghiera pura.

Il problema sono i ‘demoni’. Queste tendenze e stati della mente, osservati in modo scrupoloso, sono stati organizzati in un sistema psico-spirituale che descrive l’ordine nel quale essi nascono, interagiscono, come si possono sopportare e alla fine controllare attraverso l’ascetismo, l’amicizia spirituale, il discernimento e l’autoconsapevolezza. Certamente la tentazione è presente sino alla fine di questo processo – la perfezione non è uno stato che si raggiunge in modo permanente – e anzi è necessaria al progresso. Gli otto principali errori ci sono oggi familiari in una cultura dove obesità (gola), pornografia (lussuria), denaro (avarizia), violenza (ira), stress e depressione (accidia e tristezza), fama (orgoglio e vanagloria) dominano pensieri, fantasie e titoli dei giornali. La cura, allora come oggi, è la preghiera.

Il fulcro delle “Conferenze” sono due insegnamenti di Abba Isacco sulla preghiera (Conferenze 9 e 10). Nella prima, vengono analizzati i diversi tipi di preghiera e date alcune indicazioni di base. “Prima del tempo della preghiera dobbiamo prepararci ad essere la persona in preghiera che desideriamo di essere. Perché la mente in preghiera si ritrova nello stato in cui si trovava prima di pregare.” Tutte le preghiere progrediscono verso quella “preghiera infuocata e senza parole” che “trascende ogni comprensione umana”, ed è l’unione in e con Cristo. Cassiano fa riferimento all’autorità di Antonio per ribadire che, in questo stato, ogni ripiegamento su se stessi alla fine sparisce, perché “non è perfetta la preghiera durante la quale il monaco è presente a se stesso o a ciò che sta pregando”.

Un’esperienza inebriante. E Cassiano è ovviamente impressionato da Abba Isacco. Ma poi si lamenta che non gli ha spiegato come raggiungerla. Isacco si complimenta con lui per aver posto la domanda fondamentale. Nella conferenza successiva Isacco insegna la ‘formula’ che divenne la preghiera di una sola parola dell’occidente, e più tardi la Preghiera di Gesù in Oriente. Egli raccomandava il versetto “O Dio, vieni in mio aiuto” che San Benedetto, certamente per rispetto verso Cassiano, adottò come apertura dell’opus dei o Ufficio Divino. La formula riduce a semplicità e purezza tutto ciò che contiene la mente affollata e le emozioni agitate. La ripetizione “incessante e continua” di questo versetto ci permette di ‘rinunciare ad ogni sovrabbondanza di pensiero e immaginazione’ per pervenire, attraverso la povertà di spirito, alla purezza del cuore. In una lunga conclusione alla “Conferenza,” Isacco descrive la maggior parte degli stati mentali che sperimenteranno coloro che si impegnano a praticare seriamente e regolarmente la preghiera contemplativa: dall’euforia alla depressione, dalla distrazione alla sonnolenza, dalla paura all’agitazione. La formula diventa la guida fedele che conduce al fine, attraversando tutti questi stati mentali. Ci accompagna ‘nell’avversità e nella prosperità’, e col tempo entra nel nostro cuore, dove viene recitata anche nel sonno, e si sveglia con noi al mattino. “Che essa vi accompagni in ogni momento” dice Cassiano, specialmente all’inizio e alla fine di ogni impegno che si deve affrontare.

Questa preghiera è distinta dalla lectio o dalla lettura delle Scritture, ma è a loro inseparabilmente legata. Cassiano dice che esse divengono ancora più corroboranti e illuminanti grazie a questa formula che conduce alla povertà di spirito e che focalizza e unifica la nostra attenzione. Aggiunge anche che non è così facile come sembra, ma che i frutti ottenuti valgono ben di più del lavoro costato. E, anticipando la lunga e ininterrotta tradizione che dal deserto è arrivata sino ai nostri aridi giorni, ci fa notare che è un semplice “modello che i  principianti devono seguire”; e che grazie alle sue virtù intrinseche, nessuno è escluso dalla meta che è di tutti – di monaci come di prostitute:  la meta della purezza del cuore.

Laurence Freeman OSB