Insegnamenti settimanali del 14 gennaio 2017 – anno 5 n. 40

Attenzione e distacco

Le principali prerogative, essenziali per la meditazione, sono ‘attenzione’ e ‘distacco’. Queste qualità sembrano opposte, ma in realtà sono fra loro complementari. Dobbiamo sapere quando “aver cura e quando non curare” (T.S. Eliot – Mercoledì delle Ceneri). Dobbiamo concentrarci con attenzione e fedeltà sul nostro mantra e lasciarci alle spalle, almeno temporaneamente, pensieri e preoccupazioni.

Queste qualità inoltre a loro volta hanno ripercussioni nella nostra vita ordinaria. Dobbiamo sapere quando è importante focalizzare l’attenzione su qualcosa per cambiare se possibile le cose, e quando ignorare ciò che è inevitabile. Così impariamo ad accettare la vita così com’è, non come vorremmo che fosse. Impariamo a non fissarci sulle nostre opinioni su come le cose dovrebbero andare. E lentamente impariamo a lasciar andare. Così facendo poco per volta scopriamo che quello che stiamo lasciando andare è solo qualcosa che pensavamo di volere o che pensavamo ci potesse servire.

In Meditazioni sui Tarocchi, un profondo studio sul pensiero cristiano, consigliatomi da P. Bede Griffiths OSB, studio che ha utilizzato gli Arcani Maggiori dei Tarocchi come archetipi intorno ai quali l’anonimo autore riflette su profonde intuizioni interne alla spiritualità cristiana, viene fatta una chiara distinzione tra ‘concentrazione disinteressata’, cioè ‘concentrazione senza sforzo’, e ‘concentrazione interessata’, ‘concentrazione con sforzo’:

“Un monaco raccolto in preghiera e un toro infuriato sono, l’uno e l’altro, concentrati. Ma l’uno è nella pace della contemplazione mentre l’altro è trascinato dalla rabbia. Forti passioni, pertanto, si realizzano come forte concentrazione …ma non è una questione di concentrazione, piuttosto di ossessione… La vera concentrazione è un atto libero nella luce e nella pace. Essa presuppone una volontà disinteressata e distaccata”.

La concentrazione Interessata implica uno sforzo della volontà. Se chiedete a dei bambini di concentrarsi, corrugheranno la fronte e vedrete che si contrarranno tutti. La concentrazione disinteressata è senza sforzo e ha in sé un elemento di gioco. Un bambino assorto nel gioco dimentica tutto il resto, e quando viene chiamato non sente nemmeno pronunciare il suo nome. Abbiamo bisogno proprio di questo atteggiamento giocoso e leggero, che ci permetterà di accettare ciò che è, ci libererà dalla distrazione e consoliderà la nostra mente, aiutandoci a concentrarci totalmente su ciò che abbiamo vicino.

La storia che Paulo Coelho ci racconta nel prologo del suo libro Manuale del guerriero della luce illustra splendidamente la differenza tra la concentrazione e l’attenzione senza sforzo:

‘Una saggia e bella donna suggerisce a un ragazzo di andare a visitare un tempio. Egli non riesce in nessun modo a trovarlo. Quando chiede a dei pescatori nelle vicinanze, gli viene detto che il tempio è stato sommerso dal mare dopo un terremoto molto tempo prima e che solo le campane a volte si possono sentire. Il ragazzo allora si siede sulla spiaggia cercando in tutti i modi, ma senza successo, di sentire queste campane. Perde interesse per qualsiasi altra cosa, mette tutta la sua volontà nello sforzo di sentire. E per di più, ora sogna di trovare sotto le onde un tesoro nascosto. Cancella lentamente tutti i suoni naturali intorno a sé, concentrato nel suo desiderio di scoprire il tempio con le sue ricchezze, ma invano. Alla fine decide di lasciar perdere. Si dirige verso l’oceano per salutarlo. Guarda ancora una volta il mondo naturale intorno a lui e, dato che non presta più attenzione solo alle campane, può di nuovo sorridere alla bellezza delle grida dei gabbiani, al rombo del mare e al vento che soffia tra le palme. In lontananza sente i suoni dei suoi amici che giocano ed è contento di pensare di poter riprendere presto i suoi giochi di bambino. Il ragazzo era felice e – come solo un bambino può fare – si sentiva grato per essere vivo. Allora, poiché stava ascoltando il mare, i gabbiani, il vento tra le palme e le voci dei suoi amici che giocavano, sentì anche una prima campana. E poi un’altra. E un’altra, fino a quando, con sua grande gioia, tutte le campane nel tempio sommerso stavano suonando.’

Senza sforzo, non cercando, non volendo raggiungere qualcosa, ma solo accettando ciò che c’è, sentiamo il silenzio e diventiamo il silenzio: “una musica sentita così profondamente da non sentirla affatto, ma finché essa dura voi stessi siete la musica.” (T.S. Eliot) Solo l’accettazione di sé, inclusi i pensieri e tutto quanto ci circonda, ci porta al silenzio, e il silenzio, a sua volta, porta alla conoscenza della vera realtà e della verità del nostro essere.

Kim Nataraja